martedì 26 marzo 2019

LA NERA BELLEZZA DI FUSSLI di Rita Guidi


Nero o non nero ? Se il colore è indubitabile, la tonalità no : e la superficie della tela è fumosa, torbida, densa... Vietato toccare, certo. Questioni di sicurezza : pericolo di sogno.  Perché Fussli è un gorgo di sensazioni cupe, ancora più inquietanti sul rosa pacato di queste pareti.
Fondazione Magnani Rocca, è di scena lui, celebre ma non celeberrimo artista visionario...
A rischio di cadere nella banalità, è certamente questa la definizione più appropriata per Fussli - afferma Simona Tosini Pizzetti, curatrice della Mostra (con Fred Licht e David Weinglass) nonché Direttrice della Fondazione - Un visionario. Che però attinge con precisione maniacale a quei soggetti letterari, che del resto così bene conosceva ed amava...”
Ad esempio Shakespeare...
“Ad esempio Shakespeare, che è proprio il filo conduttore che abbiamo preferito scegliere nella vastissima produzione di questo grande artista.”
Perché ?
In parte perché questa è una direzione ben precisa della nostra duplice filosofia :  - spiega la Pizzetti - ospitare gli stimoli di grandi collezioni private per un libero confronto ; oppure (e questo è il caso), insistere sulle suggestioni di quanto la Fondazione possiede. Avevamo “Gertrude, Amleto e il fantasma del padre di Amleto” (un’opera di Fussli del 1793), e il resto adesso è qui...”
E sono ottantadue opere (più un terzetto di artisti suoi contemporanei sullo stesso tema) che arrivano da lontano : Londra o Kansas City, Liverpool o Chicago, ma soprattutto Zurigo...
Sì. Dal Kunsthaus, che possiede la raccolta più importante dell’artista, abbiamo ricevuto più di venti pezzi. - ricorda la Pizzetti - E non è stato facile. L’idea di questa mostra, del resto, è nata circa tre anni fa : dunque da un lungo periodo, più o meno ininterrotto di organizzazione e contatti, e che finalmente, grazie anche all’interessamento di Callisto Tanzi ( la Parmalat ha sostenuto l’evento n.d.r.) conosce una realizzazione.”
Tele, incisioni, e anche libri. Sono curiosamente parmigiani, invece, (arrivano dalla Palatina) i volumoni inglesi che gli editori d’Ottocento amavano illustrare con grandiosità e prestigio. Di autori come Shakespeare, naturalmente. E naturalmente anche con Fussli ad illustrarlo. Lui, che cresciuto al rigore certo dell’età dei lumi, ne avvertiva già il limite e il buio. Quel nero ancora lontano dal tranquillo candore neoclassico di tanta arte a lui contemporanea, e invece già presente nell’inchiostro delle più sensibili penne letterarie. Già ad un passo dal primo Romanticismo. E soprattutto queste, amava. Perché ne avvertiva lo sconfinare fino all’essenza incerta di ogni essere uomo.
In disparte mi volgo - scriveva il suo coetaneo Novalis, nei suoi celebri Inni -  verso la sacra, ineffabile, misteriosa notte...”
Gigante della notte, Fussli si volta, in cammino ben oltre la regola e la ragione, che pure usa, fosse pure come strumento imperfetto.
Il momento centrale, il momento d’attesa, la crisi, - afferma nei suoi aforismi, oppurtunamente trascritti su queste pareti  -  ecco il momento che conta, pieno di passato e denso di avvenire...”
E’ quello l’istante che cerca, come fosse teatro. Un sogno di luce sul misterioso buio che avvolge il palcoscenico dell’esistenza umana. Un sogno di luce sulle figure che affiorano gotiche dall’esatta interpretazione visionaria di queste pagine di Shakespeare...
La sua genialità è in questo saper esprimere la propria visione interiore di una pagina letteraria, pur rendendola riconoscibile - aggiunge la Pizzetti -  e di farlo con questo suo classicismo trasfigurato, già preromantico, già...moderno.”
Moderno. Che sia tempo di Fussli ? Stoccarda inaugurerà a fine settembre una grande mostra sul suo rapporto, questa volta, con Milton, e anche Parigi si appresta a celebrarlo...
Inquietudini attuali : l’inconscio e il gotico, la razionalità tradita (e traditrice), la sintesi e l’espressività intensa, caricata.
 Il nero. Difettoso. La sua mano impaziente non preparava la tela, non rispettava la tecnica. In un’inquietudine consapevole : “Io continuo a sperimentare, studiando e cambiando il mio lavoro, e non sono mai soddisfatto - confidava - Io conosco i miei difetti meglio di chiunque altro, ma non posso correggerli. Magari potessi farlo.” Eppure il suo dubbio è il nostro dubbio ; il suo tormento è il nostro. Da chiedersi se può essere mai una regola ad indicare come  dipingere meglio quella sua oscurità.

                               Rita Guidi

venerdì 22 marzo 2019

RICORDI DI FONDERIA (W.MANDELLI) di Rita Guidi


Di buona famiglia, si diceva un tempo. 
Ma non, nel nostro caso, per l’essere un qualsivoglia rampollo. Anzi. Con quel “buona”, intendiamo questa volta la radice forte che insegna il sacrificio e la pazienza, la fatica e il sogno, sempre e comunque tutto da guadagnare.
Walter Mandelli è cresciuto così, come racconta oggi lui stesso, in questo “Ricordi di fonderia” fresco di stampa per la collana “Gli Specchi” di Marsilio (182 pagg., L.26.000) ; da una famiglia buona di slanci e forte di avventure, tanto da passare nel giro breve di una generazione, dalla condizione operaia a quella di imprenditore. E la singolarità del libro ci sembra proprio qui, nell’oscillare costante e sempre ad un passo dalla contraddizione, tra queste due diverse frontiere. Universi sociali distanti, per ideali e obiettivi, che pure trovano qui, fin dove i tempi lo hanno reso possibile, una paradossale conciliazione.
Fin dove i tempi lo hanno reso possibile significa che il libro non si ferma ai personali ricordi di Walter, ma indaga più indietro, in quelli del padre Giovanni, tra le pieghe di quel primo Novecento che si legge quindi  attraverso questa così particolare cronaca. O diario, se preferite, perché l’autore pubblica esattamente qui, accanto ai propri, i ricordi paterni come li aveva letti e riletti nelle pagine di qualche vecchio quaderno.
La vita di mio padre sembra un romanzo - scrive Mandelli Jr. - E infatti prima di morire volle scriverla. Io la conoscevo già ma quando l’ho letta non ho potuto fare altro che rileggerla e rileggerla ancora. Perché è fantastica, ed è la storia delle Fonderie Mandelli prima di me.”
Non ci sorprenda l’entusiasmo. Walter è forgiato (è il caso di dirlo) da quegli umori familiari di cui si diceva. Da un papà e una mamma che graffiano la vita nella Torino operaia, all’alba del secolo e dell’industria ; si conoscono sulle barricate delle sommosse del 1917 ; e lei la chiamavano la Vergine Rossa...
La Giovannina era là - scrive Mandelli - E c’era pure un tizio, non un signore, un tipo con l’aria da operaio, sempre vestito di scuro, con addosso l’unica giacca del suo guardaroba, una giacca sdrucita ma pulita con il colletto della camicia lindo, con quei colletti duri che si portavano una volta, con i baffi e la testa già pelata...”
E cioè Giovanni. “Rosso” anche lui, oltre che abilissimo fonditore, tanto da essere presto pronto e deciso a mettersi in proprio...
 La radice.  Per comune denominatore la sfida, la “dinastia” Mandelli origina infatti dalla sua testardaggine ; da quando fin da piccolo, forte dei suoi dodici anni e della sua borsa di fustagno giallo, diviso tra scuola e lavoro, impose al padre con una sorta di sciopero bianco, di portarlo a lavorare con lui, in fonderia. Molto molto tempo prima che diventasse propria...
Tra quella borsa di fustagno giallo e gli inverni a San Remo c’è un’epopea”, sottolinea infatti Walter.
Una storia di sfide, quindi ; con quel gusto del traguardo che l’autore eredita pari pari, così come l’amore per le fonderie... “La gara, che sia di sci o di golf - scrive infatti  - di calcio o di azienda, mi esalta sempre. Mi piace partecipare e, se riesco, vincere. Tra parentesi anche adesso mi sento un po’ in gara. Anche raccontare le mie vicende è una specie di sfida.”
Anche se è un’altra storia. Là l’Italia antica di abiti rivoltati e biciclette, di operai. Qua, come se la soglia di un qualche decennio fosse infinitamente più ampia, quell’altro ieri che è già oggi. Con i nomi dell’attualità e della politica ; o anche del calcio. Perché Mandelli è stato, oltre che imprenditore, dirigente dell’AMMA, della Federmeccanica, della Confindustria ; ma anche della Juve...
E per questo ci porta, con più di una pagina, dietro le quinte di un mondo sportivo non solo fortemente contemporaneo, ma anche, nel bene e nel male, pienamente parte del nostro modo di essere società. E di essere Italia. Nel raccontarsi, Mandelli attraversa luoghi che si chiamano Torino e Roma, chiacchiera di Spadolini o di Agnelli, Lama o De Benedetti... Parla di un orizzonte cresciuto sotto i suoi occhi, che ha ormai colori diversi da quelli che conosceva e si aspettava.
 E parla di equilibri ormai impossibili. Di scelte tra le sue grandi passioni, industria e politica.
Probabilmente - spiega - io non sono mai stato tagliato veramente per la politica. In  politica si deve vincere , è un obbligo, è una strada che va seguita fino in fondo senza incertezze. A me invece attirano molto le grandi schermaglie ideali, le lotte difficili,  quasi impossibili. A me insomma piacciono pazzamente le famose cause perse...- Alla fine - prosegue più oltre - ho scelto di non impegnarmi con nessuno. Ho scelto di essere industriale e basta.”
Fine delle lotte, di un rosso sbiadito ai suoi occhi già alla fine degli anni Cinquanta ; fine di un equilibrio e di un’eco familiare ; fine dei ricordi. Non delle sfide, certo ; e la storia più recente che affiora in queste pagine è comunque utile specchio del nostro presente. Però è altra superficie. Anche se, magari, più liscia. “Quando le cose vanno bene, non succede mai nulla di veramente interessante - sottolinea appunto Mandelli”
Forse, allora, non è un caso che il volume si chiuda sulle pagine trascritte di Giovanni. O meglio sulle più antiche e bonariamente familiari parole che concludono con una dedica quel racconto : “Alla mia Giovanna, le auguro che si alzi ancora per molti anni borbottando ma d’accordo col suo Giovanni.”

                                    Rita Guidi

giovedì 21 marzo 2019

SAREMO COLONIA? (P.OTTONE) di Rita Guidi


Gli studiosi del Rinascimento l’hanno 
definita “politica dell’equilibrio”. Tutto fuorché positiva, era quella situazione perversa, per cui nessuno dei piccoli e più o meno valenti e agguerriti staterelli italiani del Cinquecento, riusciva a prendere il sopravvento sugli altri.  Risultato ? Nessuna Italia ; e i suoi tanti frammenti pronti ad essere facile preda delle più solide potenze d’oltralpe.
Ed è esattamente questa l’immagine che affiora inevitabile, dopo aver letto il volume di Piero Ottone “Saremo colonia ?”, che esce ora per i tipi della Longanesi & C.
Saremo colonia ? Quante nostre aziende diventeranno straniere ? Anche la FIAT non sarà più italiana ? La questione, oggi, è evidentemente economica, ma il quadro non cambia. Per una sorta di disastroso equilibrio, non appena una compagnia acquista il peso sufficiente per tentare una qualche più ambiziosa scalata, emergono ostilità vicine e, spesso, prevaricatori lontani. L’Italia è frammentata, le potenze straniere sono solide.
Stessa storia per diversi sovrani. Perché non c’è nessun dubbio che gli imperi di questo nostro fine secolo siano finanziari, e che i re del nostro tempo siano i manager e i capitani d’azienda. “...Sovrastano tanto i monarchi superstiti - scrive a chiare lettere Ottone - oramai ridotti a funzioni puramente rappresentative, quanto gli uomini di governo, destinati a brevi periodi di gloria e ad avvicendamenti continui : i governanti hanno breve durata. I “tycoons” e i grandi “managers”, i capi d’impresa sono i veri protagonisti della nostra era.”
Per confine, insomma, non più il profilo rosso che racchiude il territorio, ma il grafico (meglio se di un altro colore...) del bilancio. E il punto è questo. Il problema è questo. Saremo colonia ? L’Italia, in nome del profitto e del capitale, sarà assorbita dai potentati finanziari stranieri ?
Piero Ottone se lo è chiesto, e soprattutto lo ha chiesto a loro, ai manager di casa nostra. Quegli Agnelli e Romiti, De Benedetti e Pirelli che nulla hanno da invidiare, quanto ad esperienza e potere, ad altri. Salvo l’ambiente : e non suoni banale, offensivo, superficiale o qualunquista. Ottone, con la consumata pacatezza di un osservatore (più che di un giornalista...) e un’altrettanto tranquilla (e impertinente) aria sorniona, indaga, esplora, deduce ed evince dai fatti diverse e difficilmente contestabili considerazioni. Più o meno amare, più o meno contraddittorie, o meglio, frutto delle nostre storiche, italiane contraddizioni.
La prima è appunto sull’ambiente : il nostro Paese sembra essere vaccinato al capitalismo. E’ presente allo stato latente ma non si diffonde.
E’ difficile fare l’imprenditore in Italia - fa dire Ottone a Romiti - perché l’imprenditore è costretto a muoversi in un paese nel quale le varie istituzioni, le varie componenti sociali gli sono ostili ; e gli sono ostili non per animosità personale, ma perché all’interno delle istituzioni non si capiscono i meccanismi dell’impresa, così come non si capiscono le leggi dell’economia di un sistema capitalistico.” “All’origine della nostra debolezza - rincara De Benedetti - è la mancanza del mercato : il rifiuto delle leggi del mercato.” (Insomma : “Il profitto è peccato, la tangente è permessa”, sintetizza senza mezzi termini Ottone).
Quindi : facile essere colonizzati, meno facile diventare europei. Prospettiva velata da un cauto ottimismo per gli intervistati, e largamente dubbiosa per l’autore.
E che conduce alla seconda considerazione : quella dell’identità nazionale. Perché se mercato globale deve essere, che lo sia. Ma che non offenda, non trascuri, non uccida la cultura. Chè questo sì vorrebbe dire essere colonizzati... “Si diventa colonia quando si perde la propria identità - conclude Ottone - e si accetta lo stato servile.”
Ed è una superiorità, quella della cultura, accettata e condivisa dagli stessi sovrani di questo nostro contemporaneo potere. Per questo accetterebbero la presenza di multinazionali o privatizzazioni a patto che la sede (la testa...) di quell’eventuale azienda rimanesse in Italia. Per questo sottolineano l’importanza del know-how, della ricerca. Per questo parlano esplicitamente di scuola.
La nostra debolezza, insiste l’autore, è nel ritardo culturale. E ricorda una celebre battuta. “A chi si meraviglia - scrive - del fatto che il management della Continental non sopportasse la prospettiva di passare sotto il controllo di italiani, qualcuno ha malignamente chiesto : sarebbe piaciuto al management della Pirelli la prospettiva di passare sotto il controllo dei Turchi ?”
A quanto pare la geografia, e Agnelli, ci assegna un posto a sud dell’Europa : “Se si faranno gli Stati Uniti d’Europa - afferma l’avvocato - possiamo immaginare che cosa saremo : saremo la Florida della futura federazione.”
Solari, individualisti, fantasiosi, ricchi d’imprenditorialità : gli italiani sono, come nel Rinascimento, certamente anche questo. Speriamo che, riguardo al barocco prossimo venturo, intendesse dire che non mancheranno i cartelli contro gli alligatori...

                               Rita Guidi

CONVEGNO INTERNAZIONALE DIALOGO BUDDISMO E CRISTIANESIMO di Rita Guidi


Articolati, intensi, suggestivi, gli appuntamenti che riserva questo Convegno Internazionale su “Buddhismo e Cristianesimo in dialogo, di fronte alle sfide della Scienza” sono insieme diversi e complementari. Senza dimenticare, tra l’altro, la radice più fortemente rituale, da cui l’incontro stesso scaturisce. Quel “Vesak”, cioè, che è per i buddhisti la festa scandita dal plenilunio di maggio (quest’anno venerdì 30, sabato 31 maggio e il primo giugno), e destinata a celebrare i tre momenti essenziali della vita del Buddha : nascita, risveglio e paranirvana.
Per questo non mancheranno momenti fortemente legati a questo Oriente, come la serata di sabato, nella quale si potrà assistere ad una galà di arte e cultura, che prevede la cerimonia del tè, o sado (Maestra Hajime Takasugi) ; il tiro con l’arco o kyudo ( Maestro Placido Procesi e Accademia Italiana Kyudo) ; percussioni giapponesi o taiko (Scuola Taiko Do di Roma) ; Judo (Maestro Cesare Barioli, Scuola Busen di Milano) ; e ancora danze di monaci tibetani e lettura di poesie dal “Sutra del Loto” (la voce sarà di Sabina Guzzanti, mentre presenterà Marco Columbro). Poi dibattiti, proiezioni e soprattutto riflessioni.
Ma andiamo con ordine. Il programma si apre nel pomeriggio di venerdì 30 maggio con le relazioni del Professor Michio Shinozaki (Presidente del Gakurin, seminario buddhista della Rissho Kosei-kai di Tokio) e del Rev. Michael Fuss (teologo, professore ordinario alla Facoltà di Missiologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma). E proseguiranno quindi, dopo una breve pausa, con il Rev. Thomas Matus (monaco camaldolese, teologo e scrittore) e con il Rev. Kakuzen Suzuki (maestro zen, esperto di dialogo interreligioso).
In serata, poi, verrà proiettato il documentario “Perché Buddha ?”, di Paolo Brunatto, girato sul set de “Il piccolo Buddha”, presentato dall’autore e con la partecipazione di Bernardo Bertolucci.
La mattinata di sabato 31, prevede l’intevento del Rev. Geshe Lundrup Sopa (maestro di scuola vajrayana, e docente di filosofia presso l’Università del Wisconsin, Madison, USA), e del Rev. Pracha Hutanuwatr (rappresentante del SEM, Spirit in Education Movement) ; quindi sarà la volta del Professor Mauro Ceruti (Ordinario di Epistemologia genetica presso l’Università di Bergamo) e del Professor Riccardo Venturini (Ordinario di Psicofisiologia clinica presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza).
Qualche minuto d’interruzione e poi riprenderanno la parola il Professor Stefano Parmigiani (Ordinario di Biologia generale della nostra Università), il Rev George V.Coyne (astronomo, presidennte della Specola Vaticana), e il Professor Giulio Giorello (Ordinario di Filosofia della Scienza presso l’Università di Milano).
L’intero pomeriggio, dopo l’intervento del Rev. Roberto Tagliaferri (docente di Teologia presso l’Università Cattolica di Milano), sarà dedicato ad una tavola rotonda cui parteciperanno, oltre ai già citati Giorello e Fuss, anche il Rev. Carlo Molari (teologo e saggista), e il Rev. Fausto Taiten Guareschi, maestro zen nonché esponente del buddhismo zen in Itallia da cui è partita questa iniziativa. (L’organizzazione, lo ricordiamo, è dell’Istituto Italiano Zen Soto Shobozan Fudenji e dell’Unione Buddhista Italiana ; mentre il patrocinio è della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, della Regione Emilia Romagna, della Provincia di Parma, del Commune di Salsomaggiore, dell’Istituto Giapponese di Cultura di Roma, dell’Ambasciata del Giappone e di quella dello Sri Lanka ; collaborano Sotoshu Schumucho di Tokio, Rissho Kosei Kai di Tokio, la Diocesi di Piacenza, l’Università di Parma, Pro Civitate Cristiana di Assisi, Fondazione Maytreia di Roma, Occidente Buddhista, Da zero all’infinito, Uff. di Promozione Turistica di Salsomaggiore, Società d’Area di Salso e Tabiano, Casa Editrice “Luigi Battei” di Parma).
Per domenica, 1 giugno, le conclusioni : dopo le relazioni dei rappresentanti dell’UBI, sarà la volta del momento più solenne, toccante ed ecumenico, con la concelebrazione Buddhista-Cristiana del Vesak.
(La partecipazione, che prevede una quota d’iscrizione, va segnalata al Shobozan Fudenji, tel 0524/565667).

mercoledì 20 marzo 2019

IL CIELO DI MARGHERITA HACK di Rita Guidi

Risultati immagini per margherita hackC’è comunque un cielo da amare, 
fosse anche (leopardianamente) indifferente. E’ fatto di corpi pulsanti, fonti di energia luminosa : stelle.
Margherita Hack le guarda ( e le ama) così...
Noi astronomi siamo dei fisici. - afferma, lo spiccato accento toscano - Delle stelle ci chiediamo qual’è la loro struttura, la loro fonte di energia ; come si aggregano in galassie... Non la loro origine : quello è un discorso metafisico, ed è una domanda che semmai ci poniamo come persone, non come scienziati...”
Universi (è il caso di dirlo) separati quindi, quelli tra scienza e religione ?
Decisamente sì. - risponde sicura - E’ vero che, soprattutto in alcuni campi della ricerca, possono intervenire questioni etiche, e la scienza deve fare attenzione a non danneggiare mai la vita. Ma deve sempre andare avanti...”
Nessuna preoccupazione ? Nemmeno per i più recenti sviluppi della genetica, di cui tanto si è parlato ?
No. Non sono preoccupata. - ribatte decisa - Anche la clonazione può essere utile. La biologia può portare a enormi vantaggi. Trovo ad esempio bellissimo che una donna adesso possa avere figli a cinquanta o sessant’anni...E sarà un figlio tanto amato quanto è stato voluto e desiderato. Così come sono contraria - prosegue - all’idea che l’embrione sia una persona. La donna deve essere libera di scegliere...”
E le nuove comunicazioni ? Le nuove tecnologie ?
Utili. Anche quelle. - riprende la Hack - Naturalmente con criterio. Per non diventare vittime del computer, come dei drogati...Insomma ho fiducia. Sono ottimista ; spero che la ragione umana prevalga anche su quella grave disattenzione che ha portato a un così scarso rispetto per l’ambiente. La scienza deve essere cosciente di questo ed educare a questo. Da subito, per il nostro presente.”
E per il cielo di domani...A proposito : come lo vede, che so ?, da qui a mille anni ?
Uguale. - sorride - Forse avremo strumenti più potenti per studiarlo. Forse potremo viaggiare nel sistema solare, colonizzarlo con osservatòri...Ma il cielo fra mille anni sarà uguale : per lui un millennio è poco più di un secondo...”
Nessun turbamento. Nemmeno per lei...
Io sono atea, materialista. - spiega - Dietro al telescopio per me c’è solo materia. Come un insetto dietro il microscopio per il biologo...Turbamento no...Quello è più facile averlo guardando il cielo a occhio nudo...”
E allora, chissà...

                                                                                                              Rita Guidi

martedì 19 marzo 2019

PORTE SENZA PORTA (B.SEBASTE) di Rita Guidi


La tranquillità di un ordine, dietro al caos apparente. Come dire il sapore dell’acqua, dopo la sete. 
Lascia questa sensazione esatta, il libro di Beppe Sebaste, “Porte senza porta” (collana Le onde, di Feltrinelli come il suo precedente “Niente di tutto questo mi appartiene”), che trovate da oggi in libreria.
E’ un viaggio : ma nulla a che vedere con i consueti, seppur splendidi, orizzonti simbolici. Un percorso immobile, allora meglio, in quanto le strade sulle quali l’autore si muove sono solo una distanza inutile e necessaria.  Lo spazio fisico destinato a condurlo da coloro che gli offriranno una nuova partenza.
 Perché non sono una mèta, ma un inizio, i maestri. Sono esempi di noi. Demiurgi degli altri. Soglie invisibili che conducono a impararsi.  E imparare a impararsi è proprio il traguardo senza arrivo che Sebaste insegue attraverso questi quattordici incontri con altrettanti maestri. Non necessariamente “grandi”, non indispensabilmente famosi, sono proprio coloro che sfuggono immediatamente ad ogni catalogazione o banalità. Perché non insegnano ma educano ; ed è una luce che possono irradiare “tutti”.
Mia intenzione - scrive Sebaste nelle belle pagine introduttive - è suggerire che i maestri esistono, che sono o possono essere a  portata di mano, nel raggio di una comune esperienza quotidiana.”
Per questo chiede scusa a un’animatrice e ad un istruttore di nuoto, a un monaco, e soprattutto ai bambini... “veri iniziatori degli adulti, - dice - creatori di padri e di madri ( e non il contrario)”.      E quindi si avvia, a raggiungere quanti ha deciso, in questo libro, di ascoltare e riportare.  Quattordici tappe di un cerchio che non dimentica Parma ; anche sua città, che abita ora solo a tratti, diviso tra Parigi, Pietrasanta e anche Bologna, per impegni universitari.
Il primo incontro è ad un passo dalla bellezza dolorosa e necessaria del deserto. E non è casuale l’appunto di un viaggio precedente che l’autore ritrova in questa occasione : “...non so perché mi trovo qui, se non che mi sono perso già molto tempo fa, - vi si legge -  e sono venuto qui per perdermi del tutto, e così forse ritrovarmi : uscire dal deserto come parola, come metafora, per trovarmi nel deserto reale...”.  
La distesa di sabbia è, un anno dopo, per lui, lontana intorno a Gerusalemme, oltre la terrazza sulla quale incontra Bruno Hussar, il primo maestro.  Padre Bruno, cioè : missionario ? Monaco ? Come definire questo fondatore dell’Oasi di Pace, che accoglie senza esclusione ed in aperto dialogo ogni religione e appartenenza ? Sebaste ne rintraccia in queste undici pagine la peculiarità e l’insegnamento. Un vero uomo di fede, un amico delle nuvole...
E’ l’idea della nuvola che si alza ad indicare il cammino - scrive Sebaste - ...qualcosa come una lieve, mai ingombrante, serena speranza...Il contrario della progettualità, del progetto tecnocratico...”.
Ma non è solo questa del sacro, la sfera (seppur privilegiata, come sottolinea apertamente l’autore) in cui Sebaste rintraccia i propri maestri. Di più, invita a non porre confini, soglie. Manualità e pensiero, corpo e spirito non amano scissioni.  Maestro sarà allora Steve Paxton e la sua danza, come Fausto Taiten Guareschi e il suo zen; Bruno Munari e i suoi oggetti, come Terry Riley e la sua musica; Alessandro Fersen e il suo gesto teatrale, terapeutico come quello di chi opera nella Lega del Filo d’Oro ; ancora Cesare Barioli e il suo judo come Kar Fung Wu-Santaro e il suo qi-gong ; quindi Emmanuel Levinas, e il suo pensiero, come Elizabeth Bing e la scrittura, o Luigi Ghirri e l’immagine, la fotografia.
Per ognuno un capitolo, un incontro, un dialogo. Un viaggio che è una sosta. Sguardo mai scontato sul quotidiano. Sapore dell’acqua. Ritorno a sè.  E le parole belle, attente ai particolari.
Ma dimmi, - fa dire ad esempio a Riley - hai suonato le tablas o hai suonato con le tablas ?”
E lui, nei ringraziamenti, scrive : “Alla fine di gennaio del 1996 ho appreso della morte di colui che, dopo i miei genitori, fu il mio primo, vero maestro : il maestro di scuola elementare Giuseppe Torelli di Parma, a cui devo quasi tutto. Questo libro è anche per lui, come si dice di una suonata per pianoforte.”
Un libro per. Attraverso. Oltre le soglie invisibili della propria esistenza.
                              

                                    Rita Guidi

lunedì 18 marzo 2019

ROMA - DUEMILA ANNi FA di Rita Guidi



C’è una nuova strada che porta a Roma. 
Lastricata di storia e fantasia, è come un bel sogno a colori di qualcosa di vero ; di un mondo che è stato, è accaduto. Solo troppo lontano per essere anche ricordo.
E’ una città virtuale, allora (ed eccola la nuova strada), che, come soltanto questi universi paralleli oggi consentono, affiora concreta e sorprendente dalle pagine dei libri, e diventa selciato sotto i nostri passi di uomini moderni.
“Roma - Duemila anni fa”, è infatti il titolo della bellissima realizzazione in cd-rom, edita da Sacis e Editalia Multimedia.
Quattro anni di lavoro, fatti di documentazione e di difficili scelte, ed un primo risultato è qui, in questo cielo sopra Roma, rosso come doveva esserlo su questa splendida urbe ai tempi di Costantino. In quel IV secolo, cioè, nel quale gli autori (Gualtiero e Roberto Carraro) hanno scelto di “fotografarla”.
Sotto quel tramonto, infatti, che tinge di una luce suggestiva la visione complessiva della città, la vita pulsa davvero viva come in un filmato surreale. Perché si può camminare, in questi venticinque chilometri quadrati della storia, e sbirciare tra ville e condomini, monumenti e stanze. Con la prima sorpresa del colore : non il pallore secolare di un sito archeologico ricostruito, non le pietre o i marmi bianchi che la realtà oggi, a frammenti, ci consegna. Ma la realtà tutta, Roma tutta, con i suoi fregi e le sue pitture, i suoi colori “nuovi” che il dio-computer ha rubato alle rovine.
E non solo : perché è vero che dal breve coccio della cornice policroma di un tempio, è possibile estrarre motivi e colori utili a ridipingere un’intera città ; ma a volte non esiste più nemmeno quello. E allora ? Allora, come dichiarano senza esitazione gli autori... “ci siamo esposti alla possibilità di errare, piuttosto che omettere gli elementi cromatici, decorativi e figurativi che caratterizzavano indubbiamente gli antichi monumenti”.
Sarà il caso, comunque, di perdonarli. Magari addentrandosi nei luoghi più privati della “Vita” (questo il titolo di una sezione dell’opera) in quei lontani duemila anni. Dai luoghi ludici a quelli più intimi, vita pubblica o privata che sia, sono tutti lì. Dal triclivio al mitico Senato, ogni giorno è percorribile nello spazio e comprensibile nella scheda (ce ne sono cinquemila) da ascoltare o da leggere, a corredo delle seicento immagini o filmati illustrativi.
E i monumenti ? La sezione “Architectura” (in latino, sì, come le parole guida che segnalano le possibilità interattive) vi invita a visitarne centotrenta. Da investigare da vicino, nei capitelli o nei frontoni ; da passeggiare intorno ; da scoprire in una magica visione dall’alto. Turisti virtuali del tempo, non manca certo una guida di storia (“Historia” più esattamente), nel caso smarrissimo la prospettiva degli eventi o dei protagonisti.
Il cielo sopra Roma è insomma nostro. Frammento di storia pronto ad essere ampliato : già programmato, infatti, è un gioco didattico e un relativo sito Internet. La nuova strada per Roma, oggi, passa anche di là.

                                    Rita Guidi