domenica 10 febbraio 2019

LA LENTE DI GALILEO (LONGANESI) di Rita Guidi


E’ solo una questione di linguaggi se pensiamo che chi insiste sulla bellezza della matematica stia dando i numeri. Più o meno come dire che una qualsiasi parola è brutta solo perché è scritta in un incomprensibile cirillico...
Da questa idea (da questa convinzione) nasce proprio l’iniziativa della ‘Longanesi & C.’, che inaugura adesso una nuova collana appunto ‘contro l’analfabetismo matematico e scientifico in Italia’.
‘La lente di Galileo’, questo il suo titolo, vuole offrire in un involucro tascabile e colorato a sottolinearne l’accessibilità, grandi temi dell’universo culturale ‘esatto’ ; divulgare senza superficialità un mondo che ci sembra spesso ostile per le sue criptiche formule.
Ad illustrare il velato fascino delle radici quadrate, allora, sono stati chiamati non a caso eminenti studiosi e soprattutto docenti, da sempre alle prese col problema di rendere innanzitutto comprensibile agli altri queste discipline.
E’ il caso di Robert Osserman, autore di “Poesia dell’universo” (224 pagg., L.28.000) già in libreria accanto a “Non sparate sulla scienza” di Robin Dunbar (240 pagg. L.28.000) che ha inaugurato la serie.
Osserman è professore di matematica alla Stanford University e direttore del Mathematical Sciences Research Institute a Berkeley in California. Ma un premio alle sue capacità di docente gli è stato assegnato attraverso il Dean’s Award for Outstanding Teaching.
E se vorrete confermateglielo anche voi, perché questo suo libro su ‘l’esplorazione matematica del cosmo’  somiglia davvero a un avvincente racconto. Fantastico, addirittura, dal momento che l’Autore si sofferma proprio ad illustrare tra l’altro la diretta ricaduta sulla nostra realtà della matematica, scienza invece astratta ‘per eccellenza’.

E poetica, poi. Una citazione per capitolo, sono però più che mai suggestive ed eloquenti quelle di Einstein (“La matematica pura è, a suo modo, la poesia delle idee logiche”), o di Voltaire (“C’è una sorprendente immaginazione nella matematica della natura ; e Archimede ebbe almeno altrettanta immaginazione di Omero”). Uno sguardo ai frattali (alla traduzione, cioè, di formule matematiche sullo schermo del computer) o  ai cenni a Henry Poincarè (convinto fin dall’Ottocento che nella scoperta di ogni formula matematica sia la maggiore bellezza a fare da guida) ve lo confermeranno.
Un invito a riflettere prima di sparare sulla scienza, per dirla col titolo dell’altro già citato volume : e a sfuggire al fatto che - come sottolinea Dunbar, prima di illustrarne la storia - ‘negli ultimi decenni, dopo la nascita dell’ecologia, sparare sulla scienza e sulle sue colpe è diventato quasi una moda.” L’Autore auspica quindi un ritorno ad una sensibilità rinascimentale, in grado di coniugare ed equilibrare arte e scienza.
Il segreto è in una nuova apertura, nel saper guardare, nel saper ‘tradurre’. Perché esistono davvero tante lingue, e non è bello negarsi di comprenderle : “Una dimostrazione matematica eseguita con eleganza - afferma il matematico e storico della matematica Morris Klein - è una poesia in tutto tranne che nella forma in cui è scritta.”
(Uscite già previste in ottobre, “La fisica di Star Trek” di Lawrence M.Krauss, e “La scienza per tutti” di Robert M.Hazen e James Trefil. )

                                    Rita Guidi

sabato 9 febbraio 2019

LA PILOTTA EDITRICE di Rita Guidi


Ma questo “Lege nunc viator..”, il volume di cui si dice qui sotto, ‘nasconde’ nel colophon anche un’altra novità : il profilo di un’antica imbarcazione, e il motto “bellissime, navigare” .   Il numero ‘1’ che contrassegna poi il logo, sottolinea eloquente che è, appunto, questo il primo appuntamento con una nuova collana (di storia) de ‘La Pilotta Editrice’.
Nuova rotta, allora, in un percorso che ha conosciuto anche qualche sosta (qualche porto...)...
La lunga tradizione della casa editrice parmigiana, nonostante la qualità delle proposte (o proprio per questo ?) aveva subìto una battuta d’arresto agli inizi degli anni ’80.
 La soluzione, recente, è stata la sua acquisizione da parte di una cooperativa : una decina di soci, tra cui - recidivi - i Maccari (è loro la CEM, di testi però scientifici), e due delle autrici di questo testo sulle epigrafi, Elda Biggi e Laura Magnani...
Non è ovviamente un caso che la nuova collana prenda vita da un testo che, per motivi professionali e di studio, riguarda argomenti che ci interessano da sempre - spiega Laura Magnani - Ma ha solo coinciso (una questione di tempi...) con la fortunata possibilità di dare inizio ad un progetto già programmato e che vorremmo ( e abbiamo già numerosi contatti) privilegiasse la storia locale.”
Un viaggio attraverso il tempo (quel ‘navigare’) di Parma, allora ?
- interviene Elda Biggi - E tra l’altro quel ‘logo’ l’abbiamo proprio scelto e pensato noi. E tengo a precisare quel ‘noi’ perché, forse per l’amicizia o per gli interessi di studio e professionali (casa editrice compresa) in comune, mi sarebbe difficile oggi risalire, tra me e Laura, a chi ha suggerito cosa...”
Non solo storia, comunque. Voluta a completamento delle tante collane già esistenti, ‘bellissime navigare’ è solo una delle tante idee già in cantiere. Come la riedizione di testi preziosi andati esauriti, o la pubblicazione di romanzi o testi teatrali inediti.
Con grande attenzione a Parma ( ricordiamo del resto, ad esempio, la piece “Libero schiavo di me stesso” del parmigiano Giacomo Amoretti, presentato e rappresentato lo scorso anno al teatro Pezzani ; o il romanzo di Vannina Finzi Pellegrini “Il Portone di San Francesco”.)
Ma basta dare un’occhiata al catalogo, ai nomi degli autori pubblicati da ‘La Pilotta’ passata e da quella presente : è una ‘nave’ che può prendere il largo.

                                                                                     Rita Guidi

venerdì 8 febbraio 2019

LEGE NUNC VIATOR (Aa Vv) di Rita Guidi


Siamo sempre scappati via, 
perché è davvero da sempre il tempo della fretta.
Senza sosta più che mai, oggi, è evidente ; dove ‘fretta’ è velocità di tutto : reale e virtuale, motori e tecnica, abitudini e idee.
Ma da sempre è la fretta del pensiero : quello che vuole scorrere via, sulla morte. Parola, anche, via via più disusata e dismessa, persino dai poeti.
 Non fa eccezione, in fondo, nemmeno la classicità. Ce lo racconta una bella, accurata, intensa quanto inconsueta (appunto...) pubblicazione, nuova nuova per i tipi de ‘La Pilotta Editrice’.
“Lege nunc viator”, questo il titolo, illustra ‘vita e morte nei carmina Latina epigraphica della Padania centrale’ ed è un oggetto prezioso, a più mani : quelle di Tiziana Albasi, Carlo Betta, Elda Biggi, Adolfo Catelli, Laura Magnani, Claudia Marchioni, Laura Montanini, Cristiana Tarasconi, e dello stesso curatore, Nicola Criniti.      
Studioso (milanese ma) ‘quasi’ parmigiano per la docenza lunga ormai tre lustri  presso la Cattedra di Storia Romana della nostra Università, Criniti, tra i massimi catilinologi ed esperti del Velleiate, riprende così un discorso a lui caro. E per gli altri esemplare : Gabriel Sanders e Giancarlo Susini, tra i massimi esperti mondiali di epigrafia, già a suo tempo parlarono di ‘un modello storiografico innovativo, un modello scientifico che apre una nuova via al lavoro storico ed epigrafico’.
Nel ’70 era l’ “Epigrafe di Ausculum Gn.Pompeo Strabone”, oggi - e tralasciamo gli elenchi - è questo “Lege nunc viator”.
Che è come dire ‘aspetta’. Come dire ‘non scappare via’. ‘Leggi ora viandante’, queste parole lasciate alla vita e così sottratte alla morte. Perché davvero non c’è più alto significato nella (seppure) poesia, spesso, di queste epigrafi, dello sperare una eternità.  Tutta raccolta, sofferta, scavata, nel simbolo commovente e suggestivo che interseca V ed F, quel V(ivi) F(ecerunt) ritratto opportunamente in  copertina.
E lo volevano tutti. L’avrebbero voluto tutti...
Perché comunque “nel mondo romano  - spiega opportunamente nel suo breve saggio su ‘l’idea della morte nel mondo romano pagano’ Laura Magnani - coloro che ebbero la possibilità di esprimersi maggiormente in vita hanno avuto voce più forte anche rispetto alla morte...”
La thanatologa (questa la rara prerogativa della studiosa di quel ‘Gruppo di ricerca parmense’ che come detto ha realizzato il libro) insiste infatti poi nell’illustrare i legami tra sepolcro e ceto sociale :“grandi o piccole che fossero le sepolture, la morte, uguale per tutti, offriva l’ultima occasione per distinguersi...precipuo status symbol...”. 
 Divengono così pietre parlanti, per le ‘assenze’ come per le epigrafi, questi oggetti tombali, letti qui come un documento e un racconto.
Le donne no, o comunque rarissime e poche. “A tutte le donne il silenzio porta abbellimento” è la citazione non a caso ricordata da Laura Montanini che scrive su ‘le donne romane e la morte’.
Nessun dubbio che gridino, invece, queste parole incise : storie piccole o paure grandi, pesano comunque quanto un gemito eterno. 
“Ti sia lieve la terra” è forse per questo il motto che insiste fino all’Ottocento riecheggiando il “S(it) T(ibi) T(erra) L(evis)” romano, come ricorda Cristiana Tarasconi in ‘gli epitaffi di Parma luigina’.
Auspicio che può solo chi immagina forte la vita : sensazione viva di un vivo. Ed è giusto così, dal momento che è proprio questo il metodo con cui “si può ricostruire, in modo a volte anche inedito, il senso quotidiano della vita e della morte ,- come precisa Nicola Criniti nel suo saggio introduttivo ‘acta est fabula : la morte quotidiana a Roma’ - delle speranze e delle angoscie ‘romane’ : attesa e trapasso, sepoltura e liturgie, memoria e ricorrenze, dubbi e paure connesse”.
Criniti prosegue indicando come il pensare alla propria morte sia l’atto insieme più personale e sovversivo ; individua nella dimenticanza (come il Foscolo o come tutti ?) la vera morte per i romani.
Poi si fruga nella memoria : schede e pagine su quella dozzina di esempi (tre proprio di Parma ed uno di Fornovo), che in questa lettura diventano veri, nuovi racconti.
“Io sono colui che resse il peso di incarichi diversi e di tanta fatica... - si legge nell’epitaffio del IV secolo d.C. inciso sul sarcofago che conserva il parmigiano Macrobio e la sua sposa, legata a lui da un amore indissolubile e ‘testimone dei meritati onori’- Imparate o voi che leggete - prosegue - che la gloria si acquista coi fatti : come questo epitaffio comprova, l’aver vissuto degnamente è cosa che non va perduta.”
Una vita (e una storia) che meriterebbe ben più di questo cenno. Come quella, brevissima invece, della piccola Iaia (Santippe), ‘che il Fato logorante nello  spazio di tre anni spense’. L’invocazione chiede luce e sole agli dei, pari almeno alla sua vivacità.
Basterebbe questo, allora, per aprire domande e tentare risposte, come accade nel libro, sull’aldilà del mondo pagano ; e se sia sonno e quiete o tormento e condanna.
Una storia nuova da nuovi racconti. Perché è materia nuova, l’abbiamo detto, l’eterna essenza della morte. Controsenso curioso degli esistenti che, come il libro dimostra, temono l’oblio della scomparsa ma preferiscono dimenticarla.
Sempre, col pensiero, scappare via.
Qualcuno a volte si è fermato. Qualcuno si ferma (‘leggi ora viandante’...). Anche se la sua, come nello splendido stralcio di Petronio che ci piace ricordare, è stata sempre una corsa...
“Ego sic semper et ubique vixi, ut ultimam quamque lucem tamquam non redituram consumerem.”
(“Così ho vissuto sempre e dappertutto, stringendomi alla luce del giorno che passava, pensando è l’ultima, non tornerà, non tornerà mai più.”)

                                    Rita Guidi

giovedì 7 febbraio 2019

BIRRA PERONI - ELECTA . Storia di una dinastia di Rita Guidi



Giovanni Peroni
Il panciotto tondeggiante fa il paio con il mento (più che uno, due) della moglie, l’acconciatura trafitta da un lungo spillone : Francesco Peroni, del resto (e di conseguenza la consorte Matilde Merzagora) vive e origina da una lunga tradizione legata al settore alimentare.
Pastai, osti...E lui ? Birraio, naturalmente. Non lo dice il nome ? E’ proprio lui, infatti, il capostipite dell’inconfondibile ‘bionda’ che ancor oggi la pubblicità ci suggerisce. Ancor oggi : perché Francesco, quinto di sette fratelli, nasce nel 1818 a Galliate, e appunto alla metà del secolo scorso fonda la celeberrima ditta. E’ lui ad imboccare deciso la strada per la vicina, promettente ed attivissima Vigevano, e ad impiantare lì il futuro impero.
Esattamente centocinquant’anni fa. E per questo Electa pubblica ora il bel volume illustrato ‘Birra Peroni. 1846-1996
Centocinquant’anni di birra nella vita italiana’.
Catalogo di una mostra immaginaria ? Tranche di storia rivisitata dal vetro di una bottiglia ? Il libro, bello nei colori e nei testi di Daniela Brignone, è tutto fuorchè un semplice resumè di trenta lustri di storia aziendale.
La fabbrica delle origini : da Vigevano a Roma 1846-1870 ; gli anni dell’assestamento in Roma Capitale 1870-1896 ; il ghiaccio e la birra 1896-1907 ; la grande espansione 1907-1921 ; l’era fascista 1922-1939 ; guerra e ricostruzione 1940-1952 ; la crescita industriale della Birra Peroni dal boom economico alla crisi petrolifera 1953-1973 ; il sopravvento del mercato, la ristrutturazione e la birra Peroni oggi 1973-1995, titolano, è vero, gli accurati capitoli. E ogni capitolo si apre sull’immagine di un qualche splendido boccale : ma è come l’ideale capoverso di una vicenda che da lì comincia. Schiuma viva di un sorso di storia, quale sarebbe piaciuta ad un Duby, come ai più recenti sviluppi della storiografia.
Centocinquant’anni di vita italiana allora. E di usi : le fotografie dai volti antichi, gli interni di fabbrica, gli esemplari delle bottiglie ancora con i tappi meccanici e il marchio impresso a caldo sul vetro (chè chiusure a corona ed etichette erano ancora lontani) basterebbero a dare l’immagine del nostro passato. E per i Peroni, qui, di una dinastia. Da quel ‘robusto’ capostipite (il ritratto, come quello della moglie, correda appunto le prime pagine ), giù giù fino all’austero Cesare, lo sguardo serio dei tempi della seconda guerra ; e poi a Giacomo, la ‘farfalla’ allegra e distinta degli anni del boom ; o l’oggi (fino all’’87) di Carlo. I giorni inconfondibilmente biondi, inaugurati non prima degli anni ’60 dal volto di Solvi Stubing.
Richiamo pubblicitario anch’esso significativamente attuale (e per questo analizzato e ricordato nel libro), come lo furono a partire dagli anni ’10, le prime campagne che ebbero come protagonista prima un piccolo ciociaro (a suggerire la birra come bevanda italiana, e romana) e poi un indaffarato cameriere...
Francesco Peroni, sul finire del 1845, ancora a questo non pensava, anche se guardava avanti...(a quella strada per Vigevano...)
Una strada comunale - raccontano le prime pagine del libro - collegava Galliate con la strada provinciale di Vigevano, e una fiera annuale si svolgeva nella grande piazza presso il castello. In un mercato settimanale erano concentrate le attività di scambio commerciale con il contado...”
Era assolutamente convinto che, per il momento, potesse bastare.

                                    Rita Guidi

mercoledì 6 febbraio 2019

MULTIMEDIA ARCADE - intervista a Giovanna Cosenza e Giulio Blasi (3) di Rita Guidi

Giulio Blasi

Eppure l’universo del cyberspazio può anche non essere così universale. Nel senso di non-uguale; e soprattutto non solo come viene descritto da Furio Colombo. Accanto alle patologie e alle deviazioni che la diffusione americana sembra aver portato con sè, ci piace guardare alla comoda normalità che questa nuova tecnologia può offrire.
Di più: ad un suo uso fortemente positivo ( pensiamo al tele-lavoro, ma anche e soprattutto a quanto potrebbe significare un computer in Rete per i portatori di handicap, le persone anziane, o gli ‘isolati dal mondo’ non per scelta ma per motivi geografici di residenza).
Un modo sano, insomma, e per una volta in questo senso ‘all’italiana’ di vivere la Rete. E ne parliamo con Giovanna Cosenza e Giulio Blasi di Horizon Unlimited, curatori del progetto e del coordinamento di Multimedia Arcade (e-mail arcade@horizons.it), un’idea promossa da Umberto Eco per realizzare a Bologna, con l’appoggio del Comune,  un grande spazio pubblico per l’accesso a prodotti multimediali e servizi telematici.
All’italiana ? - sorride Giovanna Cosenza - Si. se con questo intendiamo un concreto realismo, un appoggio fattivo nel divulgare le nuove tecnologie. L’Italia (ma anche l’Europa) - prosegue la Cosenza - hanno una media decisamente bassa di utenti e addirittura di possessori di computer. Ci sembrava giusto poter offrire a chi non può  (o non vuole) averne uno, la possibilità comunque di utilizzarli e di conoscerli.”
Nelle ex-Scuderie Bentivoglio già si lavora per l’installazione di 50 terminali per l’accesso a Internet e ad una biblioteca di prodotti multimediali, e per la realizzazione di un bar cablato, oltre ad un’area destinata ad esposizioni e conferenze, e ad una commerciale.
Come dire il consueto spazio ‘umano’...
Certo questo è fondamentale - riprende la Cosenza - Sarà un luogo di incontro fisico, dove a prezzi popolari si potrà accedere alle Reti o a quanto occorre. Sempre, nel caso, assistiti da esperti a disposizione. Insieme agli altri. Comodità, quindi, e non solitudine; lontani dalle patologie...”
Comunque ben venga il tono riflessivo di Furio Colombo - interviene Giulio Blasi - che peraltro condivido. Non pessimismi o esagerate preoccupazioni. Di gran parte degli esempi portati dall’autore da noi non sarebbe nemmeno il caso di dibattere perché proprio non ne esiste il ‘terreno’ di base (mi riferisco anche a questioni politiche). Ma riflessione sì. Quella, a proposito di  Internet, la ritengo necessaria.”
                                    
                                    Rita Guidi

martedì 5 febbraio 2019

LA RETE SECONDO GIANNI RIOTTA - intervista (2) di Rita Guidi


Ritrovare la docilità della tastiera, 
e di nuovo il computer come ‘semplice’ strumento utile, ridiventa all’improvviso una necessità. Seppure immuni (per motivi anagrafici?) da usi inconcepibili o distorti, c’è solo un cenno d’inquietudine nel lanciare in questo spazio un’intervista. Il silenzio della parola scritta, inghiottita dall’universo elettronico, ha davvero una qualche virgola inquietante. Non per la velocità con cui le nostre domande (così come le risposte...) sono assorbite al di là dell’oceano. E neanche per l’assenza di voci: la Rete diventerà presto una sorta di esagerato telefono. L’inganno è nello spazio: nell’assenza di spazio, nel fingere vicinanze. (Nel dissapore implicito del verbo ‘fingere’...). Al termine di questo istantaneo dialogo via e-mail con Gianni Riotta, che abbiamo interpellato quale conoscitore e fruitore della Rete, non solo non possiamo stringerci la mano, ma nemmeno replicare se, noi a Parma e lui a New York, digitiamo la sospensione del collegamento sul nostro terminale. Davvero come se nel nostro mondo potessero entrare tutti e per questo, paradossalmente, nessuno.
Ma ascoltiamo, in proposito, le brevi considerazioni di Riotta ...
* Come valuta il volume di Furio Colombo "Confucio nel computer"?
E' il primo libro che si occupa del tema in modo completo. Cultura, mercato, condizione umana. Colombo usa il computer per guardare al nostro futuro e quel che vede non e' del tutto rassicurante. C'e' il rischio di un paternalismo autoritario, come a Singapore. Un libro da leggere.”

* E, invece, quelli di Gates o Negroponte (o di altro autore legato all'argomento che ritiene opportuno segnalare)?
Nei primi anni Ottanta andavano di moda i libri sull'Intelligenza Artificiale. Doveva diventare concreta, a detta del MITI, il mitico assessorato giapponese alla tecnologia, entro questa decade. Missione fallita. Gates e Negroponte, tra mille cose intelligenti e interessanti sono rispettivamente un piazzista e un ideologo del futuro. Quel che mi insospettisce nel loro lavoro e' che nessuno paga prezzi. Non c'e' rischio, ne' dolore e nella storia nulla avviene in modo indolore.”

* E’ proprio questo l’aspetto più inquietante. Ma allora qual'è la sua personale visione del futuro, in relazione allo sviluppo della Rete ?  Insomma se la Rete non fosse esistita, si sarebbe dovuto inventarla?

Io credo che non ci siano alternative allo sviluppo tecnologico e che l'informazione sia la risorsa del futuro, come il petrolio o l'oro lo sono state per ere passate. Ma chi dominera' Internet, la strada del futuro, non e' chiaro. Le comunita'? IL big business? I militari? Guardi alla Cina dove Internet e' gia' censurata. La prossima battaglia per la democrazia e' nel cyberspazio.”

*  Sulla base della sua esperienza, prevederebbe un futuro americano diverso da un futuro europeo (considerata la differenza di risorse tecnologiche dei due continenti)?

Se la rete esiste e' aspaziale. Ieri ho ricevuto messaggi in tempo reale da Pechino. Quindi non ha senso parlare di Europa e Usa. O la rete e' globale o non e'.”

*  Cosa vede quando si guarda intorno, dentro e fuori la Rete?  Che uso ne fa a livello personale ?  E che uso vorrebbe che se ne facesse ?

Io uso la rete per lavoro e quanto all'uso personale, il bello della vita privata e' che deve restare privata, no?”

Il saluto è sbrigativo e ‘caloroso’, come solo lo può e deve essere quello elettronico. Dall’America On Line è tutto.
                                        Rita Guidi

lunedì 4 febbraio 2019

CONFUCIO NEL COMPUTER (F.COLOMBO) (1) di Rita Guidi


Il dubbio è che sia questa l’Apocalisse. 
La certezza è che sia comunque una fine.
Le parole di Furio Colombo non concedono spazio a dubbi: il cyberspazio è una soglia. Il confine davvero virtuale tra un ‘prima’ e un ‘dopo’.   O forse tra un ‘dentro’ e un ‘fuori’, tra ‘mente’ e ‘corpo’, tra ‘individuo’ e ‘società’...E la contrapposizione dei mondi potrebbe continuare come continua in “Confucio nel computer” (Nuova Eri - Rizzoli ) volume nel quale Colombo avanza appunto le sue inquietanti ipotesi.
Perchè accade che improvvisamente possiamo essere solo la nostra mente. Libera. Totale. Assoluta. Non importa più il nostro corpo o il nostro sesso; il luogo nel quale ci troviamo o i minuti che stiamo vivendo. Esiste solo il nostro pensiero che però può vivere di vita propria: davanti allo schermo di un computer, può dialogare o giocare, spiare o fare l’amore, creare o reinventarsi. Libera mente. ( E se annullate lo spazio tra queste due parole asseconderete un gioco che sarebbe piaciuto tanto ai futuristi di una lontana avanguardia, quanto a questi post-contemporanei ‘navigatori’, cybernauti davvero del nostro tempo ma senza tempo).
Luogo intatto, senza vita e senza morte, il cyberspazio sembra ‘regalare’ facilmente tutto, anche l’impossibile: il libro riassume storie di suicidi virtuali (per sottrarsi alla dipendenza delle Rete) e di resurrezioni (cybernauti morti, ma subito sostituiti - perchè in fondo chiunque può essere dietro alla stessa macchina - da qualcun altro nella ‘navigazione’); e ancora, di donne innamorate del riflesso elettronico di uomini che poi si rivelano essere, nel mondo reale, altrettante donne; o di ‘pensieri folli’ (come altrimenti chiamarli?) che celano la propria mostruosità dietro attenti meccanismi a garanzia  dell’anonimato.
Quali uomini allora ? E soprattutto quale società ? Colombo raggiunge le radici estreme del dubbio, paventa il suo annullamento (l’annullamento della società che da sempre conosciamo) proprio per il venire a mancare del suo elemento primo: l’individuo sociale.
Cita Jhon Dewey : “L’identità di un individuo è sociale dal principio alla fine. La società raggiunge il suo equilibrio quando un individuo si avvia lungo un percorso di autorealizzazione, e il frutto di quella autorealizzazione diventa disponibile a tutti attraverso quella ridistribuzione della ricchezza sociale che è il sistema educativo.”   E poi ricorda: “C’erano due guide per il comportamento efficace nel mondo del capitalismo democratico. Erano le voci di Tocqueville e di Jhon Dewey - riprende poi commentando la citazione - La parola chiave di questa affermazione è ‘comunità’, una parola senza la quale non si può descrivere il capitalismo di impronta americana. Fino a pochi anni fa.”
E Colombo continua insistendo così implicitamente sull’idea ineluttabile di soglia... “Dewey ha visto presto che il punto di frattura, quello in cui una società rischia di dissolversi, è nella separazione, apparentemente ragionevole, degli ‘opposti’: individuo-sociale, mente-corpo, natura-cultura, fatto-valore, oggettivo-soggettivo, scienza-religione.”
Nel cyberspazio accade questo.
Non tranquillizza più di tanto precisare che l’autore attinge ad una prospettiva (realtà?) molto americana: sappiamo che l’Oceano che ci separa dagli USA è un’onda breve quanto le idee. Più che mai ora, verrebbe da dire.  Perchè è forse il caso e il momento di fare un piccolo passo indietro.
Questa ‘memoria accidentale del futuro’ - così il sottotitolo del volume - nasce dalle conseguenze all’enorme sviluppo che ha avuto la Rete in America ( ma che così rapidamente sta prendendo piede anche da noi). La Rete, e cioè quella serie di possibilità, da Internet in poi, che ha offerto all’utente di computer una connessione globale ed in tempo reale, praticamente con tutti (o quasi) gli altri computer. E come in un gioco del quale si è perso il controllo, la ‘vita’ è cresciuta ‘dentro’ questo mondo virtuale come in un parallelo libero rispetto all’esterno. Troppo libero e troppo bello, aggiungeremmo però, tanto che come in una droga collettiva, molti, tanti (troppi) ragazzi (americani?), preferiscono rifugiarsi lì: e lì trovare tutto, dagli ‘amici’ alle notizie, dalla  musica al sesso o ai passatempi. Sempre più disinteressati e lontani da ciò che è ‘fuori’ ( il mondo vivo e dunque a volte brutto, doloroso, reale). Sempre più soli. Ed è in questo trionfo della solitudine, che insiste il grido di allarme di Colombo.
Ora, noi da un lato non conosciamo il confine della nostra mente. Dall’altro non conosciamo il confine del viaggio in Rete - scrive - Queste due entità indefinite, toccandosi  e mischiandosi, non possono non portare euforia, un senso quasi allucinogeno di potenza pura, dilatazione, esaltazione della mente. Esattamente ciò che  molti cercavano nella droga. Ma porta anche alla solitudine. E’ una solitudine che non percepisce più il suo limite e che crede di essere in contatto con il mondo.(...)Non si può rinunciare alla macchina ma non si può non sapere che il viaggio si compie da soli.”
L’inganno è nell’illusione (ma purtroppo nulla aiuta ad esserne consapevoli).
Non per nulla è virtuale questo spazio: virtuale il contatto e la parola. Col computer si può fingere di usare una tastiera lontana come si può fingere di essere in un bar...Insistiamo sul  fingere: si può fingere un’altra identità, fingere un altro tempo. Dunque dar vita ai fantasmi della nostra mente. Esempi di non-identità li trovate come detto, inquietanti, qui. Ma se non bastasse è appena uscito “Net@generation. Manifesto delle nuove libertà”, (Mondadori Ed.) scritto, se volete, da Luther Blisset. Se volete, perchè il nome è a prestito: nome collettivo per i viaggiatori che in Rete preferiscono l’anonimato. Se siano fantasmi fanaticamente votati a difendere i diritti alla totale ‘libertà’ del popolo ‘libero’ della Rete, o invece autentici rappresentanti del ‘nuovo’, decidetelo voi.
Colombo non esita a parlare di controcultura: figli dei ‘bit’ (ma dal sapore decisamente diverso dai figli dei fiori degli anni ‘60). O figli di Gates e di Negroponte, verrebbe da dire, ottimisti fino all’ultimo atomo (e il termine non gli piacerebbe) verso le nuove tecnologie. Opinione disinteressata ovviamente non è, quella che porta il Re Mida della Microsoft a guardare alla Rete come a “La strada che porta al domani” (così il suo libro), ma diventa addirittura fanatica nel ‘guru’ del M.I.T., Negroponte appunto, che non esita a catalogare i libri come atomi inutili (“Essere Digitali”) o ad affermare : “Ho sempre odiato la storia. E’ un bagaglio pesante e inutile.” Citazione ripresa da Colombo (lo definisce significativamente ‘predicatore di un mondo che non si presta alla discussione’), ma che rinvia anche all’affermazione di Riotta qui accanto.
La Rete sembra risolvere la fatica di crescere, illudere di partecipazione laddove è pilotata passività.
E’ come se la realtà fosse pesante, improvvisamente troppo pesante per l’uomo moderno. Pesanti le cose e il dolore, la bruttezza e il tempo, l’imperfezione e il caos. Gli altri.
E’ come se però, adesso, potesse dimenticarlo, e fingere di vivere ugualmente. Qualcuno gli ha detto che basta un computer. L’imperativo (che emerge dalla società di individui cui Colombo appartiene) è fare in modo che si chieda sempre se davvero lo vuole, se davvero è giusto, se davvero è così facile. L’imperativo è fare in modo che si chieda sempre ‘chi’ glielo ha detto.
E fare in modo che un computer resti solo un comodo, stupido, utilissimo computer. Poi, se volete, chiamatelo anche Hal.
                                                                 Rita Guidi