martedì 9 aprile 2019

LA LAMA SOTTILE (P.PULLMAN) di Rita Guidi


Sfiora la realtà e la solleva in volo, lo straordinario romanzo di Philip Pullman “La lama sottile” (Salani Editore, 290 pagg., L.28.000). Secondo appuntamento di una trilogia che inserire nel genere “fantasy” sarebbe quantomeno riduttivo, il volume fa seguito al successo de “La bussola d’oro”, e precede il già attesissimo momento finale.
Perché è un’avventura che dimora più in alto, quella di questo autore inglese di Oxford, insegnante e padre di due figli, che al mondo dei ragazzi ha dedicato numerosi altri racconti e ottenuto prestigiosi riconoscimenti. E proprio due ragazzi, con i quali ha una evidente dimestichezza, sono anche i protagonisti di questa intrigante vicenda ; ma i lettori sono assolutamente tutti. La fantasia, alla quale Pullman rinvia e attinge, è inquietantemente quella di tutti. Come se parlasse, distillasse, concretizzasse nel susseguirsi avvincente di pagine fantastiche, quello che ognuno di noi, in sogno o ad occhi aperti, ha almeno una volta immaginato.
Fantasy da deja-vu, verrebbe da dire allora ; o cenni epici, se questo non sembra esagerare. 
Del resto, i richiami alla dimensione classica, fosse solo nell’etimologia dei nomi, o a certa fascinosa e mitica letteratura come “Il paradiso perduto” di Milton, decisamente non mancano.  Compreso Keats : “Devi essere capace di accettare di trovarti in mezzo a incertezze, misteri, dubbi - è infatti la citazione che legge Will, il piccolo protagonista - senza metterti irosamente a dar la caccia a fatti e ragioni...”
E’ questa la lunghezza d’onda poetica e necessaria ad infilarsi nelle accoglienti pagine di questo libro ; perno, anche, della sua verità. 
 La verità : questione complessa, ma per la quale Lyra Linguargentina, l’altra bimba protagonista ha un preziosissimo aiuto ; possiede quell’aletiometro (la evidente radice è greca), quella bussola d’oro conquistata nel volume precedente, il cui Nord equivale al vero cui lei è destinata.
Strumento non dell’altro mondo, ma di un altro mondo...Perché il filo di questa seconda avventura si snoda negli squarci tra universi paralleli che rimettono in gioco equilibri tra forze ancestrali. Tra Ordini e Disordini che dovranno trovare nuove stabilità.
Will ha la fortuna di scoprirne un passaggio : fortuna intesa anche questa in senso classico. E’ il suo destino, cioè. L’inizio di ciò che farà e di ciò che diventerà. Obbediente suo malgrado a una parte tanto più grande di lui.
Più che vere, emozionanti, in questo senso, le pagine dell’autore che rintracciano insieme la normale fragilità, stanchezza, desiderio infinito di protezione di questi ragazzini ; eppure il loro magico dover essere, eroi per forza in difesa di un padre o di una madre, dei propri affetti e di loro stessi.
Feriti e stanchi, Will e Lyra lottano caparbi contro ciò che vedono ingiusto, forti dello stesso istinto anche se figli di mondi diversi. Una lotta difficile : il Male e il Bene sono forze confuse in questo aprirsi e richiudersi di mondi, ed è ciò che confonde, sorprende e affascina del libro ; come l’eterno dubbio sui confini umani della libertà e della conoscenza.
 Per questo ci sono, qui, luoghi di streghe buone e di madri crudeli, di sciamani e di angeli.
 Un nemico è però certo, evidente, individuato. Quegli Spettri dell’Indifferenza che popolano invisibili un luogo in cui sopravvivono solo i ragazzi. La loro inconsapevolezza e innocenza li salva fino alle soglie dell’adolescenza, quando questi mostri implacabili succhieranno loro l’interesse consapevole e informato verso il mondo, e li trasformeranno in morti in vita.
Una morale e un allarme, un invito, non mancano insomma in queste pagine. Come la preoccupazione, perché una delle tante realtà parallele ha già subìto questa letale invasione. Ed è solo uno dei tanti pericoli che incombe ora anche su tutte le altre, su tutti noi.
Solo la “lama sottile” può tagliare e ricomporre gli squarci tra esse. Un coltello magico di  cui Will ha la chiave. E’ a lui, a un bambino, allora che dovremo guardare. Possiede l’innocenza necessaria a proteggerlo dagli spettri ; il sollievo dalle ferite che un padre ritrovato gli ha donato insieme al proprio mantello, prima di morire ; e la forza che gli viene dagli affetti più  veri che fino alo stremo è pronto a difendere. In mano ha il magico coltello ed è pronto ad accettare il mistero, a non accanirsi a caccia di ragioni... Sì. E’ a lui che potrà essere il caso di affidarsi, nella grande guerra che si sta preparando lassù, nei cieli del Nord.

                                    Rita Guidi 

domenica 7 aprile 2019

MILLE SOLI (D.LAPIERRE) di Rita Guidi


Il suo e’ un sogno di quelli che costano : qualche ettaro di paradiso in terra di provenza. Saint Tropez versione campagna, con quella luce bella come la pazzia di chi l’ha dipinta ; e pini ombrosi con una chioma grande di secoli.
Ma a Dominique Lapierre piace sognare fino alla testardaggine. Il celeberrimo autore de “La città della gioia”, allora imberbe cronista di “Paris Match”, scova l’unica occasione vicina alle sue tasche. Pendolare da Parigi alla costa in orari impossibili, per strappare un accordo al proprietario quando, più o meno attorno all’alba, è ancora sobrio, Lapierre lo ottiene pronosticando nuovi buchi alla cinghia e anticipi d’un paio d’anni sullo stipendio.
“Le Grand Pin”, questo il nome che darà al suo acquisto, lo merita. Sponda accogliente, e sua più vera casa, tra una valigia e l’altra del suo peregrinare per il mondo a caccia di uomini e notizie.
Di questo, (e di questo suo essere sempre un inviato, davvero molto speciale, aggiungiamo noi) parla nel suo ultimo libro “Mille soli” (Arnoldo Mondadori Editore, 489 pagg., L.32.000). Una straordinaria cronaca professionale ed esistenziale, in cui alterna e intreccia ricordi di reportage e di storiche interviste con vicende personali.
L’appuntamento, però, un capitolo dopo l’altro, è sempre quello : “Le Grand Pin”, filo rosso della sua memoria di uomo e di scrittore.
La tenuta in provenza, del resto, nata sul retro di una Saint Tropez dei tempi non sospetti, cresce col consumarsi del suo inchiostro. Perché all’inizio, quello del giovane giornalista è solo un piccolo “mas” che sostituisce la cascina diroccata dell’acquisto. Tre piccole stanze in cui Lapierre e l’amico e collega americano Larry Collins, col quale dà vita a un ininterrotto sodalizio, ammucchiano la documentazione per il loro primo libro e primo successo : “Parigi brucia ?”.  Ma da allora crescono : “Un giorno ci sarebbe stata la sala da pranzo “Alle cinque della sera” - scrive infatti Lapierre, ricordando il battesimo delle stanze per ogni successo editoriale - il salotto “Gerusalemme, Gerusalemme”, la camera con terrazza “Stanotte, la libertà”, e perfino la piscina “Il quinto cavaliere”.”
Cronologia perfettamente utile anche allo snodarsi di questo suo ultimo libro. Le prime tappe sono infatti a Parigi, tra i suoi ricordi di bimbo e poi di soldato, e con l’emozione della nascente amicizia con Larry.
La Parigi assediata e minacciata dalla follia nazista, la città densa dei suoi primi ricordi, diventa infatti occasione, diciannove anni dopo, dello storico incontro con il generale che disobbedì a Hitler dall’ordine di distruggerla. Parigi non bruciò per decisione di Dietrich von Choltitz, il pensionato tranquillo che Larry e Dominique intervistano, già pensando a farne un più lungo racconto.
E tutto è avventura, in questo giornalismo : nel raggiungere i personaggi, come nell’indagarne i pensieri. Con maestria, Lapierre garantisce emozione in punta di penna. Autentica quanto quella che deve aver provato incontrando Caryl Chessman, condannato a morte per dodici anni ad un passo dalla camera a gas ; o inseguendo lo sfrontato trionfo di coraggio del Cordobes, l’insuperato mito delle corride di Spagna. Criminali o eroi, folli sognatori o pedine della storia, di tutti Lapierre rintraccia la forza inaudita di uomini. E vi intesse la propria.
Poi, come un’oasi, “Le Grand Pin”. E “Pom du Pin”, la splendida cavalla andalusa che strappa per quattro soldi al macello. Faticare al galoppo, può calmare lo spirito da mille pensieri.
 Mille. Come i soli, che però ci sono sempre al di là delle nuvole.  Proverbio indiano, questo, che ispira evidente il titolo. Traccia prima e costante di quell’altra scoperta che segnerà la sua professione e la sua vita.
L’India, cui va incontro con il bagaglio di sempre (nella fattispecie un taccuino da intingere nella storia ascoltando Indira Gandhi), sarà infatti più di ogni altro Paese esperienza esistenziale, terremoto dell’anima prima ancora che reportage.
Epicentro Calcutta : ma cancellatene il simulacro che ne rimbalza muto dai tiggì d’Occidente. Quella città che le immagini ripetute di tante tragedie hanno trasformato ai nostri occhi in un inferno virtuale, lontano e irrimediabile fino alla noia per le nostre coscienze, ritrova una dimensione autentica (la sola possibile), nella cronaca di Lapierre. L’autore de “La città della gioia”, è toccato come da una stimmate da quel luogo totale :di sofferenza e povertà, umanità e sorrisi.
E’ quella la città di Madre Teresa, più  volte ricordata in queste pagine, e citata nella sua essenziale filosofia : “...La vita è una lotta, accettala / La vita è una tragedia, affrontala corpo a corpo / La vita è un’avventura, rischiala...”
E’ quella la città che una volta attraversata ( ci piacerebbe scrivere, pensata) restituisce equilibrio e consapevolezza, aiuta a riconoscere i nostri privilegi, impone il ricordo di chi non può condividere la nostra agiatezza e felicità.
La vita è felicità, meritala / La vita è bellezza, ammirala...”  Il sognatore Lapierre non acquisterà mai una delle Rolls Royce cui guardava con occhi appassionati di bambino ; la tenuta di “Le Grand Pin”, l’abbiamo detto,  basterà ad una sua più adulta soddisfazione. Fino a quell’altra, ancora più grande, di disfarsene : “La difficile decisione di vendere il Grand Pin per liberare altre risorse necessarie a proseguire la nostra azione umanitaria in India - scrive infatti Lapierre - si è concretizzata senza troppa sofferenza.”
Il perché è racchiuso in quell’altro sogno che adesso insegue ( “La vita è un sogno, fanne realtà” ) : trasformare in una solida fondazione quella “Action pour les enfants des lepreux de Calcutta”  le cui mille attività per i più piccoli e più poveri dei poveri poggiano ora sulle sue sole spalle.
Un sogno per il (loro o nostro ?) futuro, insomma. E’ sempre stato testardo : c’è da giurarci che ce la farà.

                                         Rita Guidi

sabato 6 aprile 2019

VITTORIO BOTTEGO E A SUA 'AFRICA di Rita Guidi


E’ davvero solo un centenario ? 
Scadenza cronologica obbligata, o invece riapertura (e non solo ricordo) di una  lunga pagina di storia ?
Il dubbio, su queste manifestazioni dedicate a Vittorio Bottego, sembra essere d’obbligo. E lo condivide, ad esempio, Roberto Franchi, ideatore e regista del video, già presentato lo scorso martedì, sui luoghi dell’ufficiale ed esploratore parmigiano...
Il nostro è un tempo di viaggi - afferma - Reali o virtuali, è spesso lì che si dirige il desiderio più contemporaneo. Logico l’interesse che si può manifestare, allora, per questi primi autentici, coraggiosi viaggiatori. E dunque per uno tra i più celebri, come Bottego.”
Bottego, o dell’Africa ; alla quale dedicò anche uno sguardo curioso, come attestano, ad esempio, gli oggetti che volle portare con sé, al ritorno.
Cianfrusaglie preziose, che ora sono custodite al Museo Nazionale “Luigi Pigorini” di Roma, contraltare etnologico di quegli accenti invece più squisitamente naturalistici che saranno al centro della Mostra Documentaria che si inaugurerà domani nella nostra città.
“Vittorio  Bottego e le esplorazioni in Africa. 1897-1997” è infatti il titolo dell’iniziativa che aprirà i battenti al Museo di Storia Naturale, sabato alle 12 (e fino al 29 novembre), curata da Roberto Spocci con la consulenza di Manlio Bonati e Vittorio Parisi. Su alcuni piccoli schermi il documentario di Franchi, sarà anche lo scorrere della pellicola a echeggiare, in un tramite ideale, la suggestione esotica, insidiosa e invitante, di quel continente lontano : il passato, così simile al presente, dei luoghi ; gli sguardi contemporanei di quei popoli ; gli oggetti.
Gli oggetti del Museo, anche.
Sono circa centocinquanta, i pezzi della raccolta Bottego esposti nelle nostre sale - spiega la dottoressa Alessandra Cavalli Antinori, africanista e curatrice della “Collezione Africa” del Museo Pigorini - Un piccolo stralcio dei dodicimila pezzi ‘africani’ che a loro volta costituiscono una collezione tra le più piccole di questo Museo.”
Che infatti è Preistorico ed Etnografico, ma più l’uno che l’altro...
L’etnografia, almeno fino a una decina d’anni fa, era qualcosa di indefinito, di sconosciuto - spiega la Antinori - Lo dimostra ad esempio il fatto che anche noi ‘addetti ai lavori’ veniamo inglobati tra gli archeologi...Insomma ci sentiamo un po’ come dei clandestini. E ancor oggi, nonostante ci sia un nuovo e deciso interesse per questi studi, per i beni demologici come diciamo noi (e dunque per le tradizioni dei popoli) e quant’altro, capita spesso che i nostri visitatori si addentrino nelle sale preistoriche trascurando quelle etnografiche...”
‘Clandestino’ lo è forse, però anche il luogo : non più in centro città, dove lo aveva pensato il fondatore (Pigorini, parmigiano anche lui) nel 1876, è adesso invece in periferia...
Certo questo non aiuta - insiste la Antinori - Ed è un vero peccato perché abbiamo qui una splendida collezione (l’unica pubblica), al livello delle più grandi d’Europa ma praticamente sconosciuta agli italiani.”
Uno dei tanti tesori distratti, insomma, che ci arriva in gran parte da quanto lo stesso Pigorini raccolse nel giro di una quarantina d’anni anche dalle mani degli stessi esploratori di fine Ottocento.
E dunque anche da Bottego...
Lo sguardo, sarà bene precisarlo subito, è fortemente europeo - spiega la Antinori - Gran parte degli oggetti che ci sono pervenuti, infatti, rispecchia fortemente il gusto di chi visitava quei luoghi. Un filtro da tenere ben presente se vogliamo tentare di gettare una luce oggettiva sulla realtà africana. E dunque - prosegue - accanto ad una stragrande quantità di armi, le tracce di quella che definiamo come ‘cultura materiale’, anche questa presente seppure in misura minore all’attenzione di questi esploratori. Con qualche eccezione.”
Ad esempio ?
Ad esempio proprio Bottego. Uno dei pochissimi che precisavano con cura in qualche nota, il luogo, l’uso, i motivi della scelta di un determinato oggetto. Questo indica una sua autentica curiosità per l’Africa, e getta una luce diversa su di lui (supportata anche da quanto scriva nel suo primo libro) rispetto a quella che ci hanno lasciato i libri di storia.”
Un Bottego diverso. E forse anche un’Africa diversa, che ci ha lasciato in questa sala : c’è un rosario musulmano, con appesa una pinza per togliere le spine e una lama per farsi la barba ; o un turcasso a cui sono appesi altri oggetti tipici del corredo di un nomade, come un poggiatesta o arnesi per avvelenare le frecce o accendere il fuoco.  In un’altra, accanto, statuine e sculture dal  fascino intatto, così contemporaneo. C’è insomma anche un’idea che, volontariamente o no, consapevolmente o no, questi esploratori si sono ritrovati in tasca.
“Abbiamo cercato di sottolineare anche con l’allestimento, la raffinatezza e la profondità della cultura africana. Un discorso estetico e storico, attraverso questi oggetti che sono la testimonianza di culture scomparse, e insieme il termine utile ad un contemporaneo confronto. Di recente - sorride la Antinori - abbiamo aperto un’altra sala-Africa. Chi l’ha visitata è rimasto colpito, ha apprezzato, ci ha detto che sembrava di essere in America. Per farci un complimento...”

                                    Rita Guidi

giovedì 4 aprile 2019

BAS NAROK - L'AFRICA DI VITTORIO BOTTEGO di Rita Guidi


E’ solo un po’ meno nera la sua Africa. 
L’aria solcata dai Jet non ha certo, oggi, nessun confine tra i continenti. Ma è ugualmente infida e rovente.
Quel lembo d’inferno che accolse Vittorio Bottego nell’ultimo respiro d’Ottocento, non è diverso, ne’ lo sarà, da ciò che era nel Neolitico o diverrà nel Duemila.
E’ davvero, ancora, uno dei territori più difficili e pericolosi del nostro pianeta, quello verso il quale Bottego diresse le proprie esplorazioni - spiega Roberto Franchi  - Il clima, la natura, gli stessi uomini, rendono davvero la vita qui sempre e soprattutto avventura.”
Come lo è stata anche per lui e la sua troupe. Perché è proprio un ciak in quei luoghi, e insieme una esplorazione “proibita” in 8 mm, una pellicola impressionata dalla storia, quella di Roberto Franchi.
E’ lui l’ideatore e regista del video dal titolo “Cercando la grande acqua - L’Africa di Vittorio Bottego”, che verrà presentato alle 16.30 di martedì prossimo 21 ottobre , a Palazzo Sanvitale.  Occasione che appartiene all’articolato programma di incontri, convegni, manifestazioni, destinate a ricordare, a cento anni dalla scomparsa, la tempra dell’esploratore concittadino.
Il video, quindi, nasce sì da tutto questo, ma è nutrito anche da una prospettiva culturale più ampia...
Mi occupo da sempre di cinema, anche per tradizione familiare - spiega infatti Franchi - Però mi piacerebbe definirmi (con tutta la modestia del caso) un viaggiatore.”
E un viaggiatore d’Africa, aggiungiamo noi : figlio di quell’ Aldo Franchi protagonista della cinematografia documentaristica sull’Italia degli anni ‘50-’60 (e Leone d’Oro a Venezia), Roberto racconta di come la sua attività legata alla comunicazione d’immagini (soprattutto video industriali) si sia comunque ritagliata uno spazio più squisitamente culturale...
Se vogliamo catalogarla, è nel settore delle scienze umane, direi - precisa - Etnie, tradizioni, spiritualità dell’Africa, sono già state, per questo, oggetto delle mie riprese. Ho già in mente un prossimo progetto che riguarderà il Benin...Mi attrae, insomma la possibilità di ‘far apparire il lontano’ come ha detto qualcuno.”
E dunque più che mai l’Africa...
E dunque più che mai Bottego, - rincara Franchi -  figura decisamente rappresentativa, perché incarna un prototipo di esploratore, e insieme il personaggio più significativo per quel che riguarda le conoscenze ‘geografiche’ dell’epoca. E ancora, perché interpreta perfettamente il passaggio da esploratore a colonizzatore. Insomma, non si può non ‘inciampare’ in lui...
Tappa essenziale, quindi, questo parmigiano deciso quanto il suo sguardo, per introdursi (e bando alle polemiche) nel clima di queste pagine di storia che si fondono con l’imprudenza e la sfida, più o meno interessata più o meno calcolata...
Non dimentichiamo che tra gli ‘amateur’, come ci piace definire gli allora viaggiatori, Bottego era un privilegiato - chiarisce Franchi - Salvo la prima davvero eccezionale esperienza, che lo portò ad attraversare il deserto della Dancalia in una sfida all’insegna del coraggio, poi, nei territori del Giuba e dell’Omo, aveva al seguito una quantità di uomini e di mezzi. Insomma era preparato (un autodidatta che sapeva maneggiare strumenti sofisticati) e organizzatissimo per affrontare al meglio (relativamente all’epoca) le insidie di questi luoghi.”
I luoghi : e cioè quelli del video...
Sì. Siamo tornati negli stessi territori. - ricorda Franchi  - Quella regione dell’Omo che oggi, bando ai romanticismi, è anche meta di un certo turismo, con gli indigeni che si fanno fotografare a pagamento e così via !”
Meno pericolosa, quindi ?
No. E’ un tormento di caldo e siccità. Senza contare le insidie delle faide locali : noi non siamo riusciti a raggiungere il lago Turcana per il rischio che comportano queste lotte inter-tribali. E poi per il bracconaggio pesantissimo circolano troppe armi da fuoco, con conseguente degrado ambientale. Non abbiamo visto neanche un elefante.”
E il video documenta anche questo, in un aperto confronto tra passato e attualità...
Abbiamo voluto offrire al pubblico una finestra contemporanea sull’Africa percorsa da Bottego. E senza tralasciare l’aspetto antropologico - aggiunge Franchi - Non mancano infatti aspetti anche strutturali relativi a queste popolazioni : i loro ordinamenti sociali, il rapporto con il territorio o con gli avi, la spiritualità...”
Atmosfere non troppo diverse, certo, da quelle incontrate da Bottego. Come non diverso è il termine che in quella loro lingua definisce l’acqua : “Bas Narok”. Una parola sola, ma che ai loro occhi comprende tutto, lago o fiume, mare o oceano. Una parola che titola significativamente anche questo video.
L’Africa d’Ottocento era solo una linea costiera - spiega Franchi - L’interno era conosciuto un po’ di più solo dagli schiavisti. Sono proprio gli esploratori che cominciano a capire che per penetrare nel continente e raggiungerne le ricchezze, ci si doveva servire dei fiumi. Delle vie d’acqua.”
Per questo è una parola che sembra ossessione europea agli occhi degli indigeni. E si racconta di un ascaro che chiese a Bottego perché cercasse sempre l’acqua. Forse non ce n’era a casa sua ?
Piccolo fratello, in effetti, la Parma.
Qualche cenno anche alla nostra città, nelle riprese ?
A Parma abbiamo filmato qualcosa nella stanza di Bottego, ancor oggi intatta, nella villa di San Lazzaro. Della casa natale nulla ; ma del resto non vi rimane che una lapide.”
Ma non è del fatto che venga “spolverata” o meno che si preoccupa Franchi...
Bottego è davvero la punta di un iceberg su un universo storico e umano troppo dimenticato. La conoscenza non è mai una nemica. Sarebbe bello che, anche sull’onda di queste manifestazioni, Parma potesse rappresentare lo stimolo giusto per riprendere questi studi.”

                                    Rita Guidi

martedì 2 aprile 2019

CACCIATORI DI NOTTE (F.TUENA) di Rita Guidi


Il lupo mannaro indossa scarpe da tennis e lunghi artigli, nelle notti di luna piena. Inconsapevole e dannato, strazia i corpi delle sue prede seminando un panico sordo e leggendario nel piccolo paese in cui vive...
Storia di licantropi, insomma, questo “Cacciatori di notte” di Filippo Tuena ((Longanesi & C., 233 pagg., L.26.000). Eppure romanzo assai più che giallo. Eppure intriso di echi ancestrali ( e rurali) assai più che disposto a scivolare nell’orrore gratuito di tanta gratuita letteratura di oggi.
Perché il perno di questo narrare è su ciò che si è stati, si è, e si diventerà. Anamorfosi esistenti. Oggetti del tempo. Sullo scorrere, appena tangibile ma inesorabilmente e profondamente misterioso della apparente realtà.
C’è un tempo per la sera alla luce delle stelle - recita non a caso la citazione introduttiva dai Quattro Quartetti di Eliot - Un tempo per la sera alla luce del lume (La sera che si passa con l’album delle fotografie”
E dalla foto di una zia (dimenticata ? mai conosciuta ?), e dal suo lascito “post mortem”, prende il via la narrazione. Pendolo fisso, da quell’istante, su di un’altra vicenda che, con quell’esatta casualità di cui è capace il caso, diventerà il nucleo primo del libro.
Storia più antica, ma non troppo, di quanto accadde in un piccolo luogo di mare, vicino Roma. Come in ogni piccolo paese, i segreti e le bugie, come in qualche paese, la morte. Violenta e irrisolta, trascina a se’ un cacciatore di notte, un uomo il cui nome è legato alla fama di chi guarisce i licantropi, chè quello, pare, è il terribile marchio dell’assassino.
La caccia è dunque verso quella metamorfosi orrenda, attraverso lo scorrere gradevole e consueto di una lunga serie ben ritratta di personaggi. Ma il fascino e la peculiarità del libro è nel riflettere sulla metamorfosi stessa. Sul crocevia continuo di passato e presente (e futuro) evidente nel volto di tutti.
Questione di tempo, insomma. Anamorfosi : è questo infatti il genere di dipinto  (un Dorian Gray rovesciato, un ritratto che “prevede” l’immagine futura del volto di una persona) su cui opportunamente e curiosamente si raccordano le due vicende interne al romanzo. Non a caso arte, materia della quale, del resto, lo stesso autore è esperto.
Certamente anche per questo, in un dialogo della vicenda, si ricorda Picasso e il suo ritratto di Gertrude Stein. “Non gli somiglia ? - si racconta abbia detto Picasso a chi glielo rimproverava - Non importa. Prima o poi sarà Madame Stein che finirà per assomigliargli.” O Rembrandt, che si inflisse (sì, si inflisse, come ripete sulla pagina l’autore) un’estenuante e impietosa serie di ritratti.
Questioni di tempo.
Davvero - fa dire Tuena al protagonista verso le pagine conclusive del libro - far professione di memoria è inventarla, proiettarla nel futuro ? ...Si. C’è un tempo per il mistero di quel che ci attende e un tempo per il mistero di quel che abbiamo vissuto...”
Il racconto raccontato, una delle due vicende del libro, invade, alla fine, la scrittura presente ; ieri e oggi si toccano, il cerchio si chiude. E’ solo questione di tempo, perché sia di nuovo tempo di caccia.


                               Rita Guidi

lunedì 1 aprile 2019

IL SENSO DELL'ESISTENZA (DALAI LAMA) di Rita Guidi



Scambiare la realtà per qualcosa di vero. 
Questo è il nostro errore. Suprema ignoranza, per il credo buddhista, da cui originano tutti i dolori.
E vacuità ed essenza, dolore e serenità, sono proprio al centro del volume “Il senso dell’esistenza”, il cui autore è il Dalai Lama in persona (Rizzoli Ed., 151 pagg., L.24.000). Lettura impegnativa quanto il titolo, la trattazione si snoda sul percorso spontaneo di una serie di conferenze tenute dal Nobel tibetano alla Camden Hall di Londra. Tre giorni e cinque sessioni per confrontarsi su una certa idea della vita. Con semplicità e rigore. Praticità e sorriso (a chi avesse dei dubbi segnaliamo che l’introduzione è di Richard Gere).
Martedì : sguardo sull’orizzonte del mondo. Dalla prospettiva di questo lembo di terra d’Oriente, c’è la preoccupazione per le sofferenze di tutti. E la lucidità per quel meccanismo esatto che le produce.
Dicevamo, no ?, dell’ignoranza. E’ lei che confonde le nostre prospettive. Ci illude di desideri, come se le cose possedessero una propria intima essenza. Ci fa scambiare il vuoto di tutti i piccoli oggetti che quotidianamente inseguiamo, per qualcosa di “vero”, come se fossero realmente utili al nostro vivere.
Non è che la vita ‘sia’ un’illusione - spiega il Dalai Lama - è ‘come’ un’illusione. Per esempio, una cosa effettivamente transitoria può apparire permanente ; può succedere anche, a volte, che delle fonti di dolore ci appaiano come fonti di piacere. Sono esempi del conflitto tra come le cose sono in realtà e come ci appaiono. In relazione alla realtà ultima - prosegue il Dalai Lama - gli oggetti sembrano esistere intrinsecamente, ma in verità mancano di questa esistenza intrinseca.”
Non saperlo è dolore. Per questo, attorno alla preziosità di questo insegnamento, è fiorita una leggenda. E si racconta del dono splendido di una veste tempestata di gioielli, di un re ad un altro re. Assai più “povero”, quest’ultimo, non sapendo come ricambiare, chiese aiuto al Buddha. Il consiglio fu di inviargli un grande dipinto, che raffigurasse la ruota dell’esistenza ciclica. E “si dice - conclude la leggenda - che dopo aver ricevuto e studiato il dipinto, il re abbia attinto la comprensione.”
Ricchezza non confrontabile, in quel dipinto l’ignoranza è raffigurata da un vecchio cieco e zoppo. Ed è solo una delle dodici immagini che simboleggiano gli altrettanti anelli fonte del dolore umano. Un’iconografia complessa per un ciclo esatto. La visione buddista, del resto, ha un rigore davvero matematico.
“Uno studioso buddhista dell’Occidente - afferma infatti il Dalai Lama - mi ha detto che il buddhismo non è una religione : è un tipo di scienza mentale.”
Opinione lecita, nel momento in cui ad ogni azione si riconosce un preciso effetto, ed è la mente, il pensiero, la volontà, a giocare un ruolo essenziale.
Ad esempio per come uscire da questo circolo vizioso, e far crescere la vita fino ad annullarla. Il mercoledì dice queste risposte. Una pratica non facile ma possibile. Vincere l’ignoranza, non soccombere alla collera e all’aggressività, sfuggire alla brama e all’odio, sembrano, nelle parole quiete e senza enfasi del Dalai Lama, sentieri da percorrere innanzitutto per se stessi. Egoisticamente, verrebbe da dire, se non fosse che proprio dall’egoismo conducono a salvarsi. Perché desiderare, se questo provoca in noi sofferenza ? Perché odiare un nostro nemico, se è invece a lui che dobbiamo la nostra capacità di sapere o meno operare la carità e la pazienza ?
La pazienza. E’ questa una delle sei perfezioni ricordate dal Dalai Lama, il giovedì. E forse la prima da inseguire, per non rinascere in un corpo più brutto, in un animale più basso, in uno spettro infernale, come dice chi appartiene a questo credo.  O semplicemente (e finalmente) per vivere, come possiamo dire tutti.
Se posso fare qualcosa per rimediare ad una certa situazione, perché preoccuparmi ? Se invece non posso farci niente, nemmeno preoccuparmi può servire a qualcosa...
E’ questa saggezza tranquilla, che affiora dopo queste pagine. La voglia che resti. Per questo è un libro che può essere utile. Soprattutto a chi buddhista non lo è e tantomeno pensa di diventarlo. Il Dalai Lama ha qualcos’altro in mente, ed emerge chiaro dalla spontaneità (a tratti ironica e sorridente) con cui risponde alle domande degli intervenuti a quell’incontro, e qui fedelmente trascritte da Olivia Crosio che cura l’intera traduzione. C’è qualcosa che ovunque e sempre, nell’Occidente quotidiano come nello spiritualissimo Tibet, può essere utile a qualsiasi uomo. Con il ragionamento o con la fede, per un improvviso desiderio, o attraverso un lento cammino, il vero senso dell’esistenza è una meta certa per la serenità e la saggezza di tutti.

                               Rita Guidi

domenica 31 marzo 2019

STORIE DELL'ALTRO MONDO (V.ZUCCONI) di Rita Guidi


Tutto lo spazio che passa tra due oceani. L’America è grande quanto un immenso contenitore di luoghi e di persone. Caleidoscopio di umanità ; luci, ma anche tante  ombre di troppe combinazioni.
Gli States sono questo. E sono, quindi, anche quello che racconta Vittorio Zucconi, nel suo “Storie dell’altro mondo”, che esce ora nella collana “Ingrandimenti” della Arnoldo Mondadori Editore (185 pagg. ; L.25.000).
Quella faccia nascosta dell’America, cioè, come recita il sottotitolo, che non ha esattamente quel profilo invariabilmente giovane-sorridente-felice, fotocopiato dalla sognante iconografia di tanti telefilm “californiani”.
O meglio, in queste pagine non manca a volte nemmeno quella inconfondibile superficie, fatta di jogging, lifting e vitamine ; assente costante è piuttosto l’”happy end”, quel lieto fine che più di ogni altra cosa contraddistingue il mito americano.
In queste cinquantatré storie, che attraversano “coast-to-coast” quell’universo come brucianti istantanee, si legge insomma un’altra più brutale, profonda, eterna, umanissima verità. Perché sono cinquantatré vicende, ritagliate da altrettanti fatti di cronaca, solo qualcuna rimbalzata fino a noi per il clamore di una qualche copertina, che Zucconi sceglie e riscrive con consumata abilità di scrittore. Regista, verrebbe da dire, in questo caso, dal momento che distilla in poche, pochissime pagine (due, tre, mai più di quattro), frammenti di esistenze ; ma in cinemascope, e, sempre, depistando il lettore (spettatore) in vista della sorpresa finale.
Nulla, comunque, di troppo costruito : “ I racconti - chiarisce subito l’Autore nelle sue iniziali Istruzioni per l’uso - sono tutti basati su vicende realmente accadute. Essi non sono novellette e non riflettono la comoda fantasia dell’Autore, ma la inflessibile e meravigliosa durezza della vita quotidiana.”
Una durezza inflessibile e meravigliosa : già in questa contraddizione, o comunque nella contraddizione, potremmo rintracciare allora una certa costante di questa umanità.
Com’è il caso di Colleen, giovane moglie e fresca mamma “all’antica”, che preferisce portare sempre con sé il suo piccolo piuttosto che abbandonarlo alle cure estranee e pericolose di una qualche sconosciuta baby-sitter. Per questo vorrà accanto il figlio, anche quando si troverà costretta a riprendere, insieme al marito, il proprio lavoro. Quale ? Rapinatrice di banche. Oggi ospite delle prigioni di stato per il capriccio rumoroso e inopportuno del bebè lasciato sulla macchina che doveva servire alla fuga...
E ancora, non mancano qui, alcune righe sui fatti celeberrimi della bimba più bella d’America, e di una radiosità spezzata dalle ciglia finte, dai dollari e dalla morte ; o di Anne Nicole Smith, episodio anche questo ripreso da Zucconi, e anche questo adombrato dalla finzione (non delle ciglia), dai dollari e dalla  morte.
Nomi familiari arrivati fino a noi, questi, che sono però eccezione nel libro. Gli altri, “sconosciuti”, sono la personificazione anonima di un simbolo, un nome e un cognome prestato a sogni folli o perversi, a quanto di più tragico o comico esista nella condizione (commedia) umana. Protagonisti di storie che vivono di vita propria, senza essere necessariamente passati per una qualche copertina di quella americanissima realtà. E semmai conseguenza di essa : del mito dell’immagine e del denaro ; della contraddizione (ancora la contraddizione..) tra intransigenza e libertà : quell’intransigenza che fa condannare una ragazzina perché a scuola ha inghiottito un cachet (dunque pillola, dunque droga...), e quella libertà che difende anche le nefandezze trasferite esattamente come i più asettici dati su Internet, e che spingono le frustrazioni di una giovane donna non esattamente piacente, al suicidio sessuale volontario. Un altro media, che Zucconi non manca di ricordare ; oltre ad un quinto potere presente in un’altra emblematica storia di esistenze usa-e-getta, utili solo all’audience di giornali e tivù.
Non è questa l’America, verrebbe da dire, rifugiandosi nello spazio prezioso e necessario delle nostre fantasie. E certo non sarà solo questa. Ma il peggiore sospetto è un altro : nell’eco curiosa, fosse solo di due o tre vicende, che risuona simile, così simile a quanto accade anche qui “da noi”. Come se, a nove ore di volo, non ci fosse poi un mondo così altro.

                                    Rita Guidi