giovedì 21 marzo 2019

SAREMO COLONIA? (P.OTTONE) di Rita Guidi


Gli studiosi del Rinascimento l’hanno 
definita “politica dell’equilibrio”. Tutto fuorché positiva, era quella situazione perversa, per cui nessuno dei piccoli e più o meno valenti e agguerriti staterelli italiani del Cinquecento, riusciva a prendere il sopravvento sugli altri.  Risultato ? Nessuna Italia ; e i suoi tanti frammenti pronti ad essere facile preda delle più solide potenze d’oltralpe.
Ed è esattamente questa l’immagine che affiora inevitabile, dopo aver letto il volume di Piero Ottone “Saremo colonia ?”, che esce ora per i tipi della Longanesi & C.
Saremo colonia ? Quante nostre aziende diventeranno straniere ? Anche la FIAT non sarà più italiana ? La questione, oggi, è evidentemente economica, ma il quadro non cambia. Per una sorta di disastroso equilibrio, non appena una compagnia acquista il peso sufficiente per tentare una qualche più ambiziosa scalata, emergono ostilità vicine e, spesso, prevaricatori lontani. L’Italia è frammentata, le potenze straniere sono solide.
Stessa storia per diversi sovrani. Perché non c’è nessun dubbio che gli imperi di questo nostro fine secolo siano finanziari, e che i re del nostro tempo siano i manager e i capitani d’azienda. “...Sovrastano tanto i monarchi superstiti - scrive a chiare lettere Ottone - oramai ridotti a funzioni puramente rappresentative, quanto gli uomini di governo, destinati a brevi periodi di gloria e ad avvicendamenti continui : i governanti hanno breve durata. I “tycoons” e i grandi “managers”, i capi d’impresa sono i veri protagonisti della nostra era.”
Per confine, insomma, non più il profilo rosso che racchiude il territorio, ma il grafico (meglio se di un altro colore...) del bilancio. E il punto è questo. Il problema è questo. Saremo colonia ? L’Italia, in nome del profitto e del capitale, sarà assorbita dai potentati finanziari stranieri ?
Piero Ottone se lo è chiesto, e soprattutto lo ha chiesto a loro, ai manager di casa nostra. Quegli Agnelli e Romiti, De Benedetti e Pirelli che nulla hanno da invidiare, quanto ad esperienza e potere, ad altri. Salvo l’ambiente : e non suoni banale, offensivo, superficiale o qualunquista. Ottone, con la consumata pacatezza di un osservatore (più che di un giornalista...) e un’altrettanto tranquilla (e impertinente) aria sorniona, indaga, esplora, deduce ed evince dai fatti diverse e difficilmente contestabili considerazioni. Più o meno amare, più o meno contraddittorie, o meglio, frutto delle nostre storiche, italiane contraddizioni.
La prima è appunto sull’ambiente : il nostro Paese sembra essere vaccinato al capitalismo. E’ presente allo stato latente ma non si diffonde.
E’ difficile fare l’imprenditore in Italia - fa dire Ottone a Romiti - perché l’imprenditore è costretto a muoversi in un paese nel quale le varie istituzioni, le varie componenti sociali gli sono ostili ; e gli sono ostili non per animosità personale, ma perché all’interno delle istituzioni non si capiscono i meccanismi dell’impresa, così come non si capiscono le leggi dell’economia di un sistema capitalistico.” “All’origine della nostra debolezza - rincara De Benedetti - è la mancanza del mercato : il rifiuto delle leggi del mercato.” (Insomma : “Il profitto è peccato, la tangente è permessa”, sintetizza senza mezzi termini Ottone).
Quindi : facile essere colonizzati, meno facile diventare europei. Prospettiva velata da un cauto ottimismo per gli intervistati, e largamente dubbiosa per l’autore.
E che conduce alla seconda considerazione : quella dell’identità nazionale. Perché se mercato globale deve essere, che lo sia. Ma che non offenda, non trascuri, non uccida la cultura. Chè questo sì vorrebbe dire essere colonizzati... “Si diventa colonia quando si perde la propria identità - conclude Ottone - e si accetta lo stato servile.”
Ed è una superiorità, quella della cultura, accettata e condivisa dagli stessi sovrani di questo nostro contemporaneo potere. Per questo accetterebbero la presenza di multinazionali o privatizzazioni a patto che la sede (la testa...) di quell’eventuale azienda rimanesse in Italia. Per questo sottolineano l’importanza del know-how, della ricerca. Per questo parlano esplicitamente di scuola.
La nostra debolezza, insiste l’autore, è nel ritardo culturale. E ricorda una celebre battuta. “A chi si meraviglia - scrive - del fatto che il management della Continental non sopportasse la prospettiva di passare sotto il controllo di italiani, qualcuno ha malignamente chiesto : sarebbe piaciuto al management della Pirelli la prospettiva di passare sotto il controllo dei Turchi ?”
A quanto pare la geografia, e Agnelli, ci assegna un posto a sud dell’Europa : “Se si faranno gli Stati Uniti d’Europa - afferma l’avvocato - possiamo immaginare che cosa saremo : saremo la Florida della futura federazione.”
Solari, individualisti, fantasiosi, ricchi d’imprenditorialità : gli italiani sono, come nel Rinascimento, certamente anche questo. Speriamo che, riguardo al barocco prossimo venturo, intendesse dire che non mancheranno i cartelli contro gli alligatori...

                               Rita Guidi

CONVEGNO INTERNAZIONALE DIALOGO BUDDISMO E CRISTIANESIMO di Rita Guidi


Articolati, intensi, suggestivi, gli appuntamenti che riserva questo Convegno Internazionale su “Buddhismo e Cristianesimo in dialogo, di fronte alle sfide della Scienza” sono insieme diversi e complementari. Senza dimenticare, tra l’altro, la radice più fortemente rituale, da cui l’incontro stesso scaturisce. Quel “Vesak”, cioè, che è per i buddhisti la festa scandita dal plenilunio di maggio (quest’anno venerdì 30, sabato 31 maggio e il primo giugno), e destinata a celebrare i tre momenti essenziali della vita del Buddha : nascita, risveglio e paranirvana.
Per questo non mancheranno momenti fortemente legati a questo Oriente, come la serata di sabato, nella quale si potrà assistere ad una galà di arte e cultura, che prevede la cerimonia del tè, o sado (Maestra Hajime Takasugi) ; il tiro con l’arco o kyudo ( Maestro Placido Procesi e Accademia Italiana Kyudo) ; percussioni giapponesi o taiko (Scuola Taiko Do di Roma) ; Judo (Maestro Cesare Barioli, Scuola Busen di Milano) ; e ancora danze di monaci tibetani e lettura di poesie dal “Sutra del Loto” (la voce sarà di Sabina Guzzanti, mentre presenterà Marco Columbro). Poi dibattiti, proiezioni e soprattutto riflessioni.
Ma andiamo con ordine. Il programma si apre nel pomeriggio di venerdì 30 maggio con le relazioni del Professor Michio Shinozaki (Presidente del Gakurin, seminario buddhista della Rissho Kosei-kai di Tokio) e del Rev. Michael Fuss (teologo, professore ordinario alla Facoltà di Missiologia presso la Pontificia Università Gregoriana di Roma). E proseguiranno quindi, dopo una breve pausa, con il Rev. Thomas Matus (monaco camaldolese, teologo e scrittore) e con il Rev. Kakuzen Suzuki (maestro zen, esperto di dialogo interreligioso).
In serata, poi, verrà proiettato il documentario “Perché Buddha ?”, di Paolo Brunatto, girato sul set de “Il piccolo Buddha”, presentato dall’autore e con la partecipazione di Bernardo Bertolucci.
La mattinata di sabato 31, prevede l’intevento del Rev. Geshe Lundrup Sopa (maestro di scuola vajrayana, e docente di filosofia presso l’Università del Wisconsin, Madison, USA), e del Rev. Pracha Hutanuwatr (rappresentante del SEM, Spirit in Education Movement) ; quindi sarà la volta del Professor Mauro Ceruti (Ordinario di Epistemologia genetica presso l’Università di Bergamo) e del Professor Riccardo Venturini (Ordinario di Psicofisiologia clinica presso l’Università degli Studi di Roma La Sapienza).
Qualche minuto d’interruzione e poi riprenderanno la parola il Professor Stefano Parmigiani (Ordinario di Biologia generale della nostra Università), il Rev George V.Coyne (astronomo, presidennte della Specola Vaticana), e il Professor Giulio Giorello (Ordinario di Filosofia della Scienza presso l’Università di Milano).
L’intero pomeriggio, dopo l’intervento del Rev. Roberto Tagliaferri (docente di Teologia presso l’Università Cattolica di Milano), sarà dedicato ad una tavola rotonda cui parteciperanno, oltre ai già citati Giorello e Fuss, anche il Rev. Carlo Molari (teologo e saggista), e il Rev. Fausto Taiten Guareschi, maestro zen nonché esponente del buddhismo zen in Itallia da cui è partita questa iniziativa. (L’organizzazione, lo ricordiamo, è dell’Istituto Italiano Zen Soto Shobozan Fudenji e dell’Unione Buddhista Italiana ; mentre il patrocinio è della Rappresentanza in Italia della Commissione Europea, della Regione Emilia Romagna, della Provincia di Parma, del Commune di Salsomaggiore, dell’Istituto Giapponese di Cultura di Roma, dell’Ambasciata del Giappone e di quella dello Sri Lanka ; collaborano Sotoshu Schumucho di Tokio, Rissho Kosei Kai di Tokio, la Diocesi di Piacenza, l’Università di Parma, Pro Civitate Cristiana di Assisi, Fondazione Maytreia di Roma, Occidente Buddhista, Da zero all’infinito, Uff. di Promozione Turistica di Salsomaggiore, Società d’Area di Salso e Tabiano, Casa Editrice “Luigi Battei” di Parma).
Per domenica, 1 giugno, le conclusioni : dopo le relazioni dei rappresentanti dell’UBI, sarà la volta del momento più solenne, toccante ed ecumenico, con la concelebrazione Buddhista-Cristiana del Vesak.
(La partecipazione, che prevede una quota d’iscrizione, va segnalata al Shobozan Fudenji, tel 0524/565667).

mercoledì 20 marzo 2019

IL CIELO DI MARGHERITA HACK di Rita Guidi

Risultati immagini per margherita hackC’è comunque un cielo da amare, 
fosse anche (leopardianamente) indifferente. E’ fatto di corpi pulsanti, fonti di energia luminosa : stelle.
Margherita Hack le guarda ( e le ama) così...
Noi astronomi siamo dei fisici. - afferma, lo spiccato accento toscano - Delle stelle ci chiediamo qual’è la loro struttura, la loro fonte di energia ; come si aggregano in galassie... Non la loro origine : quello è un discorso metafisico, ed è una domanda che semmai ci poniamo come persone, non come scienziati...”
Universi (è il caso di dirlo) separati quindi, quelli tra scienza e religione ?
Decisamente sì. - risponde sicura - E’ vero che, soprattutto in alcuni campi della ricerca, possono intervenire questioni etiche, e la scienza deve fare attenzione a non danneggiare mai la vita. Ma deve sempre andare avanti...”
Nessuna preoccupazione ? Nemmeno per i più recenti sviluppi della genetica, di cui tanto si è parlato ?
No. Non sono preoccupata. - ribatte decisa - Anche la clonazione può essere utile. La biologia può portare a enormi vantaggi. Trovo ad esempio bellissimo che una donna adesso possa avere figli a cinquanta o sessant’anni...E sarà un figlio tanto amato quanto è stato voluto e desiderato. Così come sono contraria - prosegue - all’idea che l’embrione sia una persona. La donna deve essere libera di scegliere...”
E le nuove comunicazioni ? Le nuove tecnologie ?
Utili. Anche quelle. - riprende la Hack - Naturalmente con criterio. Per non diventare vittime del computer, come dei drogati...Insomma ho fiducia. Sono ottimista ; spero che la ragione umana prevalga anche su quella grave disattenzione che ha portato a un così scarso rispetto per l’ambiente. La scienza deve essere cosciente di questo ed educare a questo. Da subito, per il nostro presente.”
E per il cielo di domani...A proposito : come lo vede, che so ?, da qui a mille anni ?
Uguale. - sorride - Forse avremo strumenti più potenti per studiarlo. Forse potremo viaggiare nel sistema solare, colonizzarlo con osservatòri...Ma il cielo fra mille anni sarà uguale : per lui un millennio è poco più di un secondo...”
Nessun turbamento. Nemmeno per lei...
Io sono atea, materialista. - spiega - Dietro al telescopio per me c’è solo materia. Come un insetto dietro il microscopio per il biologo...Turbamento no...Quello è più facile averlo guardando il cielo a occhio nudo...”
E allora, chissà...

                                                                                                              Rita Guidi

martedì 19 marzo 2019

PORTE SENZA PORTA (B.SEBASTE) di Rita Guidi


La tranquillità di un ordine, dietro al caos apparente. Come dire il sapore dell’acqua, dopo la sete. 
Lascia questa sensazione esatta, il libro di Beppe Sebaste, “Porte senza porta” (collana Le onde, di Feltrinelli come il suo precedente “Niente di tutto questo mi appartiene”), che trovate da oggi in libreria.
E’ un viaggio : ma nulla a che vedere con i consueti, seppur splendidi, orizzonti simbolici. Un percorso immobile, allora meglio, in quanto le strade sulle quali l’autore si muove sono solo una distanza inutile e necessaria.  Lo spazio fisico destinato a condurlo da coloro che gli offriranno una nuova partenza.
 Perché non sono una mèta, ma un inizio, i maestri. Sono esempi di noi. Demiurgi degli altri. Soglie invisibili che conducono a impararsi.  E imparare a impararsi è proprio il traguardo senza arrivo che Sebaste insegue attraverso questi quattordici incontri con altrettanti maestri. Non necessariamente “grandi”, non indispensabilmente famosi, sono proprio coloro che sfuggono immediatamente ad ogni catalogazione o banalità. Perché non insegnano ma educano ; ed è una luce che possono irradiare “tutti”.
Mia intenzione - scrive Sebaste nelle belle pagine introduttive - è suggerire che i maestri esistono, che sono o possono essere a  portata di mano, nel raggio di una comune esperienza quotidiana.”
Per questo chiede scusa a un’animatrice e ad un istruttore di nuoto, a un monaco, e soprattutto ai bambini... “veri iniziatori degli adulti, - dice - creatori di padri e di madri ( e non il contrario)”.      E quindi si avvia, a raggiungere quanti ha deciso, in questo libro, di ascoltare e riportare.  Quattordici tappe di un cerchio che non dimentica Parma ; anche sua città, che abita ora solo a tratti, diviso tra Parigi, Pietrasanta e anche Bologna, per impegni universitari.
Il primo incontro è ad un passo dalla bellezza dolorosa e necessaria del deserto. E non è casuale l’appunto di un viaggio precedente che l’autore ritrova in questa occasione : “...non so perché mi trovo qui, se non che mi sono perso già molto tempo fa, - vi si legge -  e sono venuto qui per perdermi del tutto, e così forse ritrovarmi : uscire dal deserto come parola, come metafora, per trovarmi nel deserto reale...”.  
La distesa di sabbia è, un anno dopo, per lui, lontana intorno a Gerusalemme, oltre la terrazza sulla quale incontra Bruno Hussar, il primo maestro.  Padre Bruno, cioè : missionario ? Monaco ? Come definire questo fondatore dell’Oasi di Pace, che accoglie senza esclusione ed in aperto dialogo ogni religione e appartenenza ? Sebaste ne rintraccia in queste undici pagine la peculiarità e l’insegnamento. Un vero uomo di fede, un amico delle nuvole...
E’ l’idea della nuvola che si alza ad indicare il cammino - scrive Sebaste - ...qualcosa come una lieve, mai ingombrante, serena speranza...Il contrario della progettualità, del progetto tecnocratico...”.
Ma non è solo questa del sacro, la sfera (seppur privilegiata, come sottolinea apertamente l’autore) in cui Sebaste rintraccia i propri maestri. Di più, invita a non porre confini, soglie. Manualità e pensiero, corpo e spirito non amano scissioni.  Maestro sarà allora Steve Paxton e la sua danza, come Fausto Taiten Guareschi e il suo zen; Bruno Munari e i suoi oggetti, come Terry Riley e la sua musica; Alessandro Fersen e il suo gesto teatrale, terapeutico come quello di chi opera nella Lega del Filo d’Oro ; ancora Cesare Barioli e il suo judo come Kar Fung Wu-Santaro e il suo qi-gong ; quindi Emmanuel Levinas, e il suo pensiero, come Elizabeth Bing e la scrittura, o Luigi Ghirri e l’immagine, la fotografia.
Per ognuno un capitolo, un incontro, un dialogo. Un viaggio che è una sosta. Sguardo mai scontato sul quotidiano. Sapore dell’acqua. Ritorno a sè.  E le parole belle, attente ai particolari.
Ma dimmi, - fa dire ad esempio a Riley - hai suonato le tablas o hai suonato con le tablas ?”
E lui, nei ringraziamenti, scrive : “Alla fine di gennaio del 1996 ho appreso della morte di colui che, dopo i miei genitori, fu il mio primo, vero maestro : il maestro di scuola elementare Giuseppe Torelli di Parma, a cui devo quasi tutto. Questo libro è anche per lui, come si dice di una suonata per pianoforte.”
Un libro per. Attraverso. Oltre le soglie invisibili della propria esistenza.
                              

                                    Rita Guidi

lunedì 18 marzo 2019

ROMA - DUEMILA ANNi FA di Rita Guidi



C’è una nuova strada che porta a Roma. 
Lastricata di storia e fantasia, è come un bel sogno a colori di qualcosa di vero ; di un mondo che è stato, è accaduto. Solo troppo lontano per essere anche ricordo.
E’ una città virtuale, allora (ed eccola la nuova strada), che, come soltanto questi universi paralleli oggi consentono, affiora concreta e sorprendente dalle pagine dei libri, e diventa selciato sotto i nostri passi di uomini moderni.
“Roma - Duemila anni fa”, è infatti il titolo della bellissima realizzazione in cd-rom, edita da Sacis e Editalia Multimedia.
Quattro anni di lavoro, fatti di documentazione e di difficili scelte, ed un primo risultato è qui, in questo cielo sopra Roma, rosso come doveva esserlo su questa splendida urbe ai tempi di Costantino. In quel IV secolo, cioè, nel quale gli autori (Gualtiero e Roberto Carraro) hanno scelto di “fotografarla”.
Sotto quel tramonto, infatti, che tinge di una luce suggestiva la visione complessiva della città, la vita pulsa davvero viva come in un filmato surreale. Perché si può camminare, in questi venticinque chilometri quadrati della storia, e sbirciare tra ville e condomini, monumenti e stanze. Con la prima sorpresa del colore : non il pallore secolare di un sito archeologico ricostruito, non le pietre o i marmi bianchi che la realtà oggi, a frammenti, ci consegna. Ma la realtà tutta, Roma tutta, con i suoi fregi e le sue pitture, i suoi colori “nuovi” che il dio-computer ha rubato alle rovine.
E non solo : perché è vero che dal breve coccio della cornice policroma di un tempio, è possibile estrarre motivi e colori utili a ridipingere un’intera città ; ma a volte non esiste più nemmeno quello. E allora ? Allora, come dichiarano senza esitazione gli autori... “ci siamo esposti alla possibilità di errare, piuttosto che omettere gli elementi cromatici, decorativi e figurativi che caratterizzavano indubbiamente gli antichi monumenti”.
Sarà il caso, comunque, di perdonarli. Magari addentrandosi nei luoghi più privati della “Vita” (questo il titolo di una sezione dell’opera) in quei lontani duemila anni. Dai luoghi ludici a quelli più intimi, vita pubblica o privata che sia, sono tutti lì. Dal triclivio al mitico Senato, ogni giorno è percorribile nello spazio e comprensibile nella scheda (ce ne sono cinquemila) da ascoltare o da leggere, a corredo delle seicento immagini o filmati illustrativi.
E i monumenti ? La sezione “Architectura” (in latino, sì, come le parole guida che segnalano le possibilità interattive) vi invita a visitarne centotrenta. Da investigare da vicino, nei capitelli o nei frontoni ; da passeggiare intorno ; da scoprire in una magica visione dall’alto. Turisti virtuali del tempo, non manca certo una guida di storia (“Historia” più esattamente), nel caso smarrissimo la prospettiva degli eventi o dei protagonisti.
Il cielo sopra Roma è insomma nostro. Frammento di storia pronto ad essere ampliato : già programmato, infatti, è un gioco didattico e un relativo sito Internet. La nuova strada per Roma, oggi, passa anche di là.

                                    Rita Guidi

domenica 17 marzo 2019

PARMA ANNI '50 d Rita Guidi


Colori primari :  blu, rosso, giallo. 
Il nostro mondo a colori di oggi comincia lì. E la locandina di questa mostra sugli anni Cinquanta, sottolinea anche in questa scelta il suo invito alle mille bolle di un tempo, tanto essenziale, quanto sulla soglia.     Fermi sulla storia e appena nati al presente, quei dieci anni sono infatti la nostra metà : dividono, lunghissimo, il secolo, ma si sposano già con quelle che saranno le nostre abitudini.
Anche per questo, per rintracciarne il peso e la (difficile) dolcezza, i colori, il Gruppo Giovani dell’Industria Parmense, il Comune di Parma e  Banca Monte (che da oggi al 14 giugno offre per questo ai visitatori gli spazi di Palazzo Sanvitale), hanno dato vita a questa importante iniziativa.
Bando allora a parentele col modernariato, nemmeno una concessione alla nostalgia, questa esposizione su “Parma anni ‘50” vuole essere un utile, appassionante, suggestivo percorso tra gli “avvenimenti, le atmosfere, i personaggi” (come giustamente sottotitola l’evento) di quel decennio.
Da un più serioso mappamondo di notizie alle vetrine di moda, dal nuovo e troppo-nuovo design a quei sogni in pellicola che hanno davvero ricolorato il mondo dopo il lungo rullino negativo della guerra, questo ritorno al passato prossimo è ripresentato proprio tutto ; sintetizzato, spiegato, riordinato in spazi tematici essenziali (primari...) così come l’hanno voluta i curatori. L’idea, di Alfredo Corradi, è stata infatti coordinata da Lara Ampollini e Giancarlo Gonizzi. Responsabile anche, quest’ultimo, del progetto editoriale dello splendido catalogo edito dalla PPS ; un vero e proprio libro, meglio, che dall’esposizione trae solo l’input per un discorso senza scadenze, puntuale e completo, sul decennio. Le firme sono di Baldassarre Molossi, Bruno  Rossi, Giuseppe Marchetti, Antonio Cellie, Gianni Capelli..., in un lungo elenco di personalità ; la grafica è sciolta ed elegante.  Citazione anche questa di un mondo, e che è ripresa poi, evidente, nelle scelte dell’allestimento...
Era la filosofia più opportuna - spiega l’architetto Marco Zarotti, che, con Alberto Bordi e Sauro Rossi, ha firmato il progetto espositivo - Occorreva “comunicare” questi anni ’50 non solo con il contenuto ; quindi farne rivivere lo spirito non solo attraverso i documenti rimasti, ma anche con una più complessiva cornice. E attingendo proprio all’eleganza e alla freschezza grafica del periodo.”
Figure scontornate e pannelli densi di “mitiche” immagini giganteggiano vive, come i sorrisi di un’età che preferiva grattacieli e strade per le proprie cartoline, piuttosto che i monumenti o i palazzi cui siamo oggi abituati. Non per superficialità, no, ma per voglia di nuovo, laddove il passato era maceria di guerra non ancora ricordo. Meglio allora la fòrmica, gli scooter, i colori...
Degli abiti, ad esempio. Sull’onda delle radio nuove nuove anni Cinquanta, che diffondono in questi spazi le voci e le notizie di allora, una delle prime tappe è proprio lì. Tra le vetrine firmate Sorelle Fontana. Prima voglia d’Italia nei sogni da indossare. E prima Parma versione nazionale di un’età che l’ha vista decisamente protagonista. Città piccola, d’accordo : oltre la soglia che idealmente la raccoglie e la racconta urbanisticamente com’era in una grande piantina, ci sono i tavolini di Bizzi, puntualmente gigantografati. Pochi metri di una sola piazza, è vero, ma personalità grandi e tante. Da Attilio Bertolucci a Pietrino Bianchi, un certo pensiero passava anche di qua. E non tardava a farsi “filosofia”, innovazione...
E’ davvero questa la parola d’ordine di quegli anni - sottolinea lo stesso Gonizzi, che ripercorre con noi queste sale -  Nulla a che vedere con l’improvvisazione, nasce anzi dalla lunga esperienza del passato. Ma accelera proprio straordinariamente in questi anni. Come se un certo mondo di idee, di possibilità, fosse rimasto compresso, schiacciato dalla durezza degli anni precedenti. E qui esplodesse.”
E qui esplode : la bic e il frigo, la “Lettera 22” ,( il mito, ebbene sì, anche versione verdina o rosa della Olivetti), e insomma tutto il design, conosce una ventata tonda e nuova, amplificata dalla pubblicità e dalla tivù. In una parola Carosello (e, senza, cosa saremmo oggi ?). Una comunicazione profondamente attuale quindi (e colorata, e primaria), che ci rimbalza di nuovo a Parma. A quel Carboni che pensa l’universo blu della Barilla ; alla stessa Banca Monte, che non è qui solo contenitore ma protagonista e testimonial di quella crescita ; o comunque a quel modo nuovo di pensare all’impresa che tanto dovrà ai mass-media. Lo raccontano eloquenti queste tivù, appena prima dello scalone che conduce invece a quel più grande schermo, il cinema, che con l’editoria abita (in tutti i sensi, appunto) al piano di sopra di questi anni.
Venti minuti di trailer in cinemascope per inventarsi in un montaggio il meglio delle mitiche produzioni di allora ; e poi le bacheche con i periodici, i libri della gutemberghiana tradizione parmense, sotto i dieci articoli dieci dei giorni più immortali, gigantografati in altrettante Gazzette.
Un corridoio per l’arte, una sala per il teatro...abbiamo dimenticato lo sport ? E’ di nuovo giù, accanto a quella “Vespa” che basterebbe da sola a suggerirci un ambiente.  Chi non ha sognato vacanze romane ?
 E, alla fine, chi non sogna questi anni ? Questo presente lontano ? Questo non come-eravamo, verrebbe da dire, ma come-siamo ?
Una nostra sensazione costante è stata proprio questa - afferma infatti Gonizzi, che ha raccolto per circa due anni il materiale utile alla mostra - Di una curiosa continuità tra quegli anni e i nostri. Come se i decenni “in mezzo” avessero interrotto questa complicità di proposte e di bisogni...Di innovazione, quindi, ma soprattutto e sempre di qualità
Qualità prima che consumo, eleganza prima che esibizionismo, novità prima che avanguardia. I tondi, colorati anni Cinquanta, volevano innanzitutto questo. Un bisogno primario. Il colore più nuovo.

                                    Rita Guidi

venerdì 15 marzo 2019

OLTRE IL CIELO (C.SPAAK) di Rita Guidi


Atmosfere torbide attorno ad una personalità pura.
Gioca anche su questa contrapposizione, un gradino romantico più in alto della quotidianità, la narrazione di questo “Oltre il cielo” ultima fatica di Catherine Spaak.
 E dimentichiamoci il nome. Perché solo astraendo almeno in parte dall’immagine della conduttrice televisiva di “Harem” nonché protagonista di tanti film (uno per tutti l’ormai lontano “La parmigiana”), riusciremo a tentare una lettura non viziata di questo romanzo.
Non esordiente (abbiamo parlato di “ultima fatica”, appunto), la Spaak ha già pubblicato “26 donne” (Mondadori ’84), “Da me” (Bompiani ’94) e “Un cuore perso” (Mondadori ’95). Eppure “giovane” autrice sì : come lo è chi solo a tratti raggiunge un buon equilibrio nel racconto, e trasforma la fantasia di una vicenda in una letteraria verità.
Pagina 61, capitolo 11 : Nina, la protagonista, entra nella “casa della foresta”, collegio dorato e rigoroso, cui può accedere non certo per nascita ma in quanto accompagnatrice della “rampolla” Tigranne.
L’episodio più convincente è qui. Anche se è solo uno tra gli altri, a rivelare l’indiscussa ricchezza (e non si parla di denaro) di questa figlia di una cuoca. Intelligente, bella, distaccata, ottiene quel diploma e quegli sguardi, che nessuna ascendenza alto-borghese può garantire alla sorellastra. Sorellastra sì, (sorellastra forse), perché qui le acque si intorbidano tra i deliri di un maestro pittore, (forse padre), innamorato e impossibile amante, e la pazienza saggia di una madre sempre presente, anche se umile e lontana. Un certo mondo ricco e desolato è comunque fuori di lei. Distaccata, appunto, a volte anche da se stessa, in episodi di “trance” e di sogni da cui si lascia ogni tanto trasportare.
Più faticosi, questi ; come quelle pagine in cui l’autrice sembra abbia un bisogno improprio di citazioni non necessarie. Di nomi che siano sigillo della propria cultura, delle proprie letture. Non è un caso che lei stessa abbia affermato di avere iniziato a scrivere dopo la morte del padre, che, lo ricordiamo, è stato sceneggiatore anche di grandissimi film  (“La grande illusione” di Renoir, ad esempio).
Ma non è solo questione di un confronto : sembra quasi che per lei sia la scrittura il “primo piano” più difficile.

                                         Rita Guidi