domenica 17 marzo 2019

PARMA ANNI '50 d Rita Guidi


Colori primari :  blu, rosso, giallo. 
Il nostro mondo a colori di oggi comincia lì. E la locandina di questa mostra sugli anni Cinquanta, sottolinea anche in questa scelta il suo invito alle mille bolle di un tempo, tanto essenziale, quanto sulla soglia.     Fermi sulla storia e appena nati al presente, quei dieci anni sono infatti la nostra metà : dividono, lunghissimo, il secolo, ma si sposano già con quelle che saranno le nostre abitudini.
Anche per questo, per rintracciarne il peso e la (difficile) dolcezza, i colori, il Gruppo Giovani dell’Industria Parmense, il Comune di Parma e  Banca Monte (che da oggi al 14 giugno offre per questo ai visitatori gli spazi di Palazzo Sanvitale), hanno dato vita a questa importante iniziativa.
Bando allora a parentele col modernariato, nemmeno una concessione alla nostalgia, questa esposizione su “Parma anni ‘50” vuole essere un utile, appassionante, suggestivo percorso tra gli “avvenimenti, le atmosfere, i personaggi” (come giustamente sottotitola l’evento) di quel decennio.
Da un più serioso mappamondo di notizie alle vetrine di moda, dal nuovo e troppo-nuovo design a quei sogni in pellicola che hanno davvero ricolorato il mondo dopo il lungo rullino negativo della guerra, questo ritorno al passato prossimo è ripresentato proprio tutto ; sintetizzato, spiegato, riordinato in spazi tematici essenziali (primari...) così come l’hanno voluta i curatori. L’idea, di Alfredo Corradi, è stata infatti coordinata da Lara Ampollini e Giancarlo Gonizzi. Responsabile anche, quest’ultimo, del progetto editoriale dello splendido catalogo edito dalla PPS ; un vero e proprio libro, meglio, che dall’esposizione trae solo l’input per un discorso senza scadenze, puntuale e completo, sul decennio. Le firme sono di Baldassarre Molossi, Bruno  Rossi, Giuseppe Marchetti, Antonio Cellie, Gianni Capelli..., in un lungo elenco di personalità ; la grafica è sciolta ed elegante.  Citazione anche questa di un mondo, e che è ripresa poi, evidente, nelle scelte dell’allestimento...
Era la filosofia più opportuna - spiega l’architetto Marco Zarotti, che, con Alberto Bordi e Sauro Rossi, ha firmato il progetto espositivo - Occorreva “comunicare” questi anni ’50 non solo con il contenuto ; quindi farne rivivere lo spirito non solo attraverso i documenti rimasti, ma anche con una più complessiva cornice. E attingendo proprio all’eleganza e alla freschezza grafica del periodo.”
Figure scontornate e pannelli densi di “mitiche” immagini giganteggiano vive, come i sorrisi di un’età che preferiva grattacieli e strade per le proprie cartoline, piuttosto che i monumenti o i palazzi cui siamo oggi abituati. Non per superficialità, no, ma per voglia di nuovo, laddove il passato era maceria di guerra non ancora ricordo. Meglio allora la fòrmica, gli scooter, i colori...
Degli abiti, ad esempio. Sull’onda delle radio nuove nuove anni Cinquanta, che diffondono in questi spazi le voci e le notizie di allora, una delle prime tappe è proprio lì. Tra le vetrine firmate Sorelle Fontana. Prima voglia d’Italia nei sogni da indossare. E prima Parma versione nazionale di un’età che l’ha vista decisamente protagonista. Città piccola, d’accordo : oltre la soglia che idealmente la raccoglie e la racconta urbanisticamente com’era in una grande piantina, ci sono i tavolini di Bizzi, puntualmente gigantografati. Pochi metri di una sola piazza, è vero, ma personalità grandi e tante. Da Attilio Bertolucci a Pietrino Bianchi, un certo pensiero passava anche di qua. E non tardava a farsi “filosofia”, innovazione...
E’ davvero questa la parola d’ordine di quegli anni - sottolinea lo stesso Gonizzi, che ripercorre con noi queste sale -  Nulla a che vedere con l’improvvisazione, nasce anzi dalla lunga esperienza del passato. Ma accelera proprio straordinariamente in questi anni. Come se un certo mondo di idee, di possibilità, fosse rimasto compresso, schiacciato dalla durezza degli anni precedenti. E qui esplodesse.”
E qui esplode : la bic e il frigo, la “Lettera 22” ,( il mito, ebbene sì, anche versione verdina o rosa della Olivetti), e insomma tutto il design, conosce una ventata tonda e nuova, amplificata dalla pubblicità e dalla tivù. In una parola Carosello (e, senza, cosa saremmo oggi ?). Una comunicazione profondamente attuale quindi (e colorata, e primaria), che ci rimbalza di nuovo a Parma. A quel Carboni che pensa l’universo blu della Barilla ; alla stessa Banca Monte, che non è qui solo contenitore ma protagonista e testimonial di quella crescita ; o comunque a quel modo nuovo di pensare all’impresa che tanto dovrà ai mass-media. Lo raccontano eloquenti queste tivù, appena prima dello scalone che conduce invece a quel più grande schermo, il cinema, che con l’editoria abita (in tutti i sensi, appunto) al piano di sopra di questi anni.
Venti minuti di trailer in cinemascope per inventarsi in un montaggio il meglio delle mitiche produzioni di allora ; e poi le bacheche con i periodici, i libri della gutemberghiana tradizione parmense, sotto i dieci articoli dieci dei giorni più immortali, gigantografati in altrettante Gazzette.
Un corridoio per l’arte, una sala per il teatro...abbiamo dimenticato lo sport ? E’ di nuovo giù, accanto a quella “Vespa” che basterebbe da sola a suggerirci un ambiente.  Chi non ha sognato vacanze romane ?
 E, alla fine, chi non sogna questi anni ? Questo presente lontano ? Questo non come-eravamo, verrebbe da dire, ma come-siamo ?
Una nostra sensazione costante è stata proprio questa - afferma infatti Gonizzi, che ha raccolto per circa due anni il materiale utile alla mostra - Di una curiosa continuità tra quegli anni e i nostri. Come se i decenni “in mezzo” avessero interrotto questa complicità di proposte e di bisogni...Di innovazione, quindi, ma soprattutto e sempre di qualità
Qualità prima che consumo, eleganza prima che esibizionismo, novità prima che avanguardia. I tondi, colorati anni Cinquanta, volevano innanzitutto questo. Un bisogno primario. Il colore più nuovo.

                                    Rita Guidi

venerdì 15 marzo 2019

OLTRE IL CIELO (C.SPAAK) di Rita Guidi


Atmosfere torbide attorno ad una personalità pura.
Gioca anche su questa contrapposizione, un gradino romantico più in alto della quotidianità, la narrazione di questo “Oltre il cielo” ultima fatica di Catherine Spaak.
 E dimentichiamoci il nome. Perché solo astraendo almeno in parte dall’immagine della conduttrice televisiva di “Harem” nonché protagonista di tanti film (uno per tutti l’ormai lontano “La parmigiana”), riusciremo a tentare una lettura non viziata di questo romanzo.
Non esordiente (abbiamo parlato di “ultima fatica”, appunto), la Spaak ha già pubblicato “26 donne” (Mondadori ’84), “Da me” (Bompiani ’94) e “Un cuore perso” (Mondadori ’95). Eppure “giovane” autrice sì : come lo è chi solo a tratti raggiunge un buon equilibrio nel racconto, e trasforma la fantasia di una vicenda in una letteraria verità.
Pagina 61, capitolo 11 : Nina, la protagonista, entra nella “casa della foresta”, collegio dorato e rigoroso, cui può accedere non certo per nascita ma in quanto accompagnatrice della “rampolla” Tigranne.
L’episodio più convincente è qui. Anche se è solo uno tra gli altri, a rivelare l’indiscussa ricchezza (e non si parla di denaro) di questa figlia di una cuoca. Intelligente, bella, distaccata, ottiene quel diploma e quegli sguardi, che nessuna ascendenza alto-borghese può garantire alla sorellastra. Sorellastra sì, (sorellastra forse), perché qui le acque si intorbidano tra i deliri di un maestro pittore, (forse padre), innamorato e impossibile amante, e la pazienza saggia di una madre sempre presente, anche se umile e lontana. Un certo mondo ricco e desolato è comunque fuori di lei. Distaccata, appunto, a volte anche da se stessa, in episodi di “trance” e di sogni da cui si lascia ogni tanto trasportare.
Più faticosi, questi ; come quelle pagine in cui l’autrice sembra abbia un bisogno improprio di citazioni non necessarie. Di nomi che siano sigillo della propria cultura, delle proprie letture. Non è un caso che lei stessa abbia affermato di avere iniziato a scrivere dopo la morte del padre, che, lo ricordiamo, è stato sceneggiatore anche di grandissimi film  (“La grande illusione” di Renoir, ad esempio).
Ma non è solo questione di un confronto : sembra quasi che per lei sia la scrittura il “primo piano” più difficile.

                                         Rita Guidi

giovedì 14 marzo 2019

RELIGIONE E SCIENZA SI PARLANO NEL GIORNO DEL VESAK - Intervista a Raffaele Luise di Rita Guidi


Luna piena di maggio. E’ la luce riflessa dopo un sonno terrestre che ogni anno è destinato a scomparire. Notte chiara che precede il sole della nuova stagione del giorno.
Un appuntamento eterno e consueto : clessidra puntuale per astronomi e scienziati ; semplice sguardo per tutti.
I buddhisti lo chiamano Vesak. Celebrazione religiosa di un risveglio, appunto. Cenno sacro che quest’anno, però, vuole più che mai andare oltre i propri confini.
I giorni, infatti, dal 30 maggio al 1 giugno, saranno  cornice di un importante convegno internazionale dal titolo “Buddhismo e Cristianesimo in dialogo di fronte alle sfide della Scienza” (l’organizzazione è a cura dell’Istituto Italiano Zen Soto Shobozan Fudeenji e dell’Unione Buddhista Italiana, in collaborazione con la Regione Emilia Romagna, la Provincia di Parma, e il Comune di Salsomaggiore, località nel cui Palazzo Congressi si svolge).   Riflessioni forti, cioè, sul sorgere di un terzo millennio che si apre denso di quesiti ed inquietudini.
Sarà un dialogo esigente, - ci spiega Raffaele Luise, vaticanista, informatore religioso del giornale radio RAI, nonché coordinatore di questo appuntamento - il primo a così alto livello, tra i rappresentanti di queste due religioni di fronte alle tanto complesse sfide di questo scorcio di secolo. Un’occasione di colloquio importante in vista del Giubileo del Duemila, come ha sottolineato il Cardinale Francis Arinze ; e un vertice, direi, necessario, per far emergere la sostanza più autentica di questo Oriente e di questo Occidente teologico, e le possibili risposte che insieme offrono a questa nostra società.  Nulla a che vedere, quindi, con “mode” o logiche da supermercato delle religioni...”
Religioni e scienza : nulla sembra così lontano eppure vicino in questo ultimo Novecento...
E’ proprio un tempo in bilico. L’orizzonte etico si è adesso così dilatato - afferma Luise -  che anche la scienza, oggi, parla di una nuova emergenza. Le questioni legate al nucleare, alla cablatura globale, soprattutto alla bioetica (dalla genetica alla clonazione, e quant’altro...), invadono apertamente il mondo religioso ; sono temi che abbattono più che mai eventuali ipotetici confini.”
E’ l’eterno timore di una mortale follia, insomma, nel volo libero della conoscenza...
Sì. Ma solo se a quel “libero” si dà un valore assoluto. E non tutto ciò che si può fare è lecito. Il confine, allora, è la responsabilità. L’etica della responsabilità, alla quale sempre più scienziati si sentono chiamati...E alla quale vorremmo richiamare...”
Per confine la vita. Ci viene da pensare così. Un bellissimo limite potrebbe essere solo questo...
Dovrà essere questo. - riprende Luise - E sarà questo l’invito aperto del Convegno, che è tutto fuorché “apocalittico”. All’insegna del dialogo e della speranza, invece, vuole proprio ridefinire un’idea comune di convivenza, rintracciando appunto gli elementi teologici primari delle due fedi, per restituirli ad un uomo rinnovato...”
Il primo livello delle tre giornate è infatti dogmatico. Basta uno sguardo alle prime relazioni (parleranno, ad esempio, maestri zen, come Fausto Taiten Guareschi e Suzuki Kakuzen, o teologi come Michael Fuss e Roberto Tagliaferri, o il monaco Thomas Matus...),  per accorgersi della loro riflessione sulla visione dell’uomo per questi due universi di fede. Diversi. Eppure solidali : Milarepa e S.Francesco... Non è blasfema un’affinità...
E’ semmai, questo accostamento, una duplice risposta - precisa Luise - Nel senso che solo dialogando e liberando le due religioni da ogni pregiudizio e incrostazione ritroveremo il loro messaggio più puro ; e poi nel senso che, e questa è l’altra risposta, il loro punto d’incontro  è la creaturalità : un dialogo totale e complessivo con il creato. Il terzo millennio impone un nuovo statuto sociale, e questo passa proprio per una ridefinizione di alcuni concetti, come ad esempio quello di ecologia...”
E allora ridefiniamola...
Un’antropologia nuova. Una solidarietà cosmica. Un nuovo modello di convivenza. L’uomo diventa responsabile di una sinfonia creaturale...sanfrancescana, appunto...”
Continuiamo con le ridefinizioni...
La tolleranza, allora...”
E cioè ?
Tolleranza è un termine dal sapore oggi negativo. - spiega Luise - Come dire : io sto davanti a te e non ti giudico né ti emargino ; con mia profonda bontà ti accetto per ciò che sei. Ma questa è immobilità. Ciò che occorre invece è rispetto autentico, voglia di vero dialogo (che è ascoltarsi e comprendersi). Movimento, pur restando diversi e plurali....”
Impararsi. Che poi è un altro dei motivi del convegno, utile ad affrontare questa nuova stagione umana. Tecnoscientifica. Nucleo, questo, del secondo momento di contributi. Astronomi, biologi, docenti di epistemologia o filosofia della scienza (da George Coyne a Giulio Giorello, da Mauro Ceruti a Stefano Parmigiani) offriranno la loro visione insieme laica e dubbiosa, di chi soffre la non superficialità delle possibili ricadute di ogni nuova esattezza...
Tecnoscienza, appunto, - sottolinea Luise - perché ancora di più manca quel minimo processo di elaborazione dei propri risultati, dei propri dati, prima delle ricadute esterne. Subito applicativa, la tecnoscienza incide immediatamente sulla società e sui comportamenti dell’uomo. Pensiamo ad esempio al più contemporaneo universo virtuale, alle nuove comunicazioni, alla cablatura del mondo. Qualcosa di totalmente nuovo...
Come un nuovo alfabeto...
Esattamente. Linguaggio nuovo. Ultima forma di alfabeto possibile. Ma occidentale. Rischioso, se dovesse portare ad una omologazione, alla perdita della memoria della ricchezza delle culture...”
E Luise prosegue ricordando un passo del “Fedro” di Platone. Di un re egiziano e di un dio che ha inventato (appunto...)l’alfabeto ; un dono al sovrano perché il suo popolo sappia più cose e sia più felice. Nessun sorriso in risposta, il re si preoccupa temendo che la sua gente crederà soltanto di sapere più cose, ma saranno imparate senza la fatica dell’apprendere. E sarà, dice, meno bello parlare con loro.
Potrebbe essere meno bello parlarsi, oggi, se naufragassimo (come Ulisse...) nella superficialità e nella dimenticanza...
C’è una cosa che dirò proprio nella mia introduzione al Convegno - anticipa Luise -  per ritrovare lo stesso entusiasmo di quel dio egiziano di fronte a questo nuovo alfabeto, a questa nuova comunicazione. Facciamo in modo che questa navigazione non sia un miraggio, un gesto inautentico e fasullo, ma una vera possibilità di costruire una società multietnica. Facciamo che non sia un naufragio. C’è un bambino che muore ogni otto secondi : non voglio navigare in un cimitero ; voglio farlo tra tante barche accanto a me...”
Luna piena di maggio. Da sempre serve ancora anche quella antica luce ai navigatori. Così come oggi serve a indicare il dialogo tra la scienza e queste due religioni. Perché, è evidente, non si tratta di essere buddhisti o cristiani. Forse non si tratta neanche di credere. Soltanto, e necessariamente, di essere (nuovi) uomini.

                                    Rita Guidi

mercoledì 13 marzo 2019

IL DOLORE DELL'ARTE - INTERVISTA AL PROF BIZZARRI di Rita Guidi


L’arte è la perla che ammala la conchiglia. 
Ma nessuno pensa ad un dolore nell’ammirarne la bellezza.
Salvo Karl Jaspers : è stato lui, il padre della psicopatologia, a dare continuità e a definire così questi due mondi. Creatività e disequilibrio hanno trovato, dopo di lui, un punto d’incontro sul crinale del colore, dei suoni, della parola...
Già il Lombroso aveva collegato l’espressione geniale di Goethe o del Vico, del Tasso o di Newton, con sofferenze di tipo psicotico depressivo - ci spiega il Professor Corrado Bizzarri, Direttore del Dipartimento di Salute Mentale dell’USL di Parma - Ma è stato Jaspers a riprendere gli esempi di Nietzsche, Holderlin, Van Gogh. Produttori di un’espressione artistica così vitale, da farne certamente dimenticare la possibile radice schizofrenica...”
Solo “possibile”, immagino...
Certamente. Dietro alla creatività, e aggiungerei alla genialità - non esita Bizzarri - non deve necessariamente esserci la follia. Anzi. La maggior parte degli esempi di personaggi altrettanto grandi che potremmo fare, ci condurrebbe ad un universo sostanzialmente sano...”
Perché sostanzialmente ?
Perché non è invece difficile incontrare in loro episodi anche frequenti di malinconia e depressione. Ma certo siamo su tutt’altro livello...”
L’inquietudine è assolta, insomma. Ma l’allegria : è allora così allergica all’ispirazione artistica ?
Allergica non so, ma certamente più rara - afferma Bizzarri - Se esiste una produzione che si dice essere condizionata anche dall’uso di droghe (dunque ad uno stato di benessere, perché l’autodistruttività conseguente è inconsapevole), sarà più spesso la paura, che so ?, della morte, a produrre il desiderio di sublimarla.”
Terapia dell’anima. Come, per qualcuno, terapia della mente : è il caso dell’autrice del volume recensito qui a fianco, “Le stelle di Van Gogh”, che racconta dell’arte usata come ultimo linguaggio per superare “l’insalata di parole” dietro cui si difende lo schizofrenico ; ultima porta per questi labirinti lacerati...
L’arte-terapia è effettivamente uno strumento privilegiato - conferma Bizzarri -  per far emergere, in chi è affetto da grave sofferenza psichica, ciò che altrimenti sarebbe incapace di esprimere...”
Universi spezzati ricomposti ? Ma allora la situazione si ribalta...O più esattamente si ribalta il piano “artistico” nel quale si opera...
Sì. Grandi nomi a parte, - interviene Vincenzo Scalfari, Primario del Centro di Salute Mentale di Parma - la produttività artistica dei nostri pazienti, ci serve proprio per far loro ritrovare una quota di neutralità nel proprio universo d’angoscia. Quindi è questo il momento in cui, attraverso i colori (privilegiamo le immagini, perché la parola è ad uno stato molto più evoluto della comunicazione), si esprimono, ed è possibile leggere la loro malattia ; ma la modalità di questa espressione è “sana””.
L’arte, finalmente, verrebbe da dire ; come fosse improvvisamente un tranquillo mondo in equilibrio...
Ma lo è - riprende subito Scalfari - Il bello dell’arte è proprio in questa sua necessità di coniugare razionalità e spontaneità. A partire dalla razionalità, beninteso : si decide consciamente di scrivere, di dipingere...Una scelta consapevole cui poi si sommano qualità innate, d’accordo ; e soprattutto la capacità di attingere ad una dimensione profonda, senza che questo provochi particolari tensioni o angosce. E’ il privilegio del creativo. E’ quell’area sana che ci riconduce al discorso terapeutico ; è, appunto, il punto d’incontro tra chi sta bene e chi no...”
Non frutto ma espressione della malattia, laddove esista, insomma. Quel certo giallo di Van Gogh...
E’ evidente che noi non abbiamo la stessa percezione di un paesaggio di quella che aveva Van Gogh - spiega il Dottor Davide Bertorelli che opera nel laboratorio parmigiano di arte-terapia - Il suo giallo è più profondo ; è come se raggiungesse ciò che gli vive dietro. Una visione “da sostanza allucinogena” che alcuni hanno in modo innato. Il creativo ha, appunto, questa percezione sovrasensibile.”
Più vicino a ciò che è dentro, ma capace di “dirlo” fuori...
L’arte, anticamente, era il tramite tra scienza e religione - spiega Bertorelli - e in sostanza ha sempre mantenuto questa sua funzione. Tra dentro e fuori. Tra uomo diurno e uomo notturno. Chi soffre,- prosegue Bertorelli -  soffre perché ha difficoltà a distiguere tra interno ed esterno. Confonde. Privilegia (si parla di unilateralità) un solo aspetto dell’essere uomo (che deve essere invece spirituale ma anche sociale, ecc...). E allora anche e proprio un colore, un acquerello, può aiutarci a restituire la direzione di un equilibrio...”
E nel laboratorio lavorano esattamente così : fogli bagnati, polveri colorate, esercizi. Qualcuno di più : e allora espone oggi, quella stessa diversa arte che parlava del suo dolore. Un bel giallo, piccolo e lontano figlio della luce di Van Gogh.
Nome che ci riconduce all’universo dei grandi ; e a quell’Holderlin che Jaspers già aveva analizzato...
Holderlin è davvero una figura archetipica. - aggiunge Bertorelli - E’ assolutamente chiaro come alla fine della sua vita, della sua arte, della sua malattia, fosse rimasto come imprigionato in quella cultura greca di cui viveva dentro di se un’immagine e una suggestione fortissima...”
E pericolosa. Il pensiero corre al recente e splendido film “Shine”, e all’ossessione del protagonista per Rachmaninov...
Pericolosa a livello individuale. - insiste Bertorelli - Perché al di fuori della seduzione di quella certa immagine, tutto il resto (il quotidiano) diventa noioso, banale... E preoccupante a livello sociale ; e per questo basta guardarsi intorno, oggi : c’è un continuo, quasi drogato bisogno di immagini ed anche un loro consumismo esasperato, perché siamo diseducati alla percezione. Perché siamo passivi nel fruirne, e quindi la creatività si appiattisce : non sappiamo più creare a livello interiore...”
E’ di nuovo un gioco a rimpiattino con l’equilibrio. Fantasia rubata. Fantasia folle.
Eppure la perla : chi può dire da dove ?

                               Rita Guidi

venerdì 8 marzo 2019

INTERVISTA A LORENZO ORTOLANI di Rita Guidi

Immagine correlataPreferisce tutta l’emozione che consente 
una tecnica mista (“Ogni supporto, dall’aerografo alle matite, può contribuire all’effetto di un disegno. Concorrere a creare una certa immagine. Perché privarsene ?”).
E preferisce (“Per ora”) le stelle : un’attenzione al cielo, che interpreta nelle sue tavole con sensibilità scientifica e fantastica.
Lorenzo Ortolani ha vinto così. Selezionato, tra 236 concorrenti, da un prestigioso comitato internazionale, il ventisettenne parmigiano parteciperà alla Mostra degli Illustratori, organizzata come ogni anno in occasione della Fiera del Libro per Ragazzi (10-13 aprile) di Bologna.
Sezione Non-Fiction, quella cioè dedicata all’informazione, “per imparare - come si legge nel pieghevole della Mostra stessa - a guardare le cose dentro e fuori, e conoscerne la struttura ed il funzionamento.” Ad esempio, appunto, le stelle...
Ho scelto l’astronomia perché in questo momento mi appassiona - spiega Ortolani - Non è quindi un discorso legato esclusivamente alla Mostra, anzi...E’ successo tutto più o meno per caso...”
Il caso e cioè un’insegnante : quella Professoressa Angela Zaffani, docente di Disegno dal Vero al corso serale dell’Istituto d’Arte “Paolo Toschi” (che Ortolani frequenta al secondo anno con impegno e profitto),  che gli ha detto del concorso e che poteva farcela.
Una creatività evidente, insomma, e davvero nel sangue ; se infatti il nome non vi è nuovo è perché le divertenti strisce a fumetti che vedete proprio qui, sulla Gazzetta, le firma il fratello Leonardo ; ed è lui stesso a raccontarci che tre loro disegni (perché bisogna aggiungere anche la sorella Francesca) sono esposti al museo dell’auto di Torino.
Un desiderio per il futuro ?
Continuare a fare quello che sto facendo - sorride Ortolani - Il lavoro di giorno, la scuola di sera...E poi spero di poter realizzare un mio libro di illustrazioni ;  cosa consueta per gli autori americani e molto meno da noi.”
E in un certo senso ha già iniziato : i lavori che saranno esposti con quelli di altri 47 autori, alla mostra di Bologna ( e che poi andranno in tour, in quattro città giapponesi), saranno poi raccolti come di consueto in un Annual. Sorta di specializzatissimo catalogo, cui attingono come a uno strumento irrinunciabile gli addetti ai lavori dell’editoria. Saranno famosi ?


                                                                                              Rita Guidi

giovedì 7 marzo 2019

UNICO INDIZIO: LA NORMALITA' (A.ARACHI) di Rita Guidi


Errata corrige, e proprio in copertina.
 A questo piccolo, grande libro di Alessandra Arachi che esce ora nella collana ‘Onde’ di Feltrinelli (126 pagg., L. 12.000) manca davvero un apostrofo.
Perché “Unico indizio : la normalità”,  si legge. Ed inizia da questo difficile postulato, il denso collage di racconti dell’autrice, il reportage del suo lontanissimo  viaggio.
Un viaggio a Sud : nell’Italia a Sud dell’Italia.  E’ questa la dichiarata (sempre in copertina) direzione. Nessun errore stavolta. Un “quasi sbagliato”( ! ! !) desiderio di risposte e spiegazioni, però, questo sì...
Perché in paesi come Oppido Mamertina o Gioia Tauro o Varapodio - scrive la Arachi nel suo tentativo di prefazione - il buio nasconde davvero gli uomini neri e cattivi e per vederli i bambini non hanno bisogno di aspettare gli incubi della notte e, spesso, neanche la notte ; e la verità è che senza una buona dose di incoscienza non soltanto non sarei mai potuta arrivare davanti alla croce sui piani di Zervò, ma non avrei potuto percorrere che poche decine dei miei ottomila chilometri.”
Ottomila chilometri per andare lontano ; per guardare dietro l’inchiostro asciugato in fretta delle brevi di cronaca del suo giornale milanese (la Arachi è una giornalista del Corriere). Soprattutto dietro a quel sangue che asciuga ancora più in fretta nelle sommarie spiegazioni di inspiegabili suicidi ; a quegli attimi di inconcepibile follia e invocata depressione che forano il cervello a giovani uomini e adolescenti, sterminano nel sonno tranquille famiglie.
A Sud. Ma non pensatelo solito : le grandi questioni, le grandi tragedie, le grandi immobili ingiustizie, ci sono, sì. Ma da un’altra visuale. Quella che procede sulla “milledue” dell’autrice, che salta ben oltre un gradino più su di uno stile da “nera” ; tra tornanti impossibili, o superstrade deserte, sul nulla. E la gente lo sa e lo accetta.
Sui tornanti del Vallo di Diano, in Campania, ad esempio, la Arachi (come tutti prima o poi) si è fermata contro il guard-rail. Normale. Come il fatto che ogni tanto qualcuno scivoli da questi dirupi, tentando di recuperare un pallone (visto che il campo di calcetto è proprio su, in alto) o per chissà quale altra disattenzione. Anche morirci è normale, visto che l’ospedale, a Sapri, è molto molto lontano.
Nessuna vicinanza sarà comunque mai utile a chi, come il piccolo Pasquale, non ha voluto aspettare neanche i quindici anni per decidere che no, quella realtà non gli sarebbe mai potuta sembrare normale.
E’ il primo racconto e il più struggente. Doloroso anche di più degli altri che sempre, comunque, zittiscono ogni spiegazione con un colpo in gola o sulla fronte. Tremendo quanto l’ultimo, che annulla finalmente nell’assurdità di un’inspiegabile strage in famiglia, qualsiasi pretesa di silenzio.
Unico indizio l’anormalità : restituiamo, allora, alla realtà il suo titolo corretto.  Non fosse mai che anche un solo apostrofo diventasse l’ennesima giustificazione.


                                    Rita Guidi

mercoledì 6 marzo 2019

TRENTASETTE - INTERVISTA A FLAVIO CAROLI di Rita Guidi


E’ una febbre di morte : trentasette.  
Una linea che segna la temperatura della vita.  Poi è il freddo.
A  trentasette anni sono scomparsi Raffaello e il Parmigianino, Watteau e Van Gogh, Toulouse-Lautrec e Tancredi, Gnoli e Manai, Rimbaud e Byron...
Coincidenze ? Destino ? Un bel volume, ora, ne indaga qualche possibile risposta...
Numerologie o esoterismi, però, per favore no - afferma subito sicuro Flavio Caroli, autore appunto di questo “Trentasette - Il mistero del genio adolescente” (Arnoldo Mondadori Editore), che verrà presentato domani alle 17.30 presso la sala De Strobel - L’aspetto legato ad un certo genere di ‘curiosità’ non mi interessa e non mi ha interessato proprio...Anche se so benissimo che qualcuno ha ipotizzato anche questo genere di spiegazione...”
Comprensibile : tre è il numero perfetto ; tre più sette fa dieci, e quell’uno e quello zero si legano addirittura alla più contemporanea logica binaria...   Ma per Caroli no. Storico dell’arte e docente al Politecnico di Milano,  con diciotto pubblicazioni (tra saggi e romanzi) alle spalle, non è questo importante.
Da dove, allora, l’idea di questo libro ?
Dalla mia esperienza e dai miei studi, dalla ‘pancia’, da qualcosa che avevo dentro... - spiega Caroli - E lo dichiaro anche nell’introduzione : a trentasette anni mi sentii davvero in prossimità di una soglia vitale (o mortale...). Non morii, certo, e me la cavai assolutamente a buon mercato : scrissi un romanzo dedicato al tema del suicidio...”
Quale ?
Si intitolava “Majerling, amore mio” - ricorda Caroli -  ed era il 1983.”
Un bel modo per esorcizzarlo...
Certamente sì - continua -  Tant’è che poi ripresi e proseguii ‘tranquillamente’ i miei studi. E la sorpresa fu proprio quella. Lentamente, uno dopo l’altro, una serie sempre più lunga di grandi artisti, mi rivelarono esattamente alla soglia del trentasettesimo anno la loro fine. Ho scritto di quindici (e sono quindici racconti), ma so almeno di altri venti ; e di altri, anche qualche giorno fa, mi hanno raccontato : è il caso di Simone Cantarini, un allievo di Guido Reni, a cui tra poco dedicheranno una mostra.”
Ma allora perché ? Se il mistero dei numeri no ; e se le coincidenze vanno al di là di ogni ragionevole dubbio ?
Perché...- Caroli ha solo una breve esitazione, prima di colpire al cuore ogni presunzione di onnipotenza umana - Ma perché la genialità, questa loro genialità di ‘divini fanciulli’ e dunque precoce e prematura (perché il discorso soltanto questi riguarda), sembra davvero riflettere il loro stesso splendore. E’ la legge di una luce così intensa che necessariamente deve spegnersi subito. Un vitalismo così immenso che deve ritrovare così il proprio limite umano.”
Per questo il suo discorso, i suoi racconti, sono concentrati proprio sul momento  estremo, sul cielo degli istanti del loro ‘passaggio’...
Sì. Volevo proprio descrivere gli istanti della soglia, quelli che sono prima vita e poi morte. - conferma Caroli - Il cordoglio del mondo, come ha detto qualcuno, per la perdita di un genio. Per questo ho cercato lo stile più asciutto, le parole più adatte. Poche, necessariamente. E pensate, a lungo ma non troppo. Perché come ho detto, questo libro l’avevo dentro. Era qualcosa di inevitabile, e dovremmo sempre fare solo questo : ciò che è inevitabile. E’ il motivo per cui, forse, chissà ?, non ne scriverò più...”
Certamente non più su di loro, e sul senso della vita e della morte di questi divini adolescenti... Che somiglia tanto, in fondo, alla fine di un gioco : “Il vitalismo infatti è faticoso - scrive Caroli nel libro - Vivere è un lavoro. E lavorare stanca.”
La fine di un gioco : se l’arte diventa lavoro. Febbre. Trentasette.
Qualcuno di loro l’aveva capito. Uno : Rossini. Esistenza lunga la sua, ma non più vita ; è anche per lui quella (trentasette anni) la soglia di una morte artistica.
Per gli altri anche fisica : unico modo, forse, per continuare ad essere vicini, così febbrilmente vicini al cielo.

                                         Rita Guidi