lunedì 18 febbraio 2019

QUANDO IL NOBEL E' POP - INTERVISTA A ROBERTO VECCHIONI di Rita Guidi


La canzone bussa alle porte del paradiso. 
C’era anche il nome di Bob Dylan tra i candidati al Nobel per la letteratura di quest’anno.
O meglio di Robert Zimmermann : quel soprannome d’arte che voleva essere il suo personale omaggio alla passione adolescente per Thomas, il grande autore inglese di primo Novecento.
Scelta obbligata allora (per chi ama ascoltare i fili rossi del destino) ; perché adesso tocca a lui l’essere chiamato poeta. Con un rintocco che è già eco per qualcuno, o all’opposto campanello (inammissibile) d’allarme per altri.
Io sono assolutamente d’accordo - afferma Roberto Vecchioni - Dylan è un caposaldo della cultura musicale e letteraria degli ultimi trent’anni.”
Sarà...Però sembra che ce ne stiamo accorgendo soltanto adesso. Come se, per un estremo paradosso, fosse stata la musica a togliere (anziché aggiungere...) valore di poesia alle canzoni. Ad impedire e sottrarre loro una dignità letteraria...
E’ il paradosso della critica, come dire ?, affettata, però ! Io certamente non lo avverto né lo condivido. Ed è un paradosso - continua Vecchioni - che rimanda ad un’altra questione : l’unicità e la diversità della canzone. Voglio dire che la poesia ha una propria grammatica, precisa di secoli ; e la musica lo stesso. La canzone ha preso dall’una e dall’altra ed ha creato qualcosa di nuovo che non è né l’una né l’altra. La canzone è canzone. Forma d’arte nuova (poesia ma più popolare, se vuole), da valutare come tale, nella sua forma complessiva, totale, finale.”
Parole e musica come gesto inscindibile : ma non quando si compone, immagino...
E invece sì. Arriva davvero tutto insieme. Non saprei distinguere tra le parole e le note un prima e un dopo. Almeno è così per me. Ma credo succeda ad ogni cantautore.”
Cantautore, allora, non poeta...
No. Non mi piacerebbe essere chiamato poeta - una pausa - Oltretutto quello più attuale mi sembra un circolo così chiuso...Sono altri i nomi che comunque arrivano al profondo. Nel ‘900 penso a Kavafis, Pessoa (che per me è il più grande), ma anche Rebora, Luzi...”
A proposito di nomi : un’operazione molto recente ha visto la poesia di Sanguineti trasformata in versione rap...
Un momento : Sanguineti non è un poeta. Costruisce possibilità di parole emozionali, ma non è un poeta. Lui, Zanzotto..., sono ‘poeti (tra virgolette) di testa’.”
E le sue canzoni come le giudica ?  Su che basi, in quanto sistema complesso, le valuta ? E quali preferisce ?
Una delle cose cui tengo di più è la non banalità. L’originalità è importantissima,  soprattutto della forma, perché i contenuti sono più o meno sempre gli stessi. E poi la semplicità. A distanza di tempo sono le più semplici quelle che preferisco : ‘L’ultimo spettacolo’, ‘Luci a S.Siro’...”
E sono (o saranno) anche questi ‘titoli’ e pagine di studio per i suoi studenti (Vecchioni oltre che cantautore è docente di italiano in un liceo classico milanese n.d.r.) ?
Chissà ? Sì. Me lo auguro. Mi auguro, anzi, che prima o poi possa esistere anche una Facoltà di questo genere...”
Una ‘Facoltà della Canzone’... ?
“Sì. Ma non solo libri : studiare e parlare, leggere. Sì. Ma far sentire sempre anche la musica.”
Certezza categorica ma condivisibile solo in parte dal Professor Paolo Briganti, docente di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea nella nostra Università, nonché autore (con William Spaggiari) di un’antologia - ‘Poeti & C.’, per la Zanichelli Ed. - dove quell’ “&C.” comprende, accanto ai canonici Petrarca e Leopardi ( ebbene sì) anche Dylan o i Beatles, Dalla e pure lui, Vecchioni...
Vecchioni è un ottimo cantautore, - ribatte infatti subito Briganti -  ma nel prendere certe posizioni mi fa pensare ad un professore di scuola ancora legato esclusivamente a distinzioni crociane. D’accordo : la canzone è un genere a sé. Però, come ci hanno insegnato  semiologi e strutturalisti (dopo Croce...), possiamo conoscere anche distinguendo. Che non significa dimenticare l’unità.”
Di conseguenza ?
“Di conseguenza, anche nella loro nudità i testi devono mantenere un valore.”
E’ questo allora il criterio per distinguere quelle che non-sono-solo-canzonette ?
E’ anche questo : quando una canzone non comunica qualcosa solo attraverso la musica ma anche con le parole. E quando queste parole ‘tengono’ anche da sole.”
E’ un sospetto che abbiamo avuto da sempre : ascoltare Battisti, Conte, Capossela, come Van Morrison o Dylan appunto, non ci è mai sembrato un gesto passivo e gratuito, una fruizione indifferente. Più spesso invece era scegliere un cd come un libro, aver voglia di riassaporare un pezzo come di rileggere una poesia. Ma nelle antologie da quando ? Per la cosiddetta critica ufficiale da quando ?
Veramente per qualcuno un inizio non c’è ancora stato ! - sorride Briganti - Nel senso che lo sguardo di sufficienza negli ambienti più bacchettoni non manca. Dieci, dodici anni fa, poi, quando cominciammo a pensare a questa antologia, l’idea era considerata a dir poco strana. Oggi al contrario è quasi una moda. Ed il primo segnale forte in questo senso direi che è arrivato col premio Montale a Paolo Conte di tre o quattro anni fa. Per la prima volta esisteva una sezione per la canzone d’autore.”
E torniamo sulla specificità del genere...
Ma guardi che su questo con Vecchioni concordo...”
Insomma la canzone diventa ‘poesia popolare contemporanea’ : possiamo definirla così ?
“Sì. Un nuovo genere letterario ; ma in continuità con gli altri. Quale ‘grimaldello’ migliore per avvicinare i ragazzi anche a quell’altra, più classica idea di poesia, infatti ?”
Anche su questo concorda con Vecchioni : magari per una nuova Facoltà ...
Magari...Chissà ? Potrebbe davvero esistere un corso sulla ‘poesia pop’. Ecco, chiamiamola così. Si immagina le facce, - sorride Briganti - se qualcuno oggi (anche se per il teatro o per il cinema è accaduto più o meno lo stesso) dicesse che all’Università insegna storia della canzone ?...”
La canzone  bussa alle porte del paradiso : knock, knock, knockin’ on heaven’s door... Dylan ripete ossessivo questo ritornello : forse troppo per una pagina di carta, abbastanza mai per la suggestione in musica. Per la poesia pop.

                                    Rita Guidi

domenica 17 febbraio 2019

UN CUORE COSi' BIANCO (J.MARIAS) di Rita Guidi


Quale maggior riposo del silenzio ? 
Non è forse un favore fatto al mondo il tacere i segreti ? Zittire i ricordi, ignorare un passato sepolto (ad esempio) con una giovane sposa che si cerca il cuore con la morte ?
Tutto, così, resterebbe sempre bianco. Ognuno avrebbe “Un cuore così bianco” : ed è proprio questo il titolo del raro (superbo) romanzo di Javier Marìas, che esce oggi per la Donzelli Editore (la bella traduzione è di Bianca Lazzaro ; 287 pagg. ; L.28.000).  Perché càpita di leggere una bella storia, ma dietro l’intreccio nulla ; o di seguire fascinati l’inchiostro, ma dietro la suggestione nulla.
Marìas avvince col racconto e trascina con la penna ; penetra a scorticare l’anima e affonda nella vita ben oltre l’ultima pagina.
Il suo segreto è la parola : unica contraddizione (licenza) possibile, perché dell’autore. Altrimenti è dannazione. Perché come sospiro eterno d’Ulisse, la parola (la conoscenza) è un inferno.  E riposo il silenzio.
Il protagonista è un uomo che vive e muore di parole, con esse in perenne lotta.  Traduttore e interprete, vive di viaggi, prestigio, danaro con le sue quattro lingue. Ma spesso soffre la tensione di udire : meglio, di udire male. Il sussurro è mortale per chi deve trascrivere immediato con la voce il pensiero di un altro. Soprattutto se Capi di Stato, rappresentanti di governo.
Così Juan ha conosciuto Luisa, che fa il suo stesso lavoro prima di diventarne la giovane moglie.  Dal rumore dei loro quattro passi uniti è però il suo primo malessere : prima era il silenzio dell’attesa (di vederla, di ascoltarla...) ; prima era il pensiero zitto nella mente di un futuro astratto.
E adesso ?  E’ questa la domanda che non riesce a far tacere nel cervello, fin dalla cerimonia di nozze. Gli rimbomba come un presagio di fine ; autentico disagio ; obbligo nuovo (artificiale) di un plurale di verbi e conoscenze.   E pensare che il suo “non ho voluto sapere, ma ho saputo...” è la prima frase della prima riga di pagina sette al capitolo uno, che apre come una chiave la porta del libro.  
Ricorrente come molte altre, però : in un cocktail perfetto, Marìas, le disperde e le raccoglie abilissimo. Accanto infatti ai segreti e alle parole ‘da non sapere’, mute, ci sono i gesti più piccoli, le mani sulle spalle, le nenie cantate, i particolari che trafiggono, eterni, eterne storie di vita, di amori.     Perché, ad esempio, i sussurri possono essere mortali.  Ben più che per la fatica tesa di un traduttore...   La lingua all’orecchio è anche il bacio che convince di più - fa dire, spesso, al protagonista Juan, Marìas - La lingua che esplora e disarma, quella che sussurra e bacia, quella che quasi costringe.”
C’è stato un sussurro tra Lady Macbeth e il marito, in una celebre pagina di Shakespeare ; un altro nella stanza accanto, due amanti oltre il muro d’albergo del viaggio di nozze di Juan ; altri ce ne saranno, sempre. Ma soprattutto uno grida oggi al suo presente da un lontano passato : un sussurro d’amore e (quindi ?) di morte tra suo padre e quella che ne divenne la seconda moglie. La zia conosciuta solo dalle foto della sua infanzia. Quella che un giorno si cercò il cuore con la morte, appena al ritorno dal viaggio di nozze.
Attorno a quei sussurri e a quel sangue si raggruma la storia, il malessere, il presagio di Juan. I suoi sospetti e paure, il terrore rosso di conoscere.
Ascoltare è la cosa più pericolosa, - scrive Marìas, e ripete Juan -  è sapere, è apprendere ed essere al corrente, le orecchie non hanno palpebre che possano chiudersi istintivamente davanti a ciò che viene pronunciato.”
Il cuore è improvvisamente colpevole di udire, il riposo negato, il silenzio non più bianco.   
Dove i volti e le storie si confondono, dove i confini del libro sono più astratti e universali benchè calati tra i personaggi del romanzo, c’è allora un’improvviso caos assordante, un orizzonte urlante in cui tutto è inganno : inaffidabili le parole degli interpreti (anche di Juan), che inventano frasi altre ; inaffidabile l’arte ( e il padre di Juan, che ne è un esperto) che copia falsa se stessa ; inaffidabile l’affetto, nutrito di bugie, sospetti. Sussurri. Canti.
O forse no : c’è una nenia, infatti, una cantilena propria di ogni bocca femminile. Una voce che quieta nella musica la durezza delle parole (della vita, dell’amore, della morte) ; con le note, anziché col silenzio, ne addolcisce l’inganno. Anche ad essa, in una nuova (ritrovata e finalmente silenziosa) pace, si può allora forse decidere di affidare il proprio abbandono di obbligati ad amare.
Del resto : “Per Julia, malgrado Julia” è la dedica dell’autore che ispira il volume. E adesso, come certo al protagonista, ci sembra logico.

                                         Rita Guidi

sabato 16 febbraio 2019

STORIA DI UNA GABBIANELLA (L.SEPULVEDA) di Rita Guidi


Ciccione e peloso ma un’ottima mamma.  
Ruota intorno ad una nerissima coda di gatto (e a questo suo inedito ruolo) il romanzo-fiaba di Luis Sepùlveda,  fresco di stampa per i tipi della Salani Editore.
Personaggi inediti per temi invece cari all’autore cileno, la “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare” ha per protagonista infatti esattamente lui, ‘mamma Zorba’, micione pigro e integerrimo del porto catapultato a covare un pulcino.   Maldestro e affettuoso, sarà il suo ventre sorpreso ed accogliente a regalare vita ad una gabbianella altrimenti perduta ; e a garantire calore raro e commovente al racconto. Davvero splendido.
Perché si tratta di una estrema scommessa, di una sfida per lealtà, di tener fede alla parola data, per usare termini che sembrano così impolverati.  Si tratta , in barba alle diversità e un poco anche alla natura, di crescere una gabbianella, figlia già orfana di una bellissima madre soffocata sotto gli occhi del gatto dalla ‘maledizione dei mari’ ; dal petrolio, cioè, dall’umano inquinamento. Ancor più che polvere : sudiciume, catrame, di nuovo, morte.  Si tratta, infine, di insegnarle a volare.
E allora definirlo romanzo non si può, definirlo fiaba non si può, Sepulveda trascende con la più semplice e intensa scrittura la limitazione dei generi, unica direzione il contenuto, unico aiuto la fantasia.
Condizione irrinunciabile per consentirgli di descrivere senza banalità né retorica, un mondo malato ma non disperato ; per inventarsi ancora la speranza di un necessario dialogo possibile.
Gli animali, qui,  si disegnano divertenti e vivi, protagonisti umanizzati ma non troppo ; e nulla sottrae loro l’essere  un poco anche ‘caratteristici’ : antipatici come macachi, vigliacchi come topi,...individualisti come gatti (accanto all’ ‘eroe’ Zorba, ogni felino del porto corrisponde ad un ruolo e ad una tipologia).  E inquieti come gabbiani.   Il loro volo agilissimo che lascia ombre sul mare, il loro piacere dell’acqua, il fascino che subiscono dalle piogge prima del sole, aggiunge simboli alla già alta tensione di questa storia.   Fa delle piume e della coda dei due protagonisti, una scelta ancor più azzeccata.
Un gatto e una pulcina : e un amore che guarda in alto fino a spiccare il volo.  Fino ad insegnare ciò che, dopo la cura e l’affetto, comporta la separazione. La gabbianella deve volare la sua vita : ciccione e peloso, ma ottima mamma, Zorba lo sa. Zorba lo vuole.
E Sepulveda ‘interrompe’ qui, opportunamente, la ‘fiaba’. Rinuncia alla soluzione facile che ogni semplice fumetto preferisce. Non c’è gatto, ci racconta, nemmeno il più esperto (Colonnello...) o istruito (Diderot...) o vissuto (Sopravento...) gatto del porto, che possa farlo. Ad aprire le ali della piccola Fortunata non può che essere un uomo, anzi, un poeta. Chè definirlo genericamente uomo troppo lo farebbe somigliare a quell’altro, appestatore dei mari, assassino della madre.
Ecco : qui più che altrove, benchè tra mici astuti e parlanti o scimmie bisbetiche e sciocche, ci è sembrato di immergerci nel piacere lontano di un mondo di fiaba.
 O forse è solo il brivido negli occhi di qualche pagina di autentica poesia.

                                         Rita Guidi

venerdì 15 febbraio 2019

ANATOMIA DELL'IRREQUIETEZZA (B.CHATWIN) di Rita Guidi


Non sta fermo neanche nella foto. 
Che non è mossa : è lui, Bruce Chatwin, piuttosto, a suggerire anche nella sua più diffusa e celebre immagine (un flash di Lord Snowdon) un perenne andare.
Sotto la faccia le scarpe, i legacci appesi al collo. E lo zaino addosso, nell’inclinare la schiena.
Chatwin cammina. Anche lì.
Dichiaratamente un malato : ipocondriaco da immobilità.   
Ma romanticamente soddisfatto : talismano da tasca, le parole (dai Journaux Intimes) di Baudelaire, “l’horreur du domicile”. 
Che poi e’ la claustrofobia della vita. La certezza dannata che ogni più assoluta novità sarà presto immobile noia. Che un desiderio nomade renderà sempre un poco inquieta la pur preziosa serenità di quanto di bello e tranquillo ci riservano i giorni.
Di questo soffriva, nel pur diffuso ‘contagio’, più di altri.  E forse anche per questo, nota suadente e continua dei suoi scritti, ne cercava i motivi. Scientificamente, quasi, come accade ad esempio nella più recente raccolta, “Anatomia dell’irrequietezza” (nelle inossidabili edizioni Adelphi, 223 pagg., L.25.000).  Dove il corpo, ovviamente, è la vita (non solo la propria). E dove Chatwin, medico impietoso, affonda esperto e soddisfatto tra le pieghe storiche della felicità di ogni andare. O dell’infelicità del rimanere...
Perché - si chiede con una domanda figlia di quell’altra sua più celebre ‘Che ci faccio qui ?’ - divento irrequieto dopo un mese nello stesso posto, insopportabile dopo due ?”
La sua prima risposta ha un chè di genetico e personale: la sezione inziale in quattro capitoli del libro, stralcia infatti pagine a metà tra diario, confessione, ricordo, (abitudini ?). Sùbito, tra le più belle. Racconta che se Bruce è in Inghilterra spesso il nome di un cane, il suo cognome invece deriva forse dall’arcaico chette-wynde, che significa ‘sentiero tortuoso’. Forse : ma gli piace già come un destino. O almeno quanto ricordare la citazione di Pascal, per il quale tutta l’infelicità dell’uomo proviene da una causa sola : non sapersene stare quieto in una stanza.
Bando ai sensi di colpa, Chatwin si arrende, deciso, alla ‘felicità’ : e si vaccina con un robusto paio di scarpe.
E pensare che si occupava tranquillamente d’arte, ma soprattutto ne era lui stesso un collezionista. La sua primissima e ferma gioventù era immobilizzata in una delle più celebri case d’aste londinesi. Bellezza di gesso : anche questa ricorda, come il momento esatto in cui avvertì la smania di liberarsene. “ Verso i trent’anni - scrive - avevo nausea degli oggetti ; e dopo aver viaggiato qualche mese nel deserto fui preso da una sorta di iconoclastia islamica, e credevo in tutta serietà che non ci si dovesse inchinare davanti ai simulacri.”
Questo diventa per lui, improvvisamente, tutto ciò che non sia essenza del cammino : un simulacro. Due torri in toscana o un monolocale londinese, comunque, a cui tornare ( posti dove scrivere, e per non sentirsi totalmente ‘senza’) e poi via ; ogni strada è per dove. Patagonia, Timbuctù...
Soprendente è la sua prosa ‘di viaggio’: asciutta nei racconti come resoconti (quattro quelli qui riproposti) di universi così lontani, che basta la loro diversità a farne lettura. Ma più sorprendente è la sensazione che Chatwin cammina e guarda e scopre, ma è come se sapesse già ciò che lo attende. Il suo viaggio, insomma, non è ricerca di ciò che ha già trovato : piuttosto raccolta, di ciò che ha già comunque seminato e cresciuto. Lui stesso sottolineava che anche questi più fantasiosi e documentaristici frammenti, del resto, erano ‘idee sue’.
E’ allora un ‘breviario’ di Chatwin in tutto, questo, dove è proprio il carattere, la personalità, l’essenza dell’Autore, a raccontarsi più evidente.  E immobile : se non sembrasse un paradosso. Ma non c’è dubbio che dalle letture d’infanzia ai poeti cui guarda come saldo punto di riferimento, c’è un’assoluta fermezza nel cammino delle sue scelte, un’impronta stabile nelle sue direzioni.
Una logica. Molto prossima a quell’altra, che lo spinge ad anatomizzare, appunto, le ragioni (letteralmente) del cammino. O a pensare ad un libro, di cui traccia qui la bozza, sulla necessità nomade che dalla preistoria ci accompagna.
Le ultime pagine, infine, tra l’altro meno scarne di stile, ritraggono, attraverso recensioni o ‘rovine’ (di nuovo luoghi, dunque, case), diversi personaggi e una manìa. Stevenson (poteva non piacergli ?), Lorenz (entrambe da non perdere), fino a mitiche celebrità che vissero a Capri. Figure intessute e lette, anche queste, nel paesaggio.
La manìa è quella dell’arte ; del collezionismo, meglio. Pagine di analisi (impietosa) dattilografate nel 1973, a tanti anni da quel rifiuto lontano di se stesso.
Davvero verso un’altra strada, infinite strade, Chatwin indirizzava ormai la sua raccolta. Ma non è il caso, davvero no, di chiamarlo collezionista.

                                    Rita Guidi

giovedì 14 febbraio 2019

ORAPOLLO - I GEROGLIFICI (BUR) di Rita Guidi


Se vi piace definitela fortuna, ma pensatene le radici più antiche, o preferitene (meglio) il nome della Dea. Perché ha il sapore magico del caso quanto accadde all’orizzonte greco nel XV° secolo.
Isola di Andros, anno di grazia 1422 : Cristoforo Buondelmonti, viaggiatore, sacerdote e mercante fiorentino, acquista l’ennesimo manoscritto. Nulla di strano. E’ il suo mestiere da quando si aggira (sedici anni) in queste isole. Ma è soprattutto in questo che si cela la fortuna : intesa come Fato (non è così che nascono spesso brani di storia ?), dal momento che questo ‘scarno catalogo in due libri’ conteneva gli Hieroglyphica di Orapollo. Come dire un mito, una moda,  una ricaduta estetica ( e non), che avrebbe permeato, da allora in poi, autori e secoli.
La bellezza arcana del’Egitto, nella sua espressione più emblematica, insieme agile e misteriosa, di una scrittura figurata, i geroglifici appunto, ‘nasce da qui’. Paradossalmente un poco per sbaglio (no : per fortuna) : questa raccolta è infatti spesso, anche se oggi meno di quanto un tempo si credesse, scientificamente inesatta. La sua interpretazione dei segni, il suo legare immagine a significato è spesso libera e poetica concessione alla fantasia, lontana come cartolina dal reale enigma delle piramidi.
Oggi potete farvene personalmente un’idea. Soltanto oggi, meglio, dal momento che un’edizione italiana colma adesso una secolare lacuna. “Orapollo - I geroglifici” esce infatti nei Classici della BUR (246 pagg., L.16.000).  Una bella edizione, insieme accessibile e completa nel proporre traduzione e commento del celebre manoscritto. L’irrinunciabile testo greco a fronte, le note esatte alla traduzione nella nostra lingua (di Elena Zanco), i geroglifici sono anticipati, esplicitati e raccontati nella articolata e preziosa introduzione di Mario Andrea Rigoni.
E’ proprio qui che potete scoprirne (o riscoprirne) il fascino, ascoltarne la storia, rintracciarne anche le più attuali influenze.
Ad esempio : ne parla già Leon Battista Alberti nell’VIII libro del suo ‘De re aedificatoria’ (1450) ; e vi si ispirano Durer e Mantegna, Vasari e Bellini, Leonardo e il Pinturicchio, Giulio Romano e il Tiziano. E non è solo una questione di bellezza : il mondo umanistico e rinascimentale, sempre pronto all’entusiasmo d’antico, bagnava di pace l’universalità di questi segni. Soluzione di ogni Babele, nel sogno di Erasmo come nell’interpretazione più cara al mondo dell’Umanesimo.
Che pure non è la sola. Ficino, Valeriano, o la scuola ermetico-neoplatonica (per dirla con Rigoni nella sua introduzione, appunto), ne preferiscono il valore di simbolo, il mistero che ne identifica la parola alla cosa.
Filosofie. Tralasciatele se vi piace, come accadde al secolo dei lumi. Può comunque bastare, a capirne l’immediato successo, uno sguardo agli obelischi che punteggiano Roma, o più vicine in ogni senso a noi, mode napoleoniche. La loro radice è qui, prima ancora che tra lo splendore non di sabbia dei Faraoni : e il motivo si chiama anche fortuna. Il misterioso Orapollo (filosofo forse del V° secolo), fu assai ridimensionato da più razionali letture : potevano castori, orsi ed elefanti, che pure popolano le righe dell’autore, abitare quei luoghi ?
Eppure, ben oltre il fascino acritico di un leggendario successo, furono i seri studi di Champollion, col quale nacque nell’’800 la moderna egittologia, a rintracciare anche qui alcune serie corrispondenze.   Forse il sole e la luna, che si vogliono a immagine dell’eternità ; o una stretta di mano, che si vuole dica concordia.
La Fortuna, in questi volumi, è racchiusa comunque : traccia più antica di un universo molto nuovo.
L’improvvisa irruzione del geroglifico all’interno della tradizione occidentale - ricorda Rigoni - determinò un radicale mutamento di prospettiva, orientando la cultura e il sapere, fino allora fondati sull’esperienza puramente orale della parola consacrata da Platone nel Fedro, verso il valore della scrittura e dell’immagine.”  
E il Tasso insiste : “chi edifica con le parole senza lettere, fa uno edificio ruinoso ne la rena ; ma sovra le lettere si edifica quasi in saldissima pietra.”  
E’ davvero il destino di un inizio.


                               Rita Guidi
  

mercoledì 13 febbraio 2019

NESSUNO AL SUO POSTO (L.RAVERA) di Rita Guidi


Rocco è il nome di una dura adolescenza. 
Quattordici anni di uomo che soffrono il gridare al nudo re della (sua, nostra) vita.
E’ lui il protagonista dell’ultimo romanzo di Lidia Ravera, “Nessuno al suo posto” (ora pubblicato nella collezione Scrittori Italiani della Arnoldo Mondadori Editore).
La storia affonda in un crescendo continuo tra le pulsazioni della vita. Paradossalmente solo un poco a ritroso (sarebbe altrimenti solo ‘tragedia’), è il confronto tra il suo sentire umano e la morte, l’odio, l’affetto perduto, l’innamoramento, la ricerca, l’abbraccio ad un possibile calore (forse) ritrovato. Con il dolore autentico che vive solo chi guarda, come lui, al mondo, con divertita e divertente ironia.
Sullo sfondo (ma anche lo sfondo è tutto) la nudità di un deviato vivere sociale, di un universo di Peter Pan che però ha gli uncini di un incubo, non certo i colori della fiaba.
Perché Rocco è figlio di figli, come ricorda la stessa autrice nel risvolto di copertina, frutto cresciuto in un rovo di gemme nane.      Un padre idealista e poeta, votato al rifiuto, orgoglioso alla sconfitta (“Gli pareva che praticare il rifiuto dell’ambizione fosse l’ultimo gesto politico possibile ; rifiutare di inserirsi era il suo modo di rimanere ancorato stabilmente, poeticamente, agli anni della sua giovinezza”), suicida.          La sua nuova donna splendida di pazienza e cure, densa di spessori altrove assenti, da innamorarsene, potendo (“Lei è così. Credetemi, quando parla ti viene voglia di battere le mani. Ha questa voce organizzata su una nota sola, senza sbalzi, bassa. Non è il genere di donna che parla come se sculettasse col cervello per attirare l’attenzione. Parla pensando”).  Una nonna blasonata, che trasuda ricchezze inutili ad altri bisogni.    Sorelle e sorellastre bellissime (“Le persone belle dormono così, senza sgangherarsi, la notte appoggiata sulla pelle”), figlie della danza e dell’immagine.   Figlie di sua madre : madre ? Incantevole miniatura biondo-Marilyn, irresistibile collezionista di mariti americani (“E’ l’essere più dannatamente fotogenico che ho mai incontrato. Conosco femmine più giovani e più belle. C’è in classe mia tal Valentina,che è una specie di Miss Mondo, ma nella foto scolastica sembra un pugile con il naso all’insù. Mia madre è invariabilmente più bella.”), non è certo lei la figura adatta a ricoprire quel ruolo.
E al suo posto ? Nessuno. Nessuno al suo posto. In un’assenza più estesa, però, che tocca tutti. Tutto quell’universo umano cui tutti dovremmo avere il diritto di aggrapparci.
Ineguagliabile e forte, la penna della Ravera infierisce sul lettore tutto il dolore di questa assenza. Intercalato a spassose e graffianti occhiate sulla gente o le città (Torino, Frisco...), lo racconta nei pensieri adulti di Rocco, fardello immensamente forte e fragile tra le vite degli altri : la sua è in uno zaino di poeti. Eliot, Keats, Dylan Thomas...Perduti anche quelli (ma non la loro intangibile sicurezza) guarda caso all’incrocio tra due voli, in un aeroporto.
Rocco vola (deve farlo) verso quell’America (e quella ‘madre’ ?) che odia. Lo stridore è totale : dentro la decappottabile rossa di mamma-biondo Marilyn, il suo corpo è un involucro passivo di pensieri altri.  Ascolta la ‘sua’ musica (Tom Waits)  e pensa che è bene perché “la musica dà riposo a chi ha troppe cose da non dirsi”. Ma solo la musica è al suo posto : “State qui -  grida il suo cervello, (ma a chi ?) - State qui. E parlatemi. Oppure lasciatevi dimenticare.”
E invece nessuno resta e nessuno davvero se ne và, incisione a fuoco nei ricordi. “Ricordi tutte le porte chiuse tutte le luci spente tutti i baci mancati tutti i ritardi le assenze...”
Ricordi d’infanzia. O di un presente adulto ?
Perché alzi la mano chi almeno una volta non ha avuto il suo stesso sogno : “Se un giorno farò la rivoluzione sarà perché nessuno debba sentirsi come mi sento io in questo momento. Un bagaglio leggero, un oggetto da spostare.”
Genitori o destino, che importanza ha ?

                                         Rita Guidi

martedì 12 febbraio 2019

PICCOLO TRATTATO DELLE GRANDI VIRTU' (A.C. SPONVILLE) di Rita Guidi


Ultima tentazione : la vetta. Quel crinale 
continuo di ogni monte ventoso che si tocca a fatica, un istante.
 E’ a questa meta senza prezzo, a questa sfida che costa ogni fibra di uomo, che si rivolge il volume di Andrè Comte-Sponville, “Piccolo Trattato delle Grandi Virtù” (Casa Editrice Corbaccio, 351 pagg., L.32.000).
La potenza, l’eccellenza, è là in alto, svettante oltre la strada in pianura dell’uomo moderno. Una catena di cime : l’Autore ne conta diciotto, come per una maggior età dell’anima.
Diciotto virtù, perché basta con l’accusare sempre, denunciare sempre : “...è la morale dei tristi, è una triste morale - si legge nell’introduzione - E’ meglio insegnare le virtù (diceva Spinoza) che condannare i vizi ; è meglio la gioia della tristezza, è meglio l’ammirazione del rimprovero, è meglio l’esempio della vergogna.”
Diciotto virtù, perché è questo il numero dell’equilibrio, che solleva da ripetizioni e inessenzialità.
Prima sfida (e audacia), si dirà, anche solo sceglierle e parlarne.  E allora, diciannovesimo : riflettere. All’elenco di Sponville, è questa la postilla che aggiungeremmo. Alle sue pagine quiete e senza traccia di presunzione, è del resto lui stesso a sottolineare questa prima consapevolezza. Vuole un ‘piccolo’ ad aggettivare il ‘trattato’ del titolo. Ed esordisce dicendo che “se la virtù può essere insegnata, è più con l’esempio che con i libri. - ma aggiunge - Perché allora un trattato delle virtù ? Forse per questo : per cercare di capire ciò che dovremmo fare, o essere, o vivere, e valutare in tal modo, quantomeno intellettualmente, la distanza da percorrere. Compito modesto, compito inadeguato ma compito necessario.”
Necessità lunga per un bisogno moderno (come dimostra anche il grande successo riscosso non solo in Francia da questa pubblicazione) .  Gli agili e brevi capitoli, si snodano uno dopo l’altro come in un’ideale arrampicata : a partire dalla cortesia (ebbene sì); quindi la fedeltà, la prudenza, la temperanza, il coraggio, la giustizia, la generosità, la compassione, la misericordia, la gratitudine, l’umiltà, la semplicità, la tolleranza, la purezza, la mitezza, la buonafede, l’umorismo, l’amore.
Se vi sembra che ne manchi qualcuna o che qualcun’altra sia fuori luogo, Sponville non tarderà a convincervi che non è così. L’andamento leggero del suo fare filosofia ( è docente alla Sorbona), i suoi cenni ai grandi del pensiero, sillabano come fosse ovvietà la logica della saggezza.
La sorpresa più bella è nelle parole più antiche : misericordia, compassione, temperanza... Hanno un suono scomparso. Sponville lo ricorda, ma insieme ne rintraccia i contemporanei sostituti (“Triste epoca - afferma però - che sopprime le grandi parole per non dover vedere la propria piccineria.”) ; e poi ne fa nuovamente una meta ‘inattesamente’ attuale.
Una vetta. Perché ogni virtù, come affermava Aristotele, è un crinale tra due abissi. E come se non bastasse è (sono quasi tutte) ambigua : forza del bene o del male in quanto prima di tutto eccellenza.  
Un esempio lampante ? Prendiamo il coraggio. Non può forse servire la buona come la cattiva causa ? E qualora si trovi sul giusto (virtuoso) versante, non agisce forse salvandosi dal cadere nella temerarietà o nella viltà ?
Viltà, non prudenza. Virtù, questa, che traduciamo oggi con buonsenso, e che è condizione di tutte le altre. Perché distingue l’azione dall’impulso, guida il passo e non la corsa sull’ultima roccia. Più plurale delle virtù che sono comunque plurali : perché la generosità con il coraggio diventa eroismo ; con la giustizia equità, con la mitezza bontà...
Da illuderci che se almeno ne raggiungessimo una...
Comunque, se ancora non ci sentiamo abbastanza allenati per la fedeltà (che è principio di tutte : come può essere giusto infatti chi non è fedele alla giustizia ecc.ecc.?), proviamo umilmente con la cortesia.  La cortesia è la prima virtù - afferma infatti Sponville - e forse l’origine di tutte...Virtù di pura forma, parvenza di virtù...E’ piccola cosa ma che ne prepara di grandi.”
E’ il primo fiato, tensione, imitazione, desiderio. Gradino.
E come in ogni altro capitolo non si aggira qui nessuna banalità e più d’una sorpresa. La nostra vita, piuttosto,  ci sembra cresciuta in discesa, dove i giorni insegnano a cibarsi, camminare, parlare...Intorno non abbastanza cortesia. Diciannovesimo riflettere : si potrebbe iniziare da quello.  

                                    Rita Guidi