giovedì 11 aprile 2019

MURI DI CARTA di Rita Guidi


Pellicole di impressioni : questo sono le fotografie. 
Da non confondere con la realtà, raccolgono tutta l’arbitrarietà di ciò che è obiettivo ; sguardi propri sul mondo di tutti.
Un orizzonte realmente immaginario che porta il nome di Luigi Ghirri e Mario Giacomelli, Antonio Migliori, Mimmo Jodice, Gabriele Basilico, Daniel Schwartz, Fulvio Ventura, Mario Cresci, Giovanni Chiaramonte, Olivo Barbieri, Vincenzo Castella, Guido Guidi, Francesco Radino, Paolo Rosselli, Karl Dietrich Buehler, oltre naturalmente a quelli di Man Ray o Florence Henri, Walker Evans o Dorothea Lange.
Protagonisti, tutti, di “Muri di carta. Fotografia di paesaggio dopo le avanguardie”, rassegna che verrà inaugurata oggi, alle 18, presso la Sala delle Scuderie in Pilotta, a pochi minuti dalla monografica “Dalla Sicilia a Malta” di Giovanni Battista Maria Falcone (16.30), allestita invece al Padiglione Nervi.
Stesso giorno per due eventi, curati entrambi dal CSAC (in collaborazione con “The Library of Congress” di Washington, Studio Marconi, Martini & Ronchetti), e che trovano nell’archivio voluto da Arturo Carlo Quintavalle, non soltanto la più opportuna collocazione...
Lo CSAC è nato praticamente da qui - spiega il direttore, Gloria Bianchino - La fotografia, che ora è solo una sezione delle nostre raccolte, inizialmente era invece l’intero archivio. Primo passo di un discorso nuovo.”
E di una prospettiva nuova : quella che nel grandangolo introduce una riflessione sul mondo anziché essere un suo semplice riflesso.
Questo lo spartiacque, attorno a quei primi anni ’70, che segnano più che una data una nuova consapevolezza.   Tra i primi a viverla, Luigi Ghirri...
Di Ghirri abbiamo scelto le “premesse”, la ricerca anteriore a quella che lo avrebbe portato agli ultimi risultati sul paesaggio - spiega Paolo Barbaro, storico della fotografia - Una tappa essenziale la sua, in un percorso che abbiamo idealmente diviso in più sezioni. Da quella introduttiva e storica, dedicata a Man Ray e a Florence Henri, a quella di Giacomelli e Migliori, quindi Ghirri, e così via...”
Filo rosso il paesaggio, i negativi non stampano lucide cartoline o esatti documenti ; preferiscono invece sviluppare tempi più che spazi, memorie più che geografie, idee più che luoghi. Un orizzonte di emozione e sorpresa, sancito dalla 45^ edizione della Biennale di Venezia del 1993, nel cui Padiglione Italia, questa mostra “Muri di Carta” fu già presentata (lo splendido catalogo Electa, pubblicato per l’occasione, è per questo lo stesso)...
Dopo le grandi rassegne degli anni ’70, da noi dedicate a “New Photography USA” o alla FSA - ricorda la Bianchino - quello di Venezia è stato certamente uno dei capitoli più importanti di collocazione della fotografia nella storia di quella rassegna. Ma proprio per il suo essere punto di arrivo di un certo discorso, era opportuno e indispensabile riproporla qui, a Parma. Tanto più quest’anno, in cui l’analisi della fotografia si collega ad un rinnovato rapporto tra l’archivio e l’Istituto Universitario cui si lega.”
Il riferimento è al Corso di Laurea in Conservazione dei Beni Culturali, che prevede da subito l’attivazione di due nuovi insegnamenti : Storia della Fotografia (tenuto appunto da Paolo Barbaro) e Storia e Tecnica della  Fotografia (tenuto da Rienzo Losi). E uno sguardo alle due mostre sarà allora occasione di laboratorio vivo e aperto su questa interpretazione dell’immagine e del mondo. Ma l’invito è inevitabilmente più ampio...
L’obiettivo è duplice - precisa infatti Quintavalle - Raggiungere il consueto pubblico nazionale e internazionale e approfondire il dialogo con gli studenti del nostro Corso di Laurea come con quelli delle diverse Facoltà della nostra e di altre Università. Favorire, insomma, quel rapporto tra strutture museali e mondo accademico che sembra essere consueto nei Paesi di lingua anglosassone e che sta crescendo anche da noi. Il CSAC - prosegue Quintavalle - concentra oltre sei milioni e mezzo di fotografie nelle sue collezioni, e non è possibile far utilizzare questi materiali se non in sede espositiva. Ecco il perché di questi 750 pezzi di alta e altissima qualità. Ecco il perché della mostra “Muri di carta”, ed ecco il perché della rassegna monografica di un fotografo siciliano che dimostra nei fatti come si può condurre una ricerca su un intero territorio.”
Una dimostrazione in bianco e nero ; paesaggi che non trascurano il tempo dell’uomo che si raccoglie intero sulla sua nuca. E’ anche questo la fotografia del poco più che trentenne (ma già in linea con questo profilo) Giovanni Falcone : Sicilia o Malta, ma forse è lo stesso. Perché ogni scatto fa luce sulla memoria ; tracce di un mito con capoluogo il Mediterraneo. Sicilia o Malta : che importa ? Il risultato è l’emblema esatto di nessuna latitudine. Riconoscibile e astratto. Muro di carta : “immagini che sono ambigue - scrive Quintavalle guardando a Ghirri come a un portavoce, nel puntuale saggio introduttivo - che si disfano non al sole del vero ma al sole della ragione, che si fanno frammenti dentro la memoria”.

                               Rita Guidi

mercoledì 10 aprile 2019

ALLA RICERCA DELLA PARMIGIANITA' (PERDUTA?) di Rita Guidi


A parole, la città ha il profilo forte e autentico di una certa, esatta cultura parmigiana.
Quella che è stata espressa dagli scrittori e dai registi di Parma : questa è la parmigianità - afferma deciso Alberto Bevilacqua - Un carattere, una fusione tra fantasia e cultura popolare elevata. Qualcosa che respiriamo anche dalle acque del Po, e che comprende anche l’intensità della forza antelamica...
E’ stata ? Quindi, non è più ?
“Assolutamente è ed esiste ancora, e io stesso la esprimo e la vivo - prosegue Bevilacqua - L’ho assimilata nei luoghi dell’Oltretorrente, e credo che ancor oggi la parmigianità abiti lì, e sia un ponte che unisce aree di vita : il carattere popolare e la fantasia, con la forza anche industriale anche commerciale.”
Di nuovo la forza...
L’Antelami, l’ho detto. E’ lui lo specchio della parmigianità. Il romanico è forza, coraggio ; e l’Antelami lo è più che mai nel nostro Battistero. Mettere il Battistero all’occhiello : ecco la parmigianità !”
Oppure una rosa, verrebbe da dire. Com’è il caso di Franco Maria Ricci, raffinatissimo editore di libri d’arte, che però non è l’eleganza che, nella sua idea di parmigianità , mette al primo posto...
L’eleganza ? Certo, l’ho respirata e mi accompagna un po’ come fosse un arnese del mestiere che faccio...- sorride Ricci - Un merito assolutamente relativo, per chi si occupa di cose prossime all’arte. Insomma non c’è dubbio che Parma conservi, soprattutto nella sua gente, una certa signorilità. Il suo passato e le sue dimensioni la difendono assai meglio che altrove dalle cadute di gusto. E poi la cura per le case, curate, restaurate...o la quantità di ricchezze artistiche : pinacoteca, Correggio, Duomo, Battistero...In proporzione agli abitanti c’è molta più arte qui che a Milano o in molte altre città...”
Ma la parmigianità ?
“Non la cercherei lì - afferma Ricci, e il tono è di chi non esita a definirsi dubbioso - Forse anche perché mi è difficile pensare alla parmigianità come a qualcosa che stia al di fuori da una dimensione strettamente personale. Parmigianità per me sono i ricordi e i veri amici. Le parole che a volte traduco liberamente dal dialetto...(qui a Milano, quando dico di darmi ‘quel bagaglio lì’, tutti pensano a una qualche valigia !). Insomma, - conclude Ricci - tutto quello che ha fatto di Parma, per me, una città-madre. Questa è la mia parmigianità.”
Solo sua, cioè. Un impronta strettamente personale ma  non per questo, certamente, meno forte.
La forza : è di nuovo questo, per contrasto, il colore che emerge dalle parole di Gene Gnocchi, sempre più in bilico tra la dimensione di comico e quella di scrittore...

La parmigianità ? Non ho idea di che cosa possa essere : sono di Fidenza.” - Il tono è serio, la cadenza inconfondibile, la logica impeccabile. (Comico o scrittore ?)
Dribbliamo : e la fidentinità, allora ?
E’ una dimensione più appartata, più schiva. Sia come mentalità che in senso culturale. Per questo anch’io - afferma lo scrittore - mi sento legato ad un clima più discreto, che non è quindi quello dei Goldoni, dei Colombi Guidotti, dei Bevilacqua...Voglio dire che Fidenza attinge a Parma, ma forse proprio per questo, non ama esibirsi. Il parmigiano lo fa, e non in senso negativo ma perché ha più iniziativa, più voglia di fare...”
Più “forza” di carattere ? E in un discorso, tra l’altro, che non consente sconfinamenti urbani ?
Certo - interviene Bevilacqua - La parmigianità si lega solo ad alcune espressioni della cultura parmigiana e rigorosamente alla città.”
Ad esempio ?
Ad esempio, un Barilli o un Colombi Guidotti ne sono piena espressione ; un Malerba, che pure stimo molto come scrittore, no. E tantomeno Bertolucci. - aggiunge Bevilacqua - Insomma, non solo non tutti i parmigiani esprimono quei caratteri di cui dicevo, ma anche chi non appartiene alla città , non può certo farlo. Essere di collina non è già più essere parmigiani...”
“Genius loci” ? Traduciamolo con “Parma e po’ pu’” : altrimenti che parmigianità è ?

                                    Rita Guidi

martedì 9 aprile 2019

LA LAMA SOTTILE (P.PULLMAN) di Rita Guidi


Sfiora la realtà e la solleva in volo, lo straordinario romanzo di Philip Pullman “La lama sottile” (Salani Editore, 290 pagg., L.28.000). Secondo appuntamento di una trilogia che inserire nel genere “fantasy” sarebbe quantomeno riduttivo, il volume fa seguito al successo de “La bussola d’oro”, e precede il già attesissimo momento finale.
Perché è un’avventura che dimora più in alto, quella di questo autore inglese di Oxford, insegnante e padre di due figli, che al mondo dei ragazzi ha dedicato numerosi altri racconti e ottenuto prestigiosi riconoscimenti. E proprio due ragazzi, con i quali ha una evidente dimestichezza, sono anche i protagonisti di questa intrigante vicenda ; ma i lettori sono assolutamente tutti. La fantasia, alla quale Pullman rinvia e attinge, è inquietantemente quella di tutti. Come se parlasse, distillasse, concretizzasse nel susseguirsi avvincente di pagine fantastiche, quello che ognuno di noi, in sogno o ad occhi aperti, ha almeno una volta immaginato.
Fantasy da deja-vu, verrebbe da dire allora ; o cenni epici, se questo non sembra esagerare. 
Del resto, i richiami alla dimensione classica, fosse solo nell’etimologia dei nomi, o a certa fascinosa e mitica letteratura come “Il paradiso perduto” di Milton, decisamente non mancano.  Compreso Keats : “Devi essere capace di accettare di trovarti in mezzo a incertezze, misteri, dubbi - è infatti la citazione che legge Will, il piccolo protagonista - senza metterti irosamente a dar la caccia a fatti e ragioni...”
E’ questa la lunghezza d’onda poetica e necessaria ad infilarsi nelle accoglienti pagine di questo libro ; perno, anche, della sua verità. 
 La verità : questione complessa, ma per la quale Lyra Linguargentina, l’altra bimba protagonista ha un preziosissimo aiuto ; possiede quell’aletiometro (la evidente radice è greca), quella bussola d’oro conquistata nel volume precedente, il cui Nord equivale al vero cui lei è destinata.
Strumento non dell’altro mondo, ma di un altro mondo...Perché il filo di questa seconda avventura si snoda negli squarci tra universi paralleli che rimettono in gioco equilibri tra forze ancestrali. Tra Ordini e Disordini che dovranno trovare nuove stabilità.
Will ha la fortuna di scoprirne un passaggio : fortuna intesa anche questa in senso classico. E’ il suo destino, cioè. L’inizio di ciò che farà e di ciò che diventerà. Obbediente suo malgrado a una parte tanto più grande di lui.
Più che vere, emozionanti, in questo senso, le pagine dell’autore che rintracciano insieme la normale fragilità, stanchezza, desiderio infinito di protezione di questi ragazzini ; eppure il loro magico dover essere, eroi per forza in difesa di un padre o di una madre, dei propri affetti e di loro stessi.
Feriti e stanchi, Will e Lyra lottano caparbi contro ciò che vedono ingiusto, forti dello stesso istinto anche se figli di mondi diversi. Una lotta difficile : il Male e il Bene sono forze confuse in questo aprirsi e richiudersi di mondi, ed è ciò che confonde, sorprende e affascina del libro ; come l’eterno dubbio sui confini umani della libertà e della conoscenza.
 Per questo ci sono, qui, luoghi di streghe buone e di madri crudeli, di sciamani e di angeli.
 Un nemico è però certo, evidente, individuato. Quegli Spettri dell’Indifferenza che popolano invisibili un luogo in cui sopravvivono solo i ragazzi. La loro inconsapevolezza e innocenza li salva fino alle soglie dell’adolescenza, quando questi mostri implacabili succhieranno loro l’interesse consapevole e informato verso il mondo, e li trasformeranno in morti in vita.
Una morale e un allarme, un invito, non mancano insomma in queste pagine. Come la preoccupazione, perché una delle tante realtà parallele ha già subìto questa letale invasione. Ed è solo uno dei tanti pericoli che incombe ora anche su tutte le altre, su tutti noi.
Solo la “lama sottile” può tagliare e ricomporre gli squarci tra esse. Un coltello magico di  cui Will ha la chiave. E’ a lui, a un bambino, allora che dovremo guardare. Possiede l’innocenza necessaria a proteggerlo dagli spettri ; il sollievo dalle ferite che un padre ritrovato gli ha donato insieme al proprio mantello, prima di morire ; e la forza che gli viene dagli affetti più  veri che fino alo stremo è pronto a difendere. In mano ha il magico coltello ed è pronto ad accettare il mistero, a non accanirsi a caccia di ragioni... Sì. E’ a lui che potrà essere il caso di affidarsi, nella grande guerra che si sta preparando lassù, nei cieli del Nord.

                                    Rita Guidi 

domenica 7 aprile 2019

MILLE SOLI (D.LAPIERRE) di Rita Guidi


Il suo e’ un sogno di quelli che costano : qualche ettaro di paradiso in terra di provenza. Saint Tropez versione campagna, con quella luce bella come la pazzia di chi l’ha dipinta ; e pini ombrosi con una chioma grande di secoli.
Ma a Dominique Lapierre piace sognare fino alla testardaggine. Il celeberrimo autore de “La città della gioia”, allora imberbe cronista di “Paris Match”, scova l’unica occasione vicina alle sue tasche. Pendolare da Parigi alla costa in orari impossibili, per strappare un accordo al proprietario quando, più o meno attorno all’alba, è ancora sobrio, Lapierre lo ottiene pronosticando nuovi buchi alla cinghia e anticipi d’un paio d’anni sullo stipendio.
“Le Grand Pin”, questo il nome che darà al suo acquisto, lo merita. Sponda accogliente, e sua più vera casa, tra una valigia e l’altra del suo peregrinare per il mondo a caccia di uomini e notizie.
Di questo, (e di questo suo essere sempre un inviato, davvero molto speciale, aggiungiamo noi) parla nel suo ultimo libro “Mille soli” (Arnoldo Mondadori Editore, 489 pagg., L.32.000). Una straordinaria cronaca professionale ed esistenziale, in cui alterna e intreccia ricordi di reportage e di storiche interviste con vicende personali.
L’appuntamento, però, un capitolo dopo l’altro, è sempre quello : “Le Grand Pin”, filo rosso della sua memoria di uomo e di scrittore.
La tenuta in provenza, del resto, nata sul retro di una Saint Tropez dei tempi non sospetti, cresce col consumarsi del suo inchiostro. Perché all’inizio, quello del giovane giornalista è solo un piccolo “mas” che sostituisce la cascina diroccata dell’acquisto. Tre piccole stanze in cui Lapierre e l’amico e collega americano Larry Collins, col quale dà vita a un ininterrotto sodalizio, ammucchiano la documentazione per il loro primo libro e primo successo : “Parigi brucia ?”.  Ma da allora crescono : “Un giorno ci sarebbe stata la sala da pranzo “Alle cinque della sera” - scrive infatti Lapierre, ricordando il battesimo delle stanze per ogni successo editoriale - il salotto “Gerusalemme, Gerusalemme”, la camera con terrazza “Stanotte, la libertà”, e perfino la piscina “Il quinto cavaliere”.”
Cronologia perfettamente utile anche allo snodarsi di questo suo ultimo libro. Le prime tappe sono infatti a Parigi, tra i suoi ricordi di bimbo e poi di soldato, e con l’emozione della nascente amicizia con Larry.
La Parigi assediata e minacciata dalla follia nazista, la città densa dei suoi primi ricordi, diventa infatti occasione, diciannove anni dopo, dello storico incontro con il generale che disobbedì a Hitler dall’ordine di distruggerla. Parigi non bruciò per decisione di Dietrich von Choltitz, il pensionato tranquillo che Larry e Dominique intervistano, già pensando a farne un più lungo racconto.
E tutto è avventura, in questo giornalismo : nel raggiungere i personaggi, come nell’indagarne i pensieri. Con maestria, Lapierre garantisce emozione in punta di penna. Autentica quanto quella che deve aver provato incontrando Caryl Chessman, condannato a morte per dodici anni ad un passo dalla camera a gas ; o inseguendo lo sfrontato trionfo di coraggio del Cordobes, l’insuperato mito delle corride di Spagna. Criminali o eroi, folli sognatori o pedine della storia, di tutti Lapierre rintraccia la forza inaudita di uomini. E vi intesse la propria.
Poi, come un’oasi, “Le Grand Pin”. E “Pom du Pin”, la splendida cavalla andalusa che strappa per quattro soldi al macello. Faticare al galoppo, può calmare lo spirito da mille pensieri.
 Mille. Come i soli, che però ci sono sempre al di là delle nuvole.  Proverbio indiano, questo, che ispira evidente il titolo. Traccia prima e costante di quell’altra scoperta che segnerà la sua professione e la sua vita.
L’India, cui va incontro con il bagaglio di sempre (nella fattispecie un taccuino da intingere nella storia ascoltando Indira Gandhi), sarà infatti più di ogni altro Paese esperienza esistenziale, terremoto dell’anima prima ancora che reportage.
Epicentro Calcutta : ma cancellatene il simulacro che ne rimbalza muto dai tiggì d’Occidente. Quella città che le immagini ripetute di tante tragedie hanno trasformato ai nostri occhi in un inferno virtuale, lontano e irrimediabile fino alla noia per le nostre coscienze, ritrova una dimensione autentica (la sola possibile), nella cronaca di Lapierre. L’autore de “La città della gioia”, è toccato come da una stimmate da quel luogo totale :di sofferenza e povertà, umanità e sorrisi.
E’ quella la città di Madre Teresa, più  volte ricordata in queste pagine, e citata nella sua essenziale filosofia : “...La vita è una lotta, accettala / La vita è una tragedia, affrontala corpo a corpo / La vita è un’avventura, rischiala...”
E’ quella la città che una volta attraversata ( ci piacerebbe scrivere, pensata) restituisce equilibrio e consapevolezza, aiuta a riconoscere i nostri privilegi, impone il ricordo di chi non può condividere la nostra agiatezza e felicità.
La vita è felicità, meritala / La vita è bellezza, ammirala...”  Il sognatore Lapierre non acquisterà mai una delle Rolls Royce cui guardava con occhi appassionati di bambino ; la tenuta di “Le Grand Pin”, l’abbiamo detto,  basterà ad una sua più adulta soddisfazione. Fino a quell’altra, ancora più grande, di disfarsene : “La difficile decisione di vendere il Grand Pin per liberare altre risorse necessarie a proseguire la nostra azione umanitaria in India - scrive infatti Lapierre - si è concretizzata senza troppa sofferenza.”
Il perché è racchiuso in quell’altro sogno che adesso insegue ( “La vita è un sogno, fanne realtà” ) : trasformare in una solida fondazione quella “Action pour les enfants des lepreux de Calcutta”  le cui mille attività per i più piccoli e più poveri dei poveri poggiano ora sulle sue sole spalle.
Un sogno per il (loro o nostro ?) futuro, insomma. E’ sempre stato testardo : c’è da giurarci che ce la farà.

                                         Rita Guidi

sabato 6 aprile 2019

VITTORIO BOTTEGO E A SUA 'AFRICA di Rita Guidi


E’ davvero solo un centenario ? 
Scadenza cronologica obbligata, o invece riapertura (e non solo ricordo) di una  lunga pagina di storia ?
Il dubbio, su queste manifestazioni dedicate a Vittorio Bottego, sembra essere d’obbligo. E lo condivide, ad esempio, Roberto Franchi, ideatore e regista del video, già presentato lo scorso martedì, sui luoghi dell’ufficiale ed esploratore parmigiano...
Il nostro è un tempo di viaggi - afferma - Reali o virtuali, è spesso lì che si dirige il desiderio più contemporaneo. Logico l’interesse che si può manifestare, allora, per questi primi autentici, coraggiosi viaggiatori. E dunque per uno tra i più celebri, come Bottego.”
Bottego, o dell’Africa ; alla quale dedicò anche uno sguardo curioso, come attestano, ad esempio, gli oggetti che volle portare con sé, al ritorno.
Cianfrusaglie preziose, che ora sono custodite al Museo Nazionale “Luigi Pigorini” di Roma, contraltare etnologico di quegli accenti invece più squisitamente naturalistici che saranno al centro della Mostra Documentaria che si inaugurerà domani nella nostra città.
“Vittorio  Bottego e le esplorazioni in Africa. 1897-1997” è infatti il titolo dell’iniziativa che aprirà i battenti al Museo di Storia Naturale, sabato alle 12 (e fino al 29 novembre), curata da Roberto Spocci con la consulenza di Manlio Bonati e Vittorio Parisi. Su alcuni piccoli schermi il documentario di Franchi, sarà anche lo scorrere della pellicola a echeggiare, in un tramite ideale, la suggestione esotica, insidiosa e invitante, di quel continente lontano : il passato, così simile al presente, dei luoghi ; gli sguardi contemporanei di quei popoli ; gli oggetti.
Gli oggetti del Museo, anche.
Sono circa centocinquanta, i pezzi della raccolta Bottego esposti nelle nostre sale - spiega la dottoressa Alessandra Cavalli Antinori, africanista e curatrice della “Collezione Africa” del Museo Pigorini - Un piccolo stralcio dei dodicimila pezzi ‘africani’ che a loro volta costituiscono una collezione tra le più piccole di questo Museo.”
Che infatti è Preistorico ed Etnografico, ma più l’uno che l’altro...
L’etnografia, almeno fino a una decina d’anni fa, era qualcosa di indefinito, di sconosciuto - spiega la Antinori - Lo dimostra ad esempio il fatto che anche noi ‘addetti ai lavori’ veniamo inglobati tra gli archeologi...Insomma ci sentiamo un po’ come dei clandestini. E ancor oggi, nonostante ci sia un nuovo e deciso interesse per questi studi, per i beni demologici come diciamo noi (e dunque per le tradizioni dei popoli) e quant’altro, capita spesso che i nostri visitatori si addentrino nelle sale preistoriche trascurando quelle etnografiche...”
‘Clandestino’ lo è forse, però anche il luogo : non più in centro città, dove lo aveva pensato il fondatore (Pigorini, parmigiano anche lui) nel 1876, è adesso invece in periferia...
Certo questo non aiuta - insiste la Antinori - Ed è un vero peccato perché abbiamo qui una splendida collezione (l’unica pubblica), al livello delle più grandi d’Europa ma praticamente sconosciuta agli italiani.”
Uno dei tanti tesori distratti, insomma, che ci arriva in gran parte da quanto lo stesso Pigorini raccolse nel giro di una quarantina d’anni anche dalle mani degli stessi esploratori di fine Ottocento.
E dunque anche da Bottego...
Lo sguardo, sarà bene precisarlo subito, è fortemente europeo - spiega la Antinori - Gran parte degli oggetti che ci sono pervenuti, infatti, rispecchia fortemente il gusto di chi visitava quei luoghi. Un filtro da tenere ben presente se vogliamo tentare di gettare una luce oggettiva sulla realtà africana. E dunque - prosegue - accanto ad una stragrande quantità di armi, le tracce di quella che definiamo come ‘cultura materiale’, anche questa presente seppure in misura minore all’attenzione di questi esploratori. Con qualche eccezione.”
Ad esempio ?
Ad esempio proprio Bottego. Uno dei pochissimi che precisavano con cura in qualche nota, il luogo, l’uso, i motivi della scelta di un determinato oggetto. Questo indica una sua autentica curiosità per l’Africa, e getta una luce diversa su di lui (supportata anche da quanto scriva nel suo primo libro) rispetto a quella che ci hanno lasciato i libri di storia.”
Un Bottego diverso. E forse anche un’Africa diversa, che ci ha lasciato in questa sala : c’è un rosario musulmano, con appesa una pinza per togliere le spine e una lama per farsi la barba ; o un turcasso a cui sono appesi altri oggetti tipici del corredo di un nomade, come un poggiatesta o arnesi per avvelenare le frecce o accendere il fuoco.  In un’altra, accanto, statuine e sculture dal  fascino intatto, così contemporaneo. C’è insomma anche un’idea che, volontariamente o no, consapevolmente o no, questi esploratori si sono ritrovati in tasca.
“Abbiamo cercato di sottolineare anche con l’allestimento, la raffinatezza e la profondità della cultura africana. Un discorso estetico e storico, attraverso questi oggetti che sono la testimonianza di culture scomparse, e insieme il termine utile ad un contemporaneo confronto. Di recente - sorride la Antinori - abbiamo aperto un’altra sala-Africa. Chi l’ha visitata è rimasto colpito, ha apprezzato, ci ha detto che sembrava di essere in America. Per farci un complimento...”

                                    Rita Guidi

giovedì 4 aprile 2019

BAS NAROK - L'AFRICA DI VITTORIO BOTTEGO di Rita Guidi


E’ solo un po’ meno nera la sua Africa. 
L’aria solcata dai Jet non ha certo, oggi, nessun confine tra i continenti. Ma è ugualmente infida e rovente.
Quel lembo d’inferno che accolse Vittorio Bottego nell’ultimo respiro d’Ottocento, non è diverso, ne’ lo sarà, da ciò che era nel Neolitico o diverrà nel Duemila.
E’ davvero, ancora, uno dei territori più difficili e pericolosi del nostro pianeta, quello verso il quale Bottego diresse le proprie esplorazioni - spiega Roberto Franchi  - Il clima, la natura, gli stessi uomini, rendono davvero la vita qui sempre e soprattutto avventura.”
Come lo è stata anche per lui e la sua troupe. Perché è proprio un ciak in quei luoghi, e insieme una esplorazione “proibita” in 8 mm, una pellicola impressionata dalla storia, quella di Roberto Franchi.
E’ lui l’ideatore e regista del video dal titolo “Cercando la grande acqua - L’Africa di Vittorio Bottego”, che verrà presentato alle 16.30 di martedì prossimo 21 ottobre , a Palazzo Sanvitale.  Occasione che appartiene all’articolato programma di incontri, convegni, manifestazioni, destinate a ricordare, a cento anni dalla scomparsa, la tempra dell’esploratore concittadino.
Il video, quindi, nasce sì da tutto questo, ma è nutrito anche da una prospettiva culturale più ampia...
Mi occupo da sempre di cinema, anche per tradizione familiare - spiega infatti Franchi - Però mi piacerebbe definirmi (con tutta la modestia del caso) un viaggiatore.”
E un viaggiatore d’Africa, aggiungiamo noi : figlio di quell’ Aldo Franchi protagonista della cinematografia documentaristica sull’Italia degli anni ‘50-’60 (e Leone d’Oro a Venezia), Roberto racconta di come la sua attività legata alla comunicazione d’immagini (soprattutto video industriali) si sia comunque ritagliata uno spazio più squisitamente culturale...
Se vogliamo catalogarla, è nel settore delle scienze umane, direi - precisa - Etnie, tradizioni, spiritualità dell’Africa, sono già state, per questo, oggetto delle mie riprese. Ho già in mente un prossimo progetto che riguarderà il Benin...Mi attrae, insomma la possibilità di ‘far apparire il lontano’ come ha detto qualcuno.”
E dunque più che mai l’Africa...
E dunque più che mai Bottego, - rincara Franchi -  figura decisamente rappresentativa, perché incarna un prototipo di esploratore, e insieme il personaggio più significativo per quel che riguarda le conoscenze ‘geografiche’ dell’epoca. E ancora, perché interpreta perfettamente il passaggio da esploratore a colonizzatore. Insomma, non si può non ‘inciampare’ in lui...
Tappa essenziale, quindi, questo parmigiano deciso quanto il suo sguardo, per introdursi (e bando alle polemiche) nel clima di queste pagine di storia che si fondono con l’imprudenza e la sfida, più o meno interessata più o meno calcolata...
Non dimentichiamo che tra gli ‘amateur’, come ci piace definire gli allora viaggiatori, Bottego era un privilegiato - chiarisce Franchi - Salvo la prima davvero eccezionale esperienza, che lo portò ad attraversare il deserto della Dancalia in una sfida all’insegna del coraggio, poi, nei territori del Giuba e dell’Omo, aveva al seguito una quantità di uomini e di mezzi. Insomma era preparato (un autodidatta che sapeva maneggiare strumenti sofisticati) e organizzatissimo per affrontare al meglio (relativamente all’epoca) le insidie di questi luoghi.”
I luoghi : e cioè quelli del video...
Sì. Siamo tornati negli stessi territori. - ricorda Franchi  - Quella regione dell’Omo che oggi, bando ai romanticismi, è anche meta di un certo turismo, con gli indigeni che si fanno fotografare a pagamento e così via !”
Meno pericolosa, quindi ?
No. E’ un tormento di caldo e siccità. Senza contare le insidie delle faide locali : noi non siamo riusciti a raggiungere il lago Turcana per il rischio che comportano queste lotte inter-tribali. E poi per il bracconaggio pesantissimo circolano troppe armi da fuoco, con conseguente degrado ambientale. Non abbiamo visto neanche un elefante.”
E il video documenta anche questo, in un aperto confronto tra passato e attualità...
Abbiamo voluto offrire al pubblico una finestra contemporanea sull’Africa percorsa da Bottego. E senza tralasciare l’aspetto antropologico - aggiunge Franchi - Non mancano infatti aspetti anche strutturali relativi a queste popolazioni : i loro ordinamenti sociali, il rapporto con il territorio o con gli avi, la spiritualità...”
Atmosfere non troppo diverse, certo, da quelle incontrate da Bottego. Come non diverso è il termine che in quella loro lingua definisce l’acqua : “Bas Narok”. Una parola sola, ma che ai loro occhi comprende tutto, lago o fiume, mare o oceano. Una parola che titola significativamente anche questo video.
L’Africa d’Ottocento era solo una linea costiera - spiega Franchi - L’interno era conosciuto un po’ di più solo dagli schiavisti. Sono proprio gli esploratori che cominciano a capire che per penetrare nel continente e raggiungerne le ricchezze, ci si doveva servire dei fiumi. Delle vie d’acqua.”
Per questo è una parola che sembra ossessione europea agli occhi degli indigeni. E si racconta di un ascaro che chiese a Bottego perché cercasse sempre l’acqua. Forse non ce n’era a casa sua ?
Piccolo fratello, in effetti, la Parma.
Qualche cenno anche alla nostra città, nelle riprese ?
A Parma abbiamo filmato qualcosa nella stanza di Bottego, ancor oggi intatta, nella villa di San Lazzaro. Della casa natale nulla ; ma del resto non vi rimane che una lapide.”
Ma non è del fatto che venga “spolverata” o meno che si preoccupa Franchi...
Bottego è davvero la punta di un iceberg su un universo storico e umano troppo dimenticato. La conoscenza non è mai una nemica. Sarebbe bello che, anche sull’onda di queste manifestazioni, Parma potesse rappresentare lo stimolo giusto per riprendere questi studi.”

                                    Rita Guidi

martedì 2 aprile 2019

CACCIATORI DI NOTTE (F.TUENA) di Rita Guidi


Il lupo mannaro indossa scarpe da tennis e lunghi artigli, nelle notti di luna piena. Inconsapevole e dannato, strazia i corpi delle sue prede seminando un panico sordo e leggendario nel piccolo paese in cui vive...
Storia di licantropi, insomma, questo “Cacciatori di notte” di Filippo Tuena ((Longanesi & C., 233 pagg., L.26.000). Eppure romanzo assai più che giallo. Eppure intriso di echi ancestrali ( e rurali) assai più che disposto a scivolare nell’orrore gratuito di tanta gratuita letteratura di oggi.
Perché il perno di questo narrare è su ciò che si è stati, si è, e si diventerà. Anamorfosi esistenti. Oggetti del tempo. Sullo scorrere, appena tangibile ma inesorabilmente e profondamente misterioso della apparente realtà.
C’è un tempo per la sera alla luce delle stelle - recita non a caso la citazione introduttiva dai Quattro Quartetti di Eliot - Un tempo per la sera alla luce del lume (La sera che si passa con l’album delle fotografie”
E dalla foto di una zia (dimenticata ? mai conosciuta ?), e dal suo lascito “post mortem”, prende il via la narrazione. Pendolo fisso, da quell’istante, su di un’altra vicenda che, con quell’esatta casualità di cui è capace il caso, diventerà il nucleo primo del libro.
Storia più antica, ma non troppo, di quanto accadde in un piccolo luogo di mare, vicino Roma. Come in ogni piccolo paese, i segreti e le bugie, come in qualche paese, la morte. Violenta e irrisolta, trascina a se’ un cacciatore di notte, un uomo il cui nome è legato alla fama di chi guarisce i licantropi, chè quello, pare, è il terribile marchio dell’assassino.
La caccia è dunque verso quella metamorfosi orrenda, attraverso lo scorrere gradevole e consueto di una lunga serie ben ritratta di personaggi. Ma il fascino e la peculiarità del libro è nel riflettere sulla metamorfosi stessa. Sul crocevia continuo di passato e presente (e futuro) evidente nel volto di tutti.
Questione di tempo, insomma. Anamorfosi : è questo infatti il genere di dipinto  (un Dorian Gray rovesciato, un ritratto che “prevede” l’immagine futura del volto di una persona) su cui opportunamente e curiosamente si raccordano le due vicende interne al romanzo. Non a caso arte, materia della quale, del resto, lo stesso autore è esperto.
Certamente anche per questo, in un dialogo della vicenda, si ricorda Picasso e il suo ritratto di Gertrude Stein. “Non gli somiglia ? - si racconta abbia detto Picasso a chi glielo rimproverava - Non importa. Prima o poi sarà Madame Stein che finirà per assomigliargli.” O Rembrandt, che si inflisse (sì, si inflisse, come ripete sulla pagina l’autore) un’estenuante e impietosa serie di ritratti.
Questioni di tempo.
Davvero - fa dire Tuena al protagonista verso le pagine conclusive del libro - far professione di memoria è inventarla, proiettarla nel futuro ? ...Si. C’è un tempo per il mistero di quel che ci attende e un tempo per il mistero di quel che abbiamo vissuto...”
Il racconto raccontato, una delle due vicende del libro, invade, alla fine, la scrittura presente ; ieri e oggi si toccano, il cerchio si chiude. E’ solo questione di tempo, perché sia di nuovo tempo di caccia.


                               Rita Guidi