domenica 3 febbraio 2019

FEDERICO GARCIA LORCA - intervista al Prof. Luigi Allegri di Rita Guidi


Il tempo segna spesso istanti deformati. 
Piacevolmente, anche...
La poesia di Lorca è un ricordo fortemente legato alla mia adolescenza. - afferma il professor Luigi Allegri - E certamente non solo alla mia, dal momento che è senza dubbio stato un grosso punto di riferimento per più di una generazione” (...)
Parliamo di teatro ? (Luigi Allegri è docente di Storia del Teatro e dello Spettacolo presso la Facoltà di Lettere della nostra Università n.d.r.)
Parliamo di poesia: qualcuna la so anche a memoria. Erano versi che parlavano con un calore e un colore forte ai miei quindici anni. - sorride - E temo già che a riascoltarle oggi sarà molto diverso... E poi, sì, parliamo di teatro...” (...)
E’ a questo Lorca drammaturgo della maturità (se così si può dire) che vanno le sue preferenze ?
No. Mi ha interessato tutto. Credo di averlo amato tutto. Ed è anche questo un Lorca pieno di umori, di passionalità, come dire?, quasi ‘greve’ all’occasione... Sempre comunque interessato all’uso dello spazio, che è chiuso, claustrofobico. In un rapporto sempre difficile tra dentro e fuori. Come il rapporto tra le persone, che non è mai leggero...”
Persone o personaggi?
Persone e personaggi. E non dimentichiamo i burattini. Ho amato molto il Lorca autore di questo genere di teatro. Soprattutto il suo Don Cristòbal, una sorta di erede spagnolo di Pulcinella. Ho dedicato più di uno studio e più di una pubblicazione a questa specifica produzione...”
Lo spettacolo, insomma, deve continuare.

                                    Rita Guidi

sabato 2 febbraio 2019

FEDERICO GARCIA LORCA - intervista al Prof. P.Menarini di Rita Guidi


Il tempo segna spesso istanti deformati. 
Che è come individuare un’altra bellezza (delle cose, degli uomini, della poesia) dietro ad una più grande verità. Sono le lancette surreali di Dalì. O le diverse fortune di Lorca, personalità così intensa e poliedrica da ‘costringere’ a seconda dei tempi e delle emozioni a diverse letture. Quasi condanna, allora però, questo parziale restringersi dell’interpretazione...
Vorrei devvero glissare sui modelli di lettura più recenti dell’opera di Lorca - afferma il Professor Piero Menarini - Operazioni pseudo-freudiane, non solo superate ma assurde e fuorvianti.”
Si riferisce a quelle legate alla natura omosessuale di Lorca?
“Sì. Ma ciò che infastidisce è che questo tipo di ricerca che negli USA ora va per la maggiore ( e per di più è finanziata dallo Stato) è sostanzialmente una caccia allo ‘scoop’, al presunto sordido. Vuole un esempio? Sono state pubblicate di recente almeno cinque edizioni de “I sonetti dell’amore oscuro”. Ebbene un falso è già nel titolo. Lorca parlò sempre e soltanto di sonetti d’amore, richiamandosi semmai alla tradizione seicentesca. Aggiungere quell’’oscuro’ significa condizionarne erroneamente l’interpretazione...”
Quelle fastidiose lancette deformate...
E il tono risentito e sicuro di Menarini è quantomeno motivato. Conosce Lorca da almeno vent’anni, e a quel ‘conosce’ manca solo il ricordo impossibile di una stretta di mano. Oggi docente di lingua e letteratura spagnola presso la facoltà di Lettere della nostra Università (pendolare ormai da una decina d’anni dalla nativa Bologna), ispanista in generale, si definisce però un lorchista puro...
La mia tesi di laurea - ricorda - era sul volume oggi apprezzato ma allora sconosciuto ‘Poeta a New York’. Era l’estate del ‘72 e subito dopo feci un viaggio in Spagna, proprio per visitare i luoghi di Lorca. Con un po’ di coraggio e molta faccia tosta, decisi di telefonare alla famiglia. Mi rispose il fratello Francisco, invitandomi ad andarlo a trovare. Andaluso puro, letterato raffinatissimo, estremamente ospitale, decisi persino di lasciargli il mio articolo sul fratello. Non avrei mai immaginato che mi avrebbe scritto per complimentarsi...”
E’ un messaggio prezioso: la naturale riservatezza andalusa, l’abbandono ad un tempo senza fretta e l’assoluta preferenza per il contatto umano, avrebbero potuto significare un consueto silenzio; e chissà, la stretta di mano ad un nuovo incontro.
E invece no: quella lettera gli apre, come il più raro dei riconoscimenti, le porte di casa Lorca. Le stanze, i cassetti, i manoscritti. Per questo Menarini oggi si definisce un lorchista puro. Per questo il suo nome, oggi, è imprescindibile per chi voglia avvicinarsi alla figura del grande artista. Artista, certamente non solo poeta...
La prima sorpresa nello studiarne e riordinarne l’enorme mole di manoscritti, è stata proprio la sua poliedricità  - spiega - Lorca è davvero un mostro sacro. Ha fatto di tutto in tutti i campi: disegnatore apprezzatissimo, ha scritto la sceneggiatura di un film; è stato direttore teatrale, ma anche attore; ha disegnato costumi e scene, scritto musiche e probabilmente progettato anche i burattini ai quali dedicò più di uno scritto teatrale. E ho tralasciato, ovviamente, la sua dimensione più nota di autore, poeta, prosatore...”
Lo fermiamo col desiderio della provocazione: definirlo in un aggettivo...
Tutti. - sorride Menarini - No eh? Così è troppo facile. Allora direi ‘unico’. Senza entrare in scale di grandezza, rispetto ai suoi contemporanei ha davvero il carattere dell’unicità: poliedrico eppure sempre se stesso; senza cedimenti a mode o a facili guadagni...Libero, poi. Anche politicamente, per quanto questo possa sembrare paradossale...”
Può chiarirci meglio questo passaggio?
Voglio dire che innanzitutto per lui occorre essere poeti. D’accordo, tra le cause della sua morte vi fu l’adesione al Fronte repubblicano, ma non scende nella mischia politica. Dell’amico Rafael Alberti ha detto che era partito per la Russia poeta ed era tornato comunista...Lorca odia i pamphlet e vuole la poesia libera. Il suo modo di essere poeta ha un unico vincolo: aprirsi le vene per gli altri. Lo scrive nel ‘35.”
Stiamo ridisegnando col compasso il quadrante dell’orologio?
Certamente stiamo liberandoci da erronei luoghi comuni. Ad esempio che la fama di Lorca sia esplosa dopo (e per?) la sua morte. E’ un falso clamoroso: nel ‘27 era già tra i poeti più guardati e dal ‘33 era il poeta di lingua spagnola più noto nel mondo.”
"(...) Lorca è poeta drammatico e non lirico. L’Italia poi ha sempre avuto uno sguardo su di lui e sulla Spagna in generale decisamente folkloristico...Insomma sarebbe opportuno vincerne determinate catalogazioni: dal chitarrista di flamenco all’avanguardista!”
Qual’è allora il Lorca che personalmente preferisce?
Confesso che sono sempre rimasto legato a quella prima opera che ho scoperto, “Poeta a New York”. Forse una poesia difficile, ammesso che l’altra sia facile, ma nella quale credo riesca a fondere al meglio la sua cultura (che è e vuole essere popolare) e l’avanguardia, il surrealismo in particolare. Tutta la sua sensibilità contadina, cioè, all’interno di una forma espressiva, di una scuola poetica precisa. Senza contare che è già una critica ( poetica), coi suoi occhi di uomo del Sud, alle devastazioni della metropoli.”
E invece qual’è il ‘tempo’ vuoto, l’aspetto più trascurato del poeta?
La produzione per quanto vasta è stata ormai vagliata praticamente tutta. Siamo riusciti a realizzare una Fondazione (con tre sedi: Madrid, Granada, Fuentevaqueros) per cui il materiale è a disposizione degli studiosi. Però, forse, occorrerà insistere su Lorca prosatore: pagine giovanili di estremo interesse, meditazioni, diari...Dialoghi, anche: un genere erroneamente inserito nel teatro. E a proposito. Il suo teatro per i burattini: almeno sette copioni e non due come si credeva. Insomma è un genere, non un episodio.”
Lorca è una scoperta (un tempo...) infinita...
E’ un mostro sacro gliel’ho detto. Una personalità che rivela un totale entusiasmo e passione per le cose di cui volta per volta si occupa. Freneticamente: anche le grandi tragedie le scrive in trenta, quaranta giorni. Curiosamente: afferma di scrivere esattamente ciò che da anni aveva in mente. E scrive con la stessa mano a distanza di dieci, vent’anni, come è proprio dei grandi. Anche questo dovrà essere ricordato nelle sue biografie...”
Altro capitolo da rivedere...
Diciamo pure altro tempo, sì. Mi sembra appropriato. Accennava a Dalì: se certamente De Falla è stato per lui un grosso punto di riferimento, per Dalì credo piuttosto il contrario. Cenni ad orologi surreali e deformati sono spesso presenti nelle prime poesie di Lorca...”
Analogie curiose: quasi in assonananza col verso che Menarini ama maggiormente ricordare...
“Perchè io sono un polso ferito /
  che gira dall’altra parte delle cose...”
E aggiunge che, croce e delizia dei suoi studi e dei manoscritti continuamente cancellati e corretti da Lorca, forse quel ‘gira’ (‘ronda’ in spagnolo) è in realtà, come in italiano, un ‘sonda’. O forse è un errore del traduttore, chissà. Per questa volta non importa. Per una volta è come se anche un ‘orologio deformato’ potesse battere ugualmente il tempo bello della poesia.

                               Rita Guidi

venerdì 1 febbraio 2019

IL CANTO DELLE NUVOLE (M.IOTTI) di Rita Guidi


Azzurro come un cielo denso di nubi. 
Perchè si può imparare anche questo: che “le nuvole non sporcano il cielo, come i pensieri non sporcano la nostra vera natura; basta non attaccarsi ad essi”.
Nessun dubbio sull’enigma orientale di tale saggezza. Saggezza antica, difficilissima e semplice come lo ‘zen’. Sfida aperta alla mente, ne vuol vincere i pensieri: non rasserenarli, no, ma proprio annullarli e sopirli. Morirli. Perchè è solo così che si respira la vita. E le nubi dense del nostro cielo non ne nasconderanno più l’azzurro. Una ricetta certa come un destino... perchè “non c’è via per la felicità; la felicità è la via.”
E’ proprio con questa citazione del Buddha che si apre il primo capitolo del breve quanto intenso e interessante volume di Matteo Iotti “Il canto delle nuvole: lo zen e l’arte della psicosintesi” (fresco di stampa per i tipi della Edizioni Amrita ).
Parmigiano quanto il suo cognome, Iotti chiarisce subito di viaggiare tangente a questioni religiose:
Il libro nasce dall’integrazione di due importanti esperienze personali - racconta - e ancor più (così voleva l’editore) per spiegare le esperienze meditative orientali attraverso conoscenze occidentali: nel mio caso la psicosintesi.”
Venticinque anni, laureando in Psicologia a Padova dove frequenta anche l’Istituto di Psicosintesi, Iotti pratica ‘zen’ ormai da sei anni...
Nessuna spinta religiosa - precisa di nuovo - Anche per questo ho scelto di praticare soprattutto il Soto, una linea che tende a modificare più lentamente ma più stabilmente l’io rispetto al più ‘immediato’ Rinzai; e mi sono affidato ad un monaco laico che ha sempre guardato con favore alla psicologia occidentale.”
La convinzione, direi quasi la soddisfatta sicurezza delle sue scelte, è tutta nel tono di voce, alto e vivace. Nulla a che fare con qualsivoglia stereotipo del meditativo...
Eppure tutto questo nasce da un profonda, quotidiana sofferenza interna. - ricorda Iotti -  Da un’insoddisfazione radicale che percepivo nella mia vita.”
Un disagio personale o legato agli schemi sociali esterni?
Tutt’e due. Non c’è dubbio che siamo educati all’infelicità, perchè il nostro modo di vivere ci porta ad inseguire felicità ingannevoli e illusorie.”
Il nostro universo di Sisifo: quale fatica inutile nel voler essere felici volendo tutto. Volendo. Tutto fuorchè, ad esempio, il logico, costruttivo, naturale invecchiare. Nube di vita in un cielo comunque azzurro...
Nelle figure che corredano il mio libro, non ho pensato nemmeno per un attimo di ritrarre nelle posizioni zen soltanto ragazzi e ragazze. La vita è vita a tutte le eta’ ed ogni stadio ha la sua bellezza.  Quanta angoscia intorno a noi, oggi, proprio per questa corsa impossibile per cui tutto deve essere sempre bello, nuovo, giovane. Manca totalmente il concetto di crescita.”
...O manca totalmente il concetto di (autentica) felicità? Per questo dubbio e per il desiderio di offrire la stessa soddisfacente risposta che Iotti ha ricevuto, è nato ora il  Centro Ke-Se, nella nostra città, che lui stesso dirige...
Ho trovato subito  logico e giusto poter mettere a disposizione degli altri la mia esperienza. - spiega Iotti - Un cammino che lascia intatto il contesto della persona (le sue abitudini di vita, la sua religione ecc.) ma che deve essere, per poter dare dei risultati, autenticamente motivato. Occorre, davvero, ‘prima’, fare il punto in se stessi e sentire il bisogno di cambiare il modo di relazionarsi alle persone che ci circondano; quel modo che è spesso prima fonte del nostro disagio.”
Ed è proprio a questo livello, delle relazioni con gli altri, che l’interpretazione ‘zen’ di Iotti si coniuga alla psicosintesi, e trasforma lo scavo meditativo interiore orientale, in un diverso approccio con la realtà esterna.
La forza dello ‘zen’ è allora proprio saperlo applicare alla vita quotidiana - afferma Iotti - anche davanti ad un semaforo rosso.”
Un uomo zen ha sempre lo spirito zen” rincalza il volume, che con chiarezza decisa illustra processi mentali e tecniche di meditazione, consiglia respirazione e posizioni, e insegna persino a realizzare da soli il proprio ‘zafu’, il rotondo cuscino, cioè, che sarà necessario ed unico strumento per le proprie sedute. Raccolti a loto lì sopra inseguiremo l’assoluta libertà dai pensieri. Con dolore: “Sedendovi per la prima volta sul cuscino, - si legge - la maggior parte di voi farà una scoperta interessante: lo zen è dolore.”
La vita è dolore,” - ricorda ancora Buddha nella prima delle sue Quattro Verità, citate dall’autore all’inizio del libro.
La seconda dice che il dolore è causato dal voler godere di piaceri effimeri, i quali non hanno sostanza e sono illusori. La terza che per far cessare questo dolore bisogna estinguere la sete dell’uomo, quella che lo spinge a voler cercare una felicità fatta di chimere, e la quarta indica il cammino vero la liberazione dal dolore.”
Quindici minuti, venti, di meditazione. Uno zafu come la coperta di Linus o un cielo azzurro di nubi. Azzurro di nubi: adesso lo sarà.

                                    Rita Guidi

giovedì 31 gennaio 2019

IL CONVERSAZIONALISMO - INTERVISTA A GIAMPAOLO LAI di Rita Guidi


Le parole cambiano con noi. 
Nulla di volontario: non si tratta di imparare il ‘dire’ oltre l’infantile birignao. Piuttosto, consapevoli o no, noi trasmettiamo, parlando,  ben oltre l’informazione-comunicazione-chiacchiera a chi ci ascolta.   Raccontiamo, nel raccontare, il nostro essere. Il nostro essere in quel preciso presente che raccoglie però la nostra intera storia. 
Su questa idea, su questa nostra possibilità e necessità di rivelarci implicito, anche quando...ci lamentiamo del tempo, si basa uno dei più recenti orientamenti della psicanalisi.
E’ il cosiddetto ‘conversazionalismo’, o meglio l’ Accademia delle tecniche conversazionaliste, nata da un’intuizione di Giampaolo Lai, che ne è appunto iniziatore e capostipite...
Una decina d’anni fa ho iniziato a prendere le distanze dalla psicanalisi classica. -  spiega Lai, che dopo una tradizionale formazione medica, si è specializzato in Psicanalisi in Svizzera per poi esercitare la professione, a Milano, seguendo appunto i canoni classici - Mi sono chiesto perchè il linguaggio, nei dialoghi tra paziente ed analista, dovesse essere interpretato solo in senso semantico, badando solo, cioè, al suo significato e contenuto. Mi sono chiesto se invece, indipendentemente da ciò che esprimeva e da chi lo pronunciasse, non rivelasse ‘altro’...”
Una conversazione ‘altra’, dunque...
Sì. Il conversazionalismo è nato proprio così. Per questo abbiamo pensato  di registrare questi dialoghi, trascriverli e poi analizzarli. Abbiamo voluto insomma emancipare le parole: considerarle non più strumenti ma situazioni autonome.”
Ma in che modo la parola può essere letta come ‘situazione autonoma’, verrebbe da dire ‘sopra le  righe’ rispetto al racconto del paziente?
Analizzandola proprio dal punto di vista grammaticale e sintattico;- precisa Lai senza un’ombra di ovvietà nel tono di voce - osservando i soggetti, ma anche i tempi e i modi in cui si declinano i verbi che appaiono nel testo. Una volta ottenuta questa sorta di inventario, finalmente ci saremo occupati più del soggetto psicologico che non delle azioni dell’individuo parlante.”
Prima il ‘come’ del ‘che cosa’, come in una nuova coincidenza tra forma e sostanza. Verrebbe voglia di ‘deviare’ sugli usi più consueti della parola. Su quella dei poeti o dei letterati. Sul loro trasmetterci se stessi e le proprie emozioni...
“E’ ciò che abbiamo pensato (e fatto) anche noi. - sorride Lai - Da non confondere con le indagini analitiche degli anni ‘40; con la ricerca obsoleta della realtà inconscia degli autori. Romanzi, poesie, piuttosto, sono fatti di parole che lo scrittore sceglie appositamente per comunicarci meglio una determinata sensazione.”
Ad esempio?
Ad esempio anche nel mio ultimo libro analizzo i testi del ‘L’Infinito’ di Leopardi e ‘Guido i’vorrei...’ di Dante. Ebbene è evidente che il poeta di Recanati fa grande uso dei verbi nei modi indefiniti: un uso caratteristico in chi voglia comunicare e convogliare indefinitezza e indeterminatezza nell’ascoltatore. Quanto a Dante - prosegue Lai - su quattordici versi c’è praticamente un solo soggetto. Un’assenza che riproduce un’assenza dell’io, tipica della trans ipnotica, in questo caso dell’incantamento.”
Vaghezza e sogno, dunque, non patologia...
No,no. Ripeto. Quest’ottica è obsoleta...”
Ma anche questo può essere pensato come letteraria conferma dei vostri studi...E dunque ci riconduce alle patologie...
Certamente. Tenendo presente che si parla di sofferenza e non di malattia, - precisa Lai -  se vogliamo tornare, ad esempio, su chi fa grande uso di predicati al modo infinito, che è un modo legato alla non-determinazione nè di persona nè di genere, possiamo pensare che sia un soggetto caratterizzato da una certa vaghezza e incertezza psicologica.”
Possiamo definirla una ... diagnosi grammaticale?
Se vuole...Senz’altro però è più libera da interpretazioni soggettive. Il testo è lì, osservabile, ‘scientifico’, confrontabile. Pronto al ‘salto’: dal punto di vista grammaticale a quello psicanalitico.”
D’accordo per la diagnosi, ma la terapia?
Si basa anch’essa sulla conversazione. Se vogliamo tornare al soggetto di prima, un primo passo sarà nell’aiutarlo a diminuire l’uso degli infiniti semplicemente non usandone nel parlare con lui.”
Parole come diagnosi, parole come terapia, ma allora possiamo pensare anche a parole come prevenzione? Quando dovremmo preoccuparci delle nostre parole? Quali i campanelli d’allarme?
Preoccupiamoci se noi o chi ci sta accanto non usa mai verbi al condizionale o al futuro. Questi sono infatti verbi funzionali, attraverso cui ognuno di noi esce dalla necessità del presente o del passato per accedere al mondo futuro. Non farne uso e’ indice di scarsa progettualità, di un soggetto cupo, depresso.”
Meglio che cosa, allora?
Meglio l’imperfetto - suggerisce Lai - Lo si usa spesso nelle situazioni di innamoramento, di vaghezza, di gioco, di sogno...Lo preferisca - sorride - al passato remoto che, invece, irrigidisce l’ascoltatore, quando vuole ottenere qualcosa...”
D’improvviso la parola torna ad essere un poco magica, dimentica di ogni sottintesa scientificità. O forse così comunque è, ed è sempre stata...
Cos’è la parola per me? - conclude Lai - Senza alcun dubbio, divina. Per questo, anche nel mio lavoro l’ho preferita autonoma piuttosto che ancella della mente. E’ l’unica cosa divina nel mondo. Tutto il resto è natura. Tutto il resto lo condividiamo con la natura e gli animali. La stessa Bibbia dice che in principio era il Verbo...”
Le parole cambiano con noi, l’abbiamo detto. E ci rappresentano. Sarebbe bello però poter dire che noi siamo le parole...

                                         Rita Guidi

mercoledì 30 gennaio 2019

IL CONVERSAZIONALISMO: QUANDO LE PAROLE CONTANO di Rita Guidi


Che il linguaggio serva a comprendersi è assoluta e pura convenzione.
La parola inventa e reinventa continuamente ambiguità e steccati, così come aperture o ‘gerghi’, che in fondo non sono altro che universi personalizzati e solo un po’ più ristretti.
Insomma il suo gioco è a senso unico, e per questo non si lascia definire. E forse anche per questo sono nate vere e proprie discipline per aggirare l’ostacolo. Per disvelare, cioè, della parola, ciò che nasconde. Come avesse un’anima, confessarla: in segreto, grammaticalmente o matematicamente appropriarsi del suo silenzio.
Solo così ogni lettera acquista, improvvisamente, una diversa e razionale bellezza. Non più suono o evocazione, diventa altro, si (ri)trasforma in qualcosa che somiglia a una formula o a un ideogramma: sentimento matematico o equazione inconfondibile di un autore o di una intera società.
Ad esempio il conversazionalismo: accademia di psicanalisi datata di solo qualche paio di anni, e di cui trovate qui accanto un più ampio chiarimento. Risvolto interiore e disciplina dell’inconscio, questa, capace di appropriarsi dell’ombra delle parole che parliamo e dircene gli errori attraverso una vera e propria grammatica delle (umane) relazioni. Tempi verbali o aggettivi, insomma, come ‘gaffe’ delle nostre sofferenze o come invece espressione (finalmente) della nostra felicità.
Teoria umana ed esatta, come, ma un poco di più, la linguistica computazionale. O analisi automatica della lingua, se preferite, la cui origine recentissima, deriva dagli sviluppi tecnologici della altrettanto recente linguistica matematica. Perchè se ormai da qualche decennio ci hanno spiegato che ha un senso tutt’altro che trascurabile indagare tra sillabe o fonemi ricorrenti, è senz’altro più comodo farlo col computer. Dunque adesso.
Il trattamento automatico del linguaggio naturale investe attività che spaziano in tutti i domini della scienza. - si legge andando alla ricerca di documenti che ne offrano una definizione - Compito centrale della linguistica computazionale attualmente è quello di fornire sia strumenti descrittivi utili e necessari a tutte le applicazioni che lo sviluppo sociale oggi richiede, sia strumenti rappresentativi del linguaggio che sperimentino le possibilità di comprensione ed elaborazione automatica del linguaggio naturale.”
Il che significa innanzitutto una nuova interdisciplinarietà, che investe e comprende l’informatica e la lingustica tradizionale, le scienze storiche come quelle filosofiche e filologiche. ( E’ ormai banale l’esistenza di Istituti universitari specifici.) Ma soprattutto significa dei risultati. Parole trasformate in numeri cioè, ma  capaci di un comunque suggestivo ed importante racconto.
Tra le attività di ricerca avviate ad esempio dall’ILC, uno dei principali Istituti di Linguistica Computazionale, creato presso l’Università di Pisa nel 1978 dal Professor Antonio Zampolli, sono compresi, leggiamo:
·Metodi e procedure per la rappresentazione e l'analisi di testi nelle diverse discipline umanistiche.
· Creazione e utilizzo di corpora testuali mono e multilingui e di basi di dati lessicali multifunzionali mono e multilingui.
· Trattamento di testo e immagini in parallelo.
· Sistemi per l'analisi e la generazione automatica dell'italiano e di altre lingue.
· Dialogo; interazione uomo-macchina.
· Metodi per l'aiuto alla traduzione, alla documentazione, alla redazione, gestione,recupero dei documenti.
·  Metodi per l'educazione, la riabilitazione linguistica, l' assistenza ai portatori di handicap.
· Standards per la creazione, rappresentazione, distribuzione di risorse linguistiche e per la valutazione di sistemi e strumenti di linguistica computazionale.
· Utilizzo, nel trattamento del linguaggio naturale di metodi statistici, calcolo parallelo e metodi connessionistici.
· Ricerche sul parlato per applicazioni nel settore dello speech processing.”
Quantomeno un modo diverso per parlare di numeri: se è vero come qui sopra si dice che la scomposizione delle frasi con l’aiuto di qualche ‘bit’, consente di ipotizzare se un testo di un anonimo appartiene o no ad un certo autore, o costruire testi di leggibilità ottimale, o ancora, dopo averne rintracciato le regole, poter generare automaticamente e correttamente  una qualsivoglia lingua.
Parlare di parole, insomma, non è un semplice bla-bla.
E se nulla può aggiungere miglior significato all’universo più appropriato di ogni letteratura o poesia, è comunque
anche agli aspetti numerici e razionali della parola che deve andare una...percentuale della nostra attenzione.

                                    Rita Guidi

martedì 29 gennaio 2019

IL CANDIDO DI VOLTAIRE A FUMETTI (R.MARCENARO) di Rita Guidi


Sul comodino, ma sfrontatamente. 
Come una lettura che per una volta sia una piacevolissima ‘americanata’, ma senza che questo ci faccia sentire in colpa, o suoni un tantinello riduttivo.
“Il Candido di Voltaire a fumetti” è allora una bella idea di Ro Marcenaro, fresco di stampa per la collana Onde della Universale Economica Feltrinelli.  Inconsueta, quantomeno, nel ‘sussiegoso’ atteggiamento europeo, che relega il fumetto, anche se ‘cult’, esclusivamente a se stesso.   Le sue proprietà divulgative nel nostro mondo della fretta, o semplicemente utili a rendere piacevole l’approccio a letture non leggerissime, sono ancora retaggio di una mentalità d’oltreoceano, della quale però Marcenaro appunto si appropria.
Favorito dal tema (chi non ha immaginato anche così le avventure del seppur classicissimo protagonista?) il co-autore (illustratore?) si muove come un ‘americano a Parigi’ sintetizzando in nemmeno duecento pagine di tavole il più celebre racconto di Voltaire.  Grave pecca, è vero, l’insistenza su motivi di facile presa nella sua libera riduzione del testo, che però resta poco meno che fedele nei suoi motivi essenziali.
Candido, Pangloss, Cunegonda, mantengono alle spalle lo stesso ‘sorriso odioso’ , la stessa ironia voluta dallo scrittore e filosofo illuminista ad accusare ogni ottuso ottimismo sociale. E si muovono buffi nel ‘migliore dei mondi possibili’, ulteriormente conditi dalle facce nasute di Marcenaro, recidivo comunque alle novità.
L’autore genovese ha infatti firmato caroselli pubblicitari negli anni 70, video ed animazioni negli anni 80’, e strisce (da Panorama a Repubblica) adesso. Dello scorso anno è poi “Il barone di Munchausen a fumetti” (Panini Ed.).
Da far prevedere che la sua ‘striscia’ continua.

                                   
                                    Rita Guidi

lunedì 28 gennaio 2019

BIT E PAROLE (C.PROTETTI) di Rita Guidi


Sembra che il nostro futuro abbia 
già un nome. Il domani è stato definito da qualcuno come ‘società dell’informazione’.  Nessuna sorpresa, allora, che i ‘media’, da supporto  e veicolo della notizia ne divengano protagonisti.  Nessuna sorpresa che fioriscano discorsi, riviste, saggi, sul mondo della comunicazione.
Un bel volume in proposito, tanto accessibile quanto accurato e puntuale, è quello di Cesare Protettì, “Bit e parole” (a cura di Roberto Liscia, per Gutemberg 2000)che sottotitola opportunamente ‘giornali elettronici, Internet, cd-rom, on-line, tv interattiva’.
E’ dunque un panorama di ciò che già esiste e di ciò che potrebbe esistere nel  mondo dell’editoria, in conseguenza della rivoluzione informatica alla quale stiamo assistendo.
Panorama nuovo, dunque, ma del quale Protettì vanta già una buona esperienza: giornalista egli stesso dell’Ansa, e docente alla Scuola di Giornalismo della Luiss di Roma, ha curato però anche il rapporto  ANEE (Associazione Nazionale dell’Editoria Elettronica) 1994 su ‘L’informazione elettronica verso il 2000’.  Un sunto dell’indagine, con specifici riferimenti alla struttura e al mercato italiano, è del resto riportato in calce al volume, quale sintetico ma significativo completamento del discorso affrontato nei sei capitoli precedenti.
Capitoli di un cambiamento.  “Ci sono nuovi regnanti nell’Impero dei Segni - scrive Giovanni Giovannini nella bella introduzione - si chiamano bit...La scoperta della stampa - riprende poi citando Fernand Cuvelier - ricorda più la scoperta di un continente sconosciuto che la scoperta di un nuovo apporto scientifico. La stessa cosa accade per l’editoria elettronica...”
Ed è un continente non solo inesplorato ma selvaggio, verrebbe da aggiungere: ‘Nel Far West di Internet’ è infatti il titolo del capitolo dedicato alla grande rete, il cui problema, come accadde agli ottocenteschi pionieri dell’Ovest, sembra essere quello della libertà senza legge. In Internet fioriscono pubblicazioni e si moltiplicano giornali on-line.   E allora ‘limitare’ (che per qualcuno significa snaturare) e regolare? Governare, insomma, oltre a potenziare questa crescita? I problemi economici e tecnici si intrecciano a quelli legali ed etici.  Ed è improvvisamente giusto, se è vero quanto ha scritto qualcuno, e cioè che l’informatica non riguarda solo i computer ma è un modo di vivere.
Come dire che, ci piaccia o no, ad esempio i quotidiani (tradizionali, su carta) cambieranno - o più probabilmente si sdoppieranno (in bit); come dire, ci  piaccia o no, che parole come cd-rom e multimedia entreranno non solo nell’uso ma nell’utilizzo comune, e che dunque dovremo ‘impararli’. 
E qui è il punto. Che una parola trasformata in bit non sia evanescente, infinita superficie, ma sostanza.  Anche se forse, che questo non accada dipende solo da noi.
L’ottimista Giovannini ricorda, di nuovo nell’introduzione, le parole di Carlo Bo : “L’uomo che legge è certo di poter opporre alla realtà che lo circonda una seconda e più vera realtà : alle cose dobbiamo contrapporre le idee, agli oggetti i pensieri.”
Era giusto per le parole, lo sarà anche per i bit (?).

                                         Rita Guidi