giovedì 18 aprile 2019

LE GRANDI STORIE DELL'EPICA di Rita Guidi


L’ “Iliade” e l’ “Odissea”, ma su pagine grandi come quelle dei racconti di fiabe. Del resto, la scelta della De Agostini di dedicare una collana (“Le grandi storie dell’epica”) ai ragazzi, strizza davvero l’occhio al piacere dei racconti magici e fatati.
E non potrebbe forse iniziare con un “c’era una volta...” lo straordinario viaggio di Ulisse ? O la straziante vicenda della guerra di Troia ?  
Ecco : questa dimensione antica (e autentica) della suggestione forte, quale può essere quella di un racconto orale, la ritroviamo intensa qui, in questi libri destinati ai ragazzi dai dieci anni in su, ben più che nelle tradizionali e un poco ostiche letture conosciute proprio  sui banchi di scuola.
Il segreto è un poco anche nello stile : una prosa ritmica più moderna e accessibile, ma che consente di non trascurare, certo, un rigoroso rispetto della narrazione omerica. La curatrice, Silvia Romani, l’ha voluto così ; ricercatrice di Letteratura greca all’Università di Milano, ma soprattutto appassionata del mondo classico, per farlo conoscere ai più giovani non esita a preferire opere divulgative ed ora va ad aggiungere questa ad altre.
E l’attenzione ai ragazzi, si rivela anche in precise e chiare schede, a margine delle grandi pagine del testo, destinate a spiegare o approfondire aspetti storici o quotidiani della classicità. La mitologia diventa così una chiave di lettura, aperta su autentiche pagine di curiosità e di storia. Tra l’altro illustrate : nella fantasia di Alessandra Micheletti e Renata Besola, dèi e ciclòpi si sovrappongono in grandi tavole a colori o in bianco e nero, alla nostra fantasia.
E allora buona lettura o buon ascolto ?
                                                                                                                  Rita Guidi

mercoledì 17 aprile 2019

A RITMO DI CARTOON - INTERVISTA A ROBIN HALL di Rita Guidi


La sua è una passione che nasce da un’allergia diffusa alla sveglia mattutina. Robin Hall, cartoonist inglese oggi più che affermato, lo confessa candidamente...
“Disegnare fumetti mi è sempre piaciuto perché pensavo che i disegnatori non dovessero alzarsi presto al mattino...”.
Ma la passione (o l’allergia ?) non basta : e allora, affascinato da questo così particolare mondo delle immagini, ha deciso di darsi da fare per imparare un’arte che non gli veniva, per così dire, naturale.
“Ero negato per disegnare - insiste - Così cominciai a studiare ogni fumetto...e mi esercitavo, mi esercitavo, mi esercitavo...”
A traguardo raggiunto, ora, rimedita su quegli esercizi, e in una davvero singolare pubblicazione, raccoglie tutta la sua personale esperienza per indicare a chiunque una strada per questo genere di creatività.
“Il manuale del cartoonist” (edito da quella Calderini che pubblica anche il bel volume “Ecosatira”, che verrà presentato sabato prossimo, come ricordiamo qui a fianco), insegna infatti con estrema semplicità e chiarezza, tutte le tecniche del disegno, o come creare i testi e le battute, oltre a dare preziosi consigli su come vendere bene il proprio lavoro.
Parola d’ordine esercizio, esercizio, esercizio, non resta che armarsi di fogli e pennarelli e iniziare a divertirsi. Perché, come in un sillabario, si comincia dalle sagome e dalle facce, e il saggio autore ha previsto giustamente che possano essere all’inizio un po’ sbilenche. Da qui, passo dopo passo, con i suoi consigli per dar loro espressione ed equilibrio, ci si convince davvero che qualcosa di accettabile possa venirne fuori. E promuoversi alla fase più avanzata del capitolo due. Prospettive, colori, ombreggiature...i nostri personaggi sono pronti a diventare parlanti : se no che fumetti sono ? Robin Hall è anche qui preciso, chiaro, e anche sorprendente, perché i suoi consigli sono pensati proprio per far scaturire un’idea anche a chi non ce l’ha.
Se poi aggiungiamo che nell’ultimo capitolo suggerisce come presentare al meglio i propri risultati, è facile che a noi come ad ogni altro lettore sorgano almeno un paio di dubbi : creativi si nasce o si diventa ? E soprattutto, per qualcuno la sveglia mattutina diventerà davvero solo un lontano ricordo ?
                                                                                 Rita Guidi



martedì 16 aprile 2019

ECOSATIRA (R B GALBES) di Rita Guidi


Il problema è serio, ma il modo di affrontarlo no : 
ed è proprio questo che piace.
“Chi ride con noi è già coinvolto - afferma infatti Giorgio Celli - Ha già superato il confine del disinteresse, e sarà quasi costretto, malgrado lui, a pensare sul serio.”
Ed è proprio un sorriso molto serio quello al quale invita il vignettista cubano Rafael Borroto Galbes, nel suo “Ecosatira”, una raccolta in grande formato di feroci strip a sfondo ecologico, che verrà presentata anche nella nostra città, sabato 22 (ore 16, all’Hotel Toscanini, in collaborazione con A.D.A.) alla presenza dell’Autore.  “Anche”, perché il bel volume arriva nella nostra città dopo Bologna, e a Bologna ritorna, perché in questa città sarà tra l’altro “trasformato” in una mostra “in salsa cubana”, come la definisce il coordinatore Gian Franco Grilli (ufficio stampa della Calderini, in collaborazione con l’Associazione culturale Caribe di Bologna).
E dunque c’è allegria (per quanto amara), vivacità, colore tropicale, in questo tremendo universo di alberi in bianco e nero che scaturisce dal pennarello netto e pulito  di Rafael. Come se il suo sguardo sulle sofferenze dell’ambiente si addolcisse per effetto di quanto circonda il suo studio, affondato nella caliente provincia cubana di Ciego de Avila. E del resto il sottotitolo è proprio “tenere divagazioni sulla stupidità dell’homo sapiens”.
Tenerezza amara, anche questa, che diventa però filo conduttore di queste grandi tavole silenziose e “moderne”.
Un uomo che guarda un orizzonte alberato alla tivù, perché quello che ha intorno ne è ormai spoglio, due astronauti innamorati, costretti a “incidere” il classico cuore trafitto, sulla polvere del metallo, anziché sulla ruvida (perché non più esistente) corteccia, o ancora Noè che trascina sull’Arca, insieme ai mille animali, due solide piante, dicono di un umorismo che gioca duramente col futuro del nostro ambiente. Un umorismo non nero ma verde, e comunque con al centro l’attuale albericidio.
“Ogni anno - ricorda infatti Fulco Pratesi in premessa - una superficie grande come l’intera Austria, viene, nella grande selva  amazzonica, divorata dal fuoco e dalle motoseghe, dalle ruspe e dagli aratri di una umanità sempre più pullulante e sempre più impegnata in una corsa al saccheggio.”
Quel che resta del verde lo troviamo qui. Possibile futuro su cui, sorridendo, ci costringe a riflettere.

                                         Rita Guidi

lunedì 15 aprile 2019

QUANDO LA MATEMATICA E' LETTERATURA di Rita Guidi



Non sono pochi né trascurabili, i titoli riproposti o appena pubblicati oltre a “L’ultimo teorema di Fermat”, relativi a questa matematica che si fa letteratura.
E’ il caso, ad esempio, del romanzo-fiaba di Hans Magnus Enzensberger, “Il mago dei numeri” (Supercoralli di Einaudi, traduzione di Ganni E. 170 p., Lit. 24.000), che muove da una diversa, ma decisamente assai diffusa, ossessione matematica. Un nome, una garanzia, il bel libro dalle divertenti illustrazioni è già nelle prime posizioni delle classifiche di vendita.
Si tratta di un c’era una volta incentrato sugli incubi di un giovane studente alla vigilia di ogni compito in classe di questa odiata-amata materia.   Incubi che presto, però, si trasformano in sogni, grazie all’intervento di un simpatico maghetto rosso, che notte dopo notte riveste di un incantesimo nuovo, per il ragazzo, l’universo di numeri.
Tra foreste di 1 e serpenti di 9, la matematica gli si rivela allora nella sua dimensione (più autentica ?) fantasiosa, affascinante, fiabesca. Filosofia più che calcolo, con quello spessore che così bene sa nascondere nei noiosi libri di scuola.
Bella : come direbbe Henry J.Poincarè. Del grande matematico dell’Ottocento, sempre Einaudi infatti ripubblica “Scienza e metodo” (300 p., Lit. 32000)
 Una raccolta di saggi disparati, che affronta, nel secondo libro, questioni relative ai fondamenti della matematica.  In aperta polemica contro il riduzionismo logico, Poincarè sostiene infatti l’importanza dell’intuizione e individua nella bellezza il fattore guida nelle scoperte e nelle scelte delle formule matematiche. Un’idea che lo conduce, nella terza parte, a fare i conti con la crisi teorica alla svolta del secolo, e a formulare un analogo del principio di relatività.
Qualcosa di molto vicino a quella stimolante idea di crisi, sulla
quale fa il punto Paolo Zellini nel suo “la ribellione del numero” (Adelphi, 179 pagg., L.35.000). Il matematico triestino, rintraccia qui la soglia, tra fine Ottocento e primo Novecento, che condusse all’individuazione di crepe non restaurabili nei fondamenti del pensiero matematico.    “Certi a priori - scrive infatti Zellini, accennando ad esempio a Riemann o Lobacevskij - erano semplici abitudini dell’intelletto, cui si poteva opporre la libera immaginazione di abitudini opposte.” Numeri improvvisamente ribelli, quindi, obbedivano (e obbediranno) solo al pensiero e alla logica del proprio “creatore” ; pronti però a piegarsi a logiche altre, a verità altre. “Noi siamo di razza divina e possediamo il potere di creare”, scriveva il qui citato Richard Dedekind, nel 1888. Non sapeva ancora che si trattava di dèi di un potere esatto, ma solo per se stessi : e da qui nuove sfide, nuovi sogni, nuove domande e nuove infinite ossessioni.
Infinite : noi, per iniziare, ci fermeremmo qui.                                  
                                                                                                                                                                                              Rita Guidi

domenica 14 aprile 2019

L'ULTIMO TEOREMA DI FERMAT di Rita Guidi


Il foglio più grande l’ha trovato lui. 
Duecento pagine di formule per risolvere un enigma di trecento anni.
Andrew Wiles, inglese di Cambridge trapiantato negli States, ha dimostrato l’Ultimo Teorema di Fermat, guadagnandosi un posto al suo fianco, nella storia del pensiero matematico.
Venti righe in cronaca per pochi istanti urlati dal tam-tam dei mass-media, e poi più o meno il silenzio ; anche in occasione del Premio che Wiles ha ricevuto nel giugno di quest’anno, a sancirne la vittoria.
Basterebbe questo, una sottrazione alla superficialità, a giustificare l’uscita di un libro sulla vicenda. Ma il volume
“L’Ultimo teorema di Fermat” di Simon Singh (pubblicato ora da Rizzoli), è qualcosa di infinitamente di più.
Speculazione matematica che si fa letteratura, e fascinoso invito a scoprirne le armonie, il romanzo (sì, romanzo) taglia in diagonale la storia di questo pensiero scientifico. Che è purissimo come la poesia e la fantasia ; e attraente fino all’ossessione. Consentendo ai profani di capirne il perché.
Simon Singh è un giornalista scientifico con la “garanzia” di un dottorato in fisica delle particelle. Di Cambridge anche lui, sceglie di raccontare la splendida avventura del suo concittadino, con parole esatte ma accessibili, chiare ma rigorose. Il che significa che non mancano le formule, ma che possiamo anche dimenticarci di dar loro un’occhiata, in appendice. Capiremo lo stesso i pensieri e la tensione, la genialità e le follie di questo mondo di uomini avvinti dai numeri come dall’assenzio.  Perché sembra davvero che vi sia un’ossessione di bellezza, una vicinanza alla divinità, in chi guarda all’infinito universo delle unità.
 L’unità : non era forse questo il dio di Pitagora ? Ed era un dio in cui avere fede : chiamerà filosofia questa nuova religione, il più puro amore per la conoscenza. Un  dio da scoprire : equazioni nascoste nel caos apparente della Natura e della musica. Un dio spietato, anche, cui immolare una vittima sacrificale : il discepolo Ippaso fu annegato per aver individuato un numero  irrazionale. Irrazionale e dunque, per Pitagora, “brutto” ; dannatamente estraneo a quella bellezza intera o frazionaria delle unità, che agli occhi del filosofo greco poteva spiegare tutti i fenomeni del mondo.

La morte di Ippaso è per questo “giustizia”, ben più che   paradosso di un genio, per l’essere il sacrificio di un gallo ad Esculapio : pensiero malato da purificare nelle proprie “dogmatiche” certezze. Come quelle del suo celeberrimo teorema, ad esempio. Splendidamente semplice, e assolutamente vero. Senza eccezioni di tempo o di spazio, come si conviene a quanto in matematica è bello, assodato e dimostrato. Perché i quadrati costruiti sui cateti sono e saranno sempre uguali a quello costruito sull’ipotenusa. Lo sanno i bambini come lo sapeva Wiles e Fermat.
Però (e non è un caso che la diagonale del libro affondi fino alle radici classiche di questa scienza) quello che forse Fermat sapeva e Wiles fino all’altro ieri no, era che  al quadrato non è mai possibile sostituire, ad esempio, un cubo. Questo dice il Teorema di Fermat. Genio birichino come il secolo, il Seicento, in cui visse, che si dilettava di matematica e che per questo ci ha lasciato un tesoro prezioso di tracce, non sempre, appunto, dimostrate. O meglio : lui, la soluzione la conosceva, solo che non sempre aveva voglia di scriverla o più semplicemente, gliene mancava la carta...
“Dispongo di una meravigliosa dimostrazione - scriveva, infatti, testualmente Fermat, a fianco del suo teorema  - che non può essere contenuta nel margine troppo stretto della pagina”.  E una buona fetta della scandalosa, ossessiva, splendida matematica, prende vita da questa frase, da questa sfida, da questa provocazione.
Funzionario e burocrate del diciassettesimo secolo, Pierre Fermat aveva del resto e da tempo, fama di provocatore. Principe dei Dilettanti (ma per qualche contemporaneo già così grande da dover essere considerato un professionista), amava pubblicare i problemi senza rivelarne la soluzione, infischiandone del riconoscimento dei dotti, e proseguendo indisturbato sulla sua strada. Timido e solitario, per Cartesio era uno sbruffone, ma per Pascal un amico e collega : insieme daranno vita ad una nuova branca della matematica, la teoria delle probabilità, quasi certamente attratti dalle questioni sollevate dal gioco d’azzardo.
Vita e pensiero si intersecano, quindi, di nuovo, in questo racconto di Singh. Biografie come rette parallele alla storia del pensiero scientifico e dell’umanità. Il Seicento, come il mondo classico, letti sotto (questi) altri angoli, accorciano le distanze col presente. Rivelano le radici continue con la nostra attualità.
Anche questo deve aver pensato Wiles, al desiderio di appartenenza ad una infinita storia,  quando ancora bambino scopre in un libro la sfida ancora intatta di Fermat, e la trasforma nel sogno di una vita. Da quel momento tutto, come nel libro, diventa un “attraverso”. E i tre secoli seguenti diventano per lui imprescindibile motivo di studio. Trecentocinquantanove anni di errori, ma non di vere sconfitte. Come eroi romantici, i nomi e le menti che nel Sette e Ottocento si sono cimentate su questo rompicapo  comprensibile nei presupposti e inespugnabile nelle soluzioni, hanno comunque aggiunto qualcosa al rigore poetico di questo universo.
Su fogli insufficienti ad eguagliare Fermat, a innumerevoli altre teorie hanno però dato vita. E magari hanno rischiato o perso la propria. Le loro storie sono tutte qui, intrise di umanità e di scienza. C’è il  ciclope Eulero, cieco però, ad un passo dal traguardo ; la genialità incompresa (perché femmina) della Germain ; il rifiuto superbo ( o pauroso) di Gauss ; il contributo determinante delle ricerche di Galois, scritto tragicamente la notte prima del duello che presentiva lo avrebbe visto soccombere ; e ancora Wolfskehl, che in un’altra tragica notte rinuncia al previsto suicidio proprio nell’appassionarsi alla soluzione di questo enigma, davvero vitale, davvero mortale. Per questo, nel 1908, indirà il premio che Wiles ha riscosso l’estate scorsa. E cioè oggi, in un mondo governato da potentissimi computer, che però paradossalmente non gli servono affatto. Non è il supercalcolo, ma la bellezza di un’intuizione (come teorizzò Poincarè), ciò che occorre per risolvere una sfida che ha a che fare con l’infinito dei numeri. Praticamente poesia.
Wilde la cerca innanzitutto isolandosi. Gesto inconsueto nell’attualità accademica, che Singh racconta quotidianamente intenta a condividere i propri risultati all’ora del te’, fosse pure per posta elettronica.
Una soffitta, una serie di lezioni e di pubblicazioni-copertura, una moglie con cui confidarsi, e sette anni di ininterrotto lavoro sono quello che gli serve. Che gli è servito, meglio, a soddisfare un sogno di bambino e una sfida infinita.
Il suo margine è lungo duecento pagine, che riporta passo passo su di una lavagna, in una conferenza storica, il 23 giugno del ‘93 a Cambridge (prima cioè di un lungo periodo di revisione ad una drammatica imperfezione individuata da altri esperti nel terzo capitolo). Utilizza tutto e tutti, in una geniale e ritrovata unità : quelle teorie affascinanti, apparentemente così lontane dal pitagorico, classico “triangolo”, e che il libro ci avvicina a conoscere, come le ricerche più avanzate e moderne. Teorie delle probabilità, dei giochi o dei gruppi ; equazioni ellittiche e modulari. Soprattutto queste, o meglio quelle di Tanyama e Shimura, avventura nell’avventura anche questa dei due amici e studiosi giapponesi che termina con il drammatico suicidio del primo. Giovani quanto sembra esserlo il pensiero matematico (e anche in questo il quarantenne Wiles fa eccezione) i due geniali ricercatori elaborarono teorie nel campo delle forme modulari. Universo nel quale dobbiamo spendere tutta la nostra fantasia per pensare ad una quarta dimensione, chè questo prevedono. Wiles si abbevera anche a questo assenzio, trascinando Fermat in una poesia che abita tre secoli avanti.
E con un “Io mi fermerei qui”  concluderà, quindi, tra gli applausi, il suo storico ragionamento. Fermandosi, questo è certo, alla soluzione.
Resta il dubbio, però, (qualcuno vuole che resti il dubbio) che quella sia sì una soluzione. Ma che sia solo una.
Perchè Fermat non poteva certo prevedere né utilizzare tutto questo. Il margine del suo foglio, insomma, anche se fosse stato più grande, non avrebbe potuto comunque raggiungere il nostro Novecento.
                                                                                          Rita Guidi



venerdì 12 aprile 2019

LA MATEMATICA SECONDO ROBERTO VACCA di Rita Guidi

“Fermat ? Mi hanno scritto dozzine di persone, pensando di aver dimostrato il suo teorema ! Del resto il suo fascino probabilmente è proprio lì : nel sembrare una sfida per tutti ma nell’esserlo in realtà solo per chi,  in questo ramo della matematica, è davvero specializzato...”
E lui, ad esempio, non lo è. Roberto Vacca, ingegnere e scrittore in perfetto equilibrio tra le due attività, non ha mai ceduto al canto delle sirene di Fermat. Proprio perché il suo campo d’indagine è un altro.
Nessuna “ossessione”, allora ?
“Non proprio. Una qualche nottata su un teorema, che poi ho pubblicato, l’ho passata anch’io. Riguardava la distribuzione delle cifre nelle potenze dei numeri...Ma ne ho almeno altri sette, che so essere veri senza riuscire a dimostrarlo...”
Forse usa fogli dai margini troppo piccoli...
“No, no... - sorride Vacca - ma mi accontento del fatto che siano delle semplici congetture, come si dice tecnicamente. In matematica servono anche quelle.”
Studio ma anche fantasia, poesia, intuizione : la matematica, l’abbiamo detto, è un universo “relativo”.
“Le relazioni matematiche rivelano davvero con estrema esattezza quello che sta succedendo. - spiega Vacca - Io, ad esempio, mi occupo di modelli matematici, ed è possibile immaginare e prevedere quale sarà lo sviluppo di una città in tutte le sue componenti, dal numero delle auto a quello delle diffusioni di epidemie. Ma questa estrema esattezza (delle equazioni) deve fare i conti con i possibili cambiamenti dei fattori in gioco. E quelli sono molto più difficili da prevedere...”
Insomma le equazioni sono sempre esatte, se chi le imposta (variazioni comprese) lo fa in modo corretto e, aggiungeremmo, elegante ?
“Sì. Ma eleganza a parte. - il tono di Vacca non nasconde a questo proposito un sincero scetticismo - E’ vero che spesso le formule migliori sono anche le più eleganti ; però è anche vero  che quest’idea ha fatto non pochi danni. Per Gauss, ad esempio, le teorie dovevano essere belle come cattedrali, e come le cattedrali da pubblicare senza che se ne vedano le fondamenta. Tant’è che ci ha lasciato un preziosissimo quadernetto con risultati così “eleganti” che ci volle un secolo per dimostrarli...”
Ma allora è un vizio. O forse un paradosso. Quello di chi ben conosce Godel : le sue teorie insegnano come si possa dimostrare che uno stesso teorema è vero o viceversa falso. Lo spiega lo stesso Roberto Vacca, in conclusione di uno dei suoi libri dal titolo “Anche tu matematico”.
Righe certamente conosciute anche da suo padre...
“Era un matematico anche lui - ricorda Vacca - Non ha pubblicato molto, ma in compenso ho ancora migliaia di pagine di suoi appunti, teoremi e teorie. Regolarmente con accanto la nota : quod nemo vidit antea, nessuno l’ha mai visto prima.”
Note a margine. (Perché rischiare ?) Spesso è più che sufficiente che sia così.

                                                                                              Rita Guidi

giovedì 11 aprile 2019

MURI DI CARTA di Rita Guidi


Pellicole di impressioni : questo sono le fotografie. 
Da non confondere con la realtà, raccolgono tutta l’arbitrarietà di ciò che è obiettivo ; sguardi propri sul mondo di tutti.
Un orizzonte realmente immaginario che porta il nome di Luigi Ghirri e Mario Giacomelli, Antonio Migliori, Mimmo Jodice, Gabriele Basilico, Daniel Schwartz, Fulvio Ventura, Mario Cresci, Giovanni Chiaramonte, Olivo Barbieri, Vincenzo Castella, Guido Guidi, Francesco Radino, Paolo Rosselli, Karl Dietrich Buehler, oltre naturalmente a quelli di Man Ray o Florence Henri, Walker Evans o Dorothea Lange.
Protagonisti, tutti, di “Muri di carta. Fotografia di paesaggio dopo le avanguardie”, rassegna che verrà inaugurata oggi, alle 18, presso la Sala delle Scuderie in Pilotta, a pochi minuti dalla monografica “Dalla Sicilia a Malta” di Giovanni Battista Maria Falcone (16.30), allestita invece al Padiglione Nervi.
Stesso giorno per due eventi, curati entrambi dal CSAC (in collaborazione con “The Library of Congress” di Washington, Studio Marconi, Martini & Ronchetti), e che trovano nell’archivio voluto da Arturo Carlo Quintavalle, non soltanto la più opportuna collocazione...
Lo CSAC è nato praticamente da qui - spiega il direttore, Gloria Bianchino - La fotografia, che ora è solo una sezione delle nostre raccolte, inizialmente era invece l’intero archivio. Primo passo di un discorso nuovo.”
E di una prospettiva nuova : quella che nel grandangolo introduce una riflessione sul mondo anziché essere un suo semplice riflesso.
Questo lo spartiacque, attorno a quei primi anni ’70, che segnano più che una data una nuova consapevolezza.   Tra i primi a viverla, Luigi Ghirri...
Di Ghirri abbiamo scelto le “premesse”, la ricerca anteriore a quella che lo avrebbe portato agli ultimi risultati sul paesaggio - spiega Paolo Barbaro, storico della fotografia - Una tappa essenziale la sua, in un percorso che abbiamo idealmente diviso in più sezioni. Da quella introduttiva e storica, dedicata a Man Ray e a Florence Henri, a quella di Giacomelli e Migliori, quindi Ghirri, e così via...”
Filo rosso il paesaggio, i negativi non stampano lucide cartoline o esatti documenti ; preferiscono invece sviluppare tempi più che spazi, memorie più che geografie, idee più che luoghi. Un orizzonte di emozione e sorpresa, sancito dalla 45^ edizione della Biennale di Venezia del 1993, nel cui Padiglione Italia, questa mostra “Muri di Carta” fu già presentata (lo splendido catalogo Electa, pubblicato per l’occasione, è per questo lo stesso)...
Dopo le grandi rassegne degli anni ’70, da noi dedicate a “New Photography USA” o alla FSA - ricorda la Bianchino - quello di Venezia è stato certamente uno dei capitoli più importanti di collocazione della fotografia nella storia di quella rassegna. Ma proprio per il suo essere punto di arrivo di un certo discorso, era opportuno e indispensabile riproporla qui, a Parma. Tanto più quest’anno, in cui l’analisi della fotografia si collega ad un rinnovato rapporto tra l’archivio e l’Istituto Universitario cui si lega.”
Il riferimento è al Corso di Laurea in Conservazione dei Beni Culturali, che prevede da subito l’attivazione di due nuovi insegnamenti : Storia della Fotografia (tenuto appunto da Paolo Barbaro) e Storia e Tecnica della  Fotografia (tenuto da Rienzo Losi). E uno sguardo alle due mostre sarà allora occasione di laboratorio vivo e aperto su questa interpretazione dell’immagine e del mondo. Ma l’invito è inevitabilmente più ampio...
L’obiettivo è duplice - precisa infatti Quintavalle - Raggiungere il consueto pubblico nazionale e internazionale e approfondire il dialogo con gli studenti del nostro Corso di Laurea come con quelli delle diverse Facoltà della nostra e di altre Università. Favorire, insomma, quel rapporto tra strutture museali e mondo accademico che sembra essere consueto nei Paesi di lingua anglosassone e che sta crescendo anche da noi. Il CSAC - prosegue Quintavalle - concentra oltre sei milioni e mezzo di fotografie nelle sue collezioni, e non è possibile far utilizzare questi materiali se non in sede espositiva. Ecco il perché di questi 750 pezzi di alta e altissima qualità. Ecco il perché della mostra “Muri di carta”, ed ecco il perché della rassegna monografica di un fotografo siciliano che dimostra nei fatti come si può condurre una ricerca su un intero territorio.”
Una dimostrazione in bianco e nero ; paesaggi che non trascurano il tempo dell’uomo che si raccoglie intero sulla sua nuca. E’ anche questo la fotografia del poco più che trentenne (ma già in linea con questo profilo) Giovanni Falcone : Sicilia o Malta, ma forse è lo stesso. Perché ogni scatto fa luce sulla memoria ; tracce di un mito con capoluogo il Mediterraneo. Sicilia o Malta : che importa ? Il risultato è l’emblema esatto di nessuna latitudine. Riconoscibile e astratto. Muro di carta : “immagini che sono ambigue - scrive Quintavalle guardando a Ghirri come a un portavoce, nel puntuale saggio introduttivo - che si disfano non al sole del vero ma al sole della ragione, che si fanno frammenti dentro la memoria”.

                               Rita Guidi