venerdì 8 marzo 2019

INTERVISTA A LORENZO ORTOLANI di Rita Guidi

Immagine correlataPreferisce tutta l’emozione che consente 
una tecnica mista (“Ogni supporto, dall’aerografo alle matite, può contribuire all’effetto di un disegno. Concorrere a creare una certa immagine. Perché privarsene ?”).
E preferisce (“Per ora”) le stelle : un’attenzione al cielo, che interpreta nelle sue tavole con sensibilità scientifica e fantastica.
Lorenzo Ortolani ha vinto così. Selezionato, tra 236 concorrenti, da un prestigioso comitato internazionale, il ventisettenne parmigiano parteciperà alla Mostra degli Illustratori, organizzata come ogni anno in occasione della Fiera del Libro per Ragazzi (10-13 aprile) di Bologna.
Sezione Non-Fiction, quella cioè dedicata all’informazione, “per imparare - come si legge nel pieghevole della Mostra stessa - a guardare le cose dentro e fuori, e conoscerne la struttura ed il funzionamento.” Ad esempio, appunto, le stelle...
Ho scelto l’astronomia perché in questo momento mi appassiona - spiega Ortolani - Non è quindi un discorso legato esclusivamente alla Mostra, anzi...E’ successo tutto più o meno per caso...”
Il caso e cioè un’insegnante : quella Professoressa Angela Zaffani, docente di Disegno dal Vero al corso serale dell’Istituto d’Arte “Paolo Toschi” (che Ortolani frequenta al secondo anno con impegno e profitto),  che gli ha detto del concorso e che poteva farcela.
Una creatività evidente, insomma, e davvero nel sangue ; se infatti il nome non vi è nuovo è perché le divertenti strisce a fumetti che vedete proprio qui, sulla Gazzetta, le firma il fratello Leonardo ; ed è lui stesso a raccontarci che tre loro disegni (perché bisogna aggiungere anche la sorella Francesca) sono esposti al museo dell’auto di Torino.
Un desiderio per il futuro ?
Continuare a fare quello che sto facendo - sorride Ortolani - Il lavoro di giorno, la scuola di sera...E poi spero di poter realizzare un mio libro di illustrazioni ;  cosa consueta per gli autori americani e molto meno da noi.”
E in un certo senso ha già iniziato : i lavori che saranno esposti con quelli di altri 47 autori, alla mostra di Bologna ( e che poi andranno in tour, in quattro città giapponesi), saranno poi raccolti come di consueto in un Annual. Sorta di specializzatissimo catalogo, cui attingono come a uno strumento irrinunciabile gli addetti ai lavori dell’editoria. Saranno famosi ?


                                                                                              Rita Guidi

giovedì 7 marzo 2019

UNICO INDIZIO: LA NORMALITA' (A.ARACHI) di Rita Guidi


Errata corrige, e proprio in copertina.
 A questo piccolo, grande libro di Alessandra Arachi che esce ora nella collana ‘Onde’ di Feltrinelli (126 pagg., L. 12.000) manca davvero un apostrofo.
Perché “Unico indizio : la normalità”,  si legge. Ed inizia da questo difficile postulato, il denso collage di racconti dell’autrice, il reportage del suo lontanissimo  viaggio.
Un viaggio a Sud : nell’Italia a Sud dell’Italia.  E’ questa la dichiarata (sempre in copertina) direzione. Nessun errore stavolta. Un “quasi sbagliato”( ! ! !) desiderio di risposte e spiegazioni, però, questo sì...
Perché in paesi come Oppido Mamertina o Gioia Tauro o Varapodio - scrive la Arachi nel suo tentativo di prefazione - il buio nasconde davvero gli uomini neri e cattivi e per vederli i bambini non hanno bisogno di aspettare gli incubi della notte e, spesso, neanche la notte ; e la verità è che senza una buona dose di incoscienza non soltanto non sarei mai potuta arrivare davanti alla croce sui piani di Zervò, ma non avrei potuto percorrere che poche decine dei miei ottomila chilometri.”
Ottomila chilometri per andare lontano ; per guardare dietro l’inchiostro asciugato in fretta delle brevi di cronaca del suo giornale milanese (la Arachi è una giornalista del Corriere). Soprattutto dietro a quel sangue che asciuga ancora più in fretta nelle sommarie spiegazioni di inspiegabili suicidi ; a quegli attimi di inconcepibile follia e invocata depressione che forano il cervello a giovani uomini e adolescenti, sterminano nel sonno tranquille famiglie.
A Sud. Ma non pensatelo solito : le grandi questioni, le grandi tragedie, le grandi immobili ingiustizie, ci sono, sì. Ma da un’altra visuale. Quella che procede sulla “milledue” dell’autrice, che salta ben oltre un gradino più su di uno stile da “nera” ; tra tornanti impossibili, o superstrade deserte, sul nulla. E la gente lo sa e lo accetta.
Sui tornanti del Vallo di Diano, in Campania, ad esempio, la Arachi (come tutti prima o poi) si è fermata contro il guard-rail. Normale. Come il fatto che ogni tanto qualcuno scivoli da questi dirupi, tentando di recuperare un pallone (visto che il campo di calcetto è proprio su, in alto) o per chissà quale altra disattenzione. Anche morirci è normale, visto che l’ospedale, a Sapri, è molto molto lontano.
Nessuna vicinanza sarà comunque mai utile a chi, come il piccolo Pasquale, non ha voluto aspettare neanche i quindici anni per decidere che no, quella realtà non gli sarebbe mai potuta sembrare normale.
E’ il primo racconto e il più struggente. Doloroso anche di più degli altri che sempre, comunque, zittiscono ogni spiegazione con un colpo in gola o sulla fronte. Tremendo quanto l’ultimo, che annulla finalmente nell’assurdità di un’inspiegabile strage in famiglia, qualsiasi pretesa di silenzio.
Unico indizio l’anormalità : restituiamo, allora, alla realtà il suo titolo corretto.  Non fosse mai che anche un solo apostrofo diventasse l’ennesima giustificazione.


                                    Rita Guidi

mercoledì 6 marzo 2019

TRENTASETTE - INTERVISTA A FLAVIO CAROLI di Rita Guidi


E’ una febbre di morte : trentasette.  
Una linea che segna la temperatura della vita.  Poi è il freddo.
A  trentasette anni sono scomparsi Raffaello e il Parmigianino, Watteau e Van Gogh, Toulouse-Lautrec e Tancredi, Gnoli e Manai, Rimbaud e Byron...
Coincidenze ? Destino ? Un bel volume, ora, ne indaga qualche possibile risposta...
Numerologie o esoterismi, però, per favore no - afferma subito sicuro Flavio Caroli, autore appunto di questo “Trentasette - Il mistero del genio adolescente” (Arnoldo Mondadori Editore), che verrà presentato domani alle 17.30 presso la sala De Strobel - L’aspetto legato ad un certo genere di ‘curiosità’ non mi interessa e non mi ha interessato proprio...Anche se so benissimo che qualcuno ha ipotizzato anche questo genere di spiegazione...”
Comprensibile : tre è il numero perfetto ; tre più sette fa dieci, e quell’uno e quello zero si legano addirittura alla più contemporanea logica binaria...   Ma per Caroli no. Storico dell’arte e docente al Politecnico di Milano,  con diciotto pubblicazioni (tra saggi e romanzi) alle spalle, non è questo importante.
Da dove, allora, l’idea di questo libro ?
Dalla mia esperienza e dai miei studi, dalla ‘pancia’, da qualcosa che avevo dentro... - spiega Caroli - E lo dichiaro anche nell’introduzione : a trentasette anni mi sentii davvero in prossimità di una soglia vitale (o mortale...). Non morii, certo, e me la cavai assolutamente a buon mercato : scrissi un romanzo dedicato al tema del suicidio...”
Quale ?
Si intitolava “Majerling, amore mio” - ricorda Caroli -  ed era il 1983.”
Un bel modo per esorcizzarlo...
Certamente sì - continua -  Tant’è che poi ripresi e proseguii ‘tranquillamente’ i miei studi. E la sorpresa fu proprio quella. Lentamente, uno dopo l’altro, una serie sempre più lunga di grandi artisti, mi rivelarono esattamente alla soglia del trentasettesimo anno la loro fine. Ho scritto di quindici (e sono quindici racconti), ma so almeno di altri venti ; e di altri, anche qualche giorno fa, mi hanno raccontato : è il caso di Simone Cantarini, un allievo di Guido Reni, a cui tra poco dedicheranno una mostra.”
Ma allora perché ? Se il mistero dei numeri no ; e se le coincidenze vanno al di là di ogni ragionevole dubbio ?
Perché...- Caroli ha solo una breve esitazione, prima di colpire al cuore ogni presunzione di onnipotenza umana - Ma perché la genialità, questa loro genialità di ‘divini fanciulli’ e dunque precoce e prematura (perché il discorso soltanto questi riguarda), sembra davvero riflettere il loro stesso splendore. E’ la legge di una luce così intensa che necessariamente deve spegnersi subito. Un vitalismo così immenso che deve ritrovare così il proprio limite umano.”
Per questo il suo discorso, i suoi racconti, sono concentrati proprio sul momento  estremo, sul cielo degli istanti del loro ‘passaggio’...
Sì. Volevo proprio descrivere gli istanti della soglia, quelli che sono prima vita e poi morte. - conferma Caroli - Il cordoglio del mondo, come ha detto qualcuno, per la perdita di un genio. Per questo ho cercato lo stile più asciutto, le parole più adatte. Poche, necessariamente. E pensate, a lungo ma non troppo. Perché come ho detto, questo libro l’avevo dentro. Era qualcosa di inevitabile, e dovremmo sempre fare solo questo : ciò che è inevitabile. E’ il motivo per cui, forse, chissà ?, non ne scriverò più...”
Certamente non più su di loro, e sul senso della vita e della morte di questi divini adolescenti... Che somiglia tanto, in fondo, alla fine di un gioco : “Il vitalismo infatti è faticoso - scrive Caroli nel libro - Vivere è un lavoro. E lavorare stanca.”
La fine di un gioco : se l’arte diventa lavoro. Febbre. Trentasette.
Qualcuno di loro l’aveva capito. Uno : Rossini. Esistenza lunga la sua, ma non più vita ; è anche per lui quella (trentasette anni) la soglia di una morte artistica.
Per gli altri anche fisica : unico modo, forse, per continuare ad essere vicini, così febbrilmente vicini al cielo.

                                         Rita Guidi

martedì 5 marzo 2019

LETTERA DA CORNIGLIO (G.MARTINELLI) di Rita Guidi


Risultati immagini per corniglioUna frescura vicina, eppure lontanissima dall’afa. Oppure, d’inverno, la neve da pupazzi e slittini, rifugi e laghi ghiacciati. L’orizzonte di un giorno, una qualsiasi domenica dell’anno, o l’appuntamento di sempre, d’estate, con gli amici.
Risultati immagini per corniglio C’è un pezzo d’Appennino che, da sempre, è stato tutto questo. Qualche ora per tutti, o la vita per qualcuno. Pochi, certo, ma come importanti e assoluti testimoni più che di un mondo che va scomparendo, di una realtà che non vuole, non può e non deve essere senza domani.
E invece, adesso, contro tutto questo, c’è  un nemico più forte di qualsivoglia malinteso senso del ‘progresso’. Forte come questa nostra montagna, è la montagna stessa, che fragile di ferite e di soprusi antichi, scava un enorme confine tra se stessa e il futuro, il ricordo, la speranza.
La montagna frana, a Corniglio. 
Risultati immagini per frana corniglioCrolla con la forza di un’antica e leggendaria maledizione sui terreni e le case, sul lavoro e le notti d’estate di chi aveva voluto rimuovere come un incubo non proprio questa tremenda possibilità. Perché è un incubo non nuovo : da queste parti, dove ancora c’è il tempo di ascoltare le parole e i racconti, sguardi di più di un qualche vecchio giovanotto, indicano composti la stessa ferita negli stessi luoghi. E ricordano un asilo negato a due viandanti che si chiamavano S.Lucio e S.Amanzio, e che per questo promisero altrettanto dolore a questa terra. 
Era il 1902, allora, e non c’erano le residenze nuove dei villeggianti, gli enormi edifici per la stagionatura, le strade. Ma la forza d’urto impressionante e inarrestabile fu esattamente la stessa. Indifferente alla già faticosa vita dell’uomo che strappa la vita da queste parti, la terra si ruppe in rughe e crepe profonde, rotolò fino al torrente, creò laghi e timori. Identica ad oggi. Esattamente. Ed è questo uno dei dati che sorprende, ad esempio, nella relazione in forma di video presentata nei giorni scorsi a Roma alla Commissione per la Prevenzione degli eventi a grande rischio. Realizzata dal CNR, dall’Unità Operativa della Regione Emilia Romagna del Gruppo Nazionale Difesa Catastrofi Idrogeologiche e dalla Provincia di Modena, riassume, per gli addetti ai lavori, i due anni di cronaca di questa tremenda (e un po’ voluta e un po’ dimenticata) situazione. Contraltare tecnico ad un’altra, davvero toccante realizzazione, sulla stessa tragedia : si tratta di “Lettera da Corniglio” di Giovanni Martinelli. Autore appartenente al ‘Cinema Indipendente Italiano’, ma anche coordinatore del Centro Studi Terre Alte ; legato, dunque, profondamente alla cultura del territorio, cui dedica questa partecipata opera che ha già meritato vasto apprezzamento e la partecipazione (imprevista) a più di un Festival Cinematografico.
E basta già la copertina : un Cristo gettato su quella terra, il castello del paese lontano, sullo sfondo. Eppure  nulla di architettato ; ciò che resta, invece, dall’antico cimitero, in parte sgombrato al progressivo cedere della montagna. Un dolore lento e paziente, come quello della gente del posto, che parla (senza grida) in apertura di questo così particolare cortometraggio. E’ il racconto duro e riservato di ciò che hanno perduto, mentre la macchina da presa trascorre sugli affreschi della ‘Passione’ di Madoi nella chiesetta di Sesta Superiore. Come dire dell’arte di questo Appennino, della sua vitalità sotto la durezza dei giorni, dietro l’accettazione della fatica.
Una vitalità che ha fatto definire Corniglio regina della mezza montagna dal poeta Attilio Bertolucci, che tanto appartiene alla vicina Casarola, e che qui, in questa tormentata ‘lettera’, in prima persona parla. E come lui il figlio Bernardo, che ricorda di aver composto qui i suoi primi versi, pensato i primi film. E che, aggiunge, quella frana non vuole, non riesce a vederla.
Rimozione condivisa dallo stesso Martinelli, che ci confessa di aver utilizzato prima i filmati di repertorio e solo più tardi aver ceduto alla necessità di un sopralluogo.
Perché è un vero tormento, per chi anche per poco è stato avvezzo a questi  luoghi. Il dolore che gonfia gli occhi, è quello di chi vede i propri luoghi diversi, lacerati, distrutti. Di chi non riesce più a far coincidere i propri ricordi con la realtà : cancellati. Ieri per sempre diverso dall’oggi ; e noi stessi improvvisamente un poco più vecchi, un poco altri.
 Sofferenza, tra l’altro, che somiglia ad una concessione all’egoismo, nel vedere piuttosto serrande abbassate su muri paurosamente inclinati ; e strade dalle quali nessuna automobile condurrà più nessuno al lavoro.
O forse sì. La montagna, nel male ma anche nel bene, è forte. E le parole di Attilio e di Bernardo, della gente del posto, di chi anche solo per un’ora ha vissuto qui, scrivono proprio una lettera alla speranza.
Occorrerà tanto tempo, tanti soldi, tanto lavoro, tanto buon senso. (E già il discorso è complesso...). Ma più e prima di tutto la voglia di non perdere. Di non lasciare che la terra scavi con indifferenza e nell’indifferenza un solco mortale per un luogo che è stato e che è anche nostro.
“Ci vuole un grande impegno - afferma infatti Bernardo Bertolucci - per fermare questa frana proprio nel momento in cui rischia di trasformarsi anche in una frana simbolica.”
E’ passato quasi un secolo dal 1902. La speranza è che, oggi, non ne debba passare un altro, prima che tutto questo sia solo un brutto ricordo nelle parole che qualche vecchio giovanotto vorrà qui raccontare.

                                         Rita Guidi


lunedì 4 marzo 2019

LETTERE A YVONNE (R.M.RILKE) di Rita Guidi


Poche pagine : ottantotto. 
Una ventina di lettere. Due telegrammi.
Questo “Lettere a Yvonne - 1919/1925” , che raccoglie un fedele e selezionato epistolario, fino ad oggi inedito, di Rainer Maria Rilke (Archinto Ed. L. 20.000) si legge evidentemente d’un fiato. Ma è un respiro lungo. Il galleggiare rapido e affiorante di una intera vita sommersa appena sotto queste poche righe. Che  per questo traspare, leggibile.
Ciò che emerge è innanzitutto un’amicizia, quella con Yvonne appunto : autentica zattera d’affetto nel naufragio di guerra del poeta. Rilke è infatti un nomade in questi difficili anni. Nativo di Praga, adottivo di Monaco, è per un lungo periodo ospite incerto nella tranquillità smorta della Svizzera. Ed è a Berna, città ancora straniera per lui, che dietro consiglio dell’amico conte Paul Thun, a lei si rivolge : a Yvonne von Wattenwyll, che da aristocratico aiuto si trasforma subito in uno sguardo di profonda intesa, nella voce di una lunga amicizia.
Nemmeno un mese dopo  quel primo incontro, per Rilke è già ‘adorata amica, tale ormai da tempo...’ ; incipit epistolare che suggella significativamente l’inizio appunto di questo poi costante rapporto a distanza.
 Yvonne come perno, e la sua vita come sfondo. Gli spostamenti e le difficoltà, l’incerta salute e i desideri, sempre la poesia, affiorano qui sinceri ; è appena un freno a quello che potrebbe essere un diario, la delicatezza e la gentilezza con cui a lei chiede e di lei ricorda. O si preoccupa, soprattutto, quando la sua voce è silenzio : “Mia cara Amica - scrive infatti il 12 agosto 1919 da Soglio, non avendo da molti giorni sue notizie - Sono un po’ preoccupato...”  Ma subito precisa che solo affetto e non pedante insistenza è la sua : “Tra noi - aggiunge infatti con splendida dolcezza - deve essere possibile il più lungo e assoluto silenzio...”.   Come dire che Yvonne è per lui comunque certezza ; che Rilke è per lei comunque certezza. Come lo è la poesia, in questo difficile e incerto peregrinare dell’autore, sradicato con sogni di stabilità e solitudine, anche se nello splendore retrò e decadente di ville e castelli.
E’ qui che potrei riuscire a ritrovare me stesso - scrive da Locarno - Se qualcuno mi rinchiudesse per un anno in una di queste chiese di campagna...”
E ancora : “Potrei ormai scrivere la mia lista dei desideri proprio come farebbe un bambino - ripete da Soglio - Poter abitare da solo per un anno in una casa simile...”
Ha bisogno di solitudine. Ha bisogno di un anno di solitudine. Di quella pace dalle inutili chiacchiere del mondo che gli serve per fare poesia.
La trova nel Castello di Berg e poi a Muzot. E’ qui che scrive. Scrive a Yvonne di libri... “I libri...cara Amica, se ve ne mancassero, fatemi un cenno...Ma suppongo che voi preferiate raccogliervi sotto la dolcezza inedita delle vostre palpebre chiuse ; mai alcuna pagina ci toccherà altrettanto da vicino...”
Scrive, anche per lei, libri : conclude qui le sue più celebri “Elegie duinesi”.  
Non lo sai ancora ? - (le) dice, nella prima - Getta dalle tue braccia il vuoto / agli spazi che respiriamo ; forse gli uccelli / nell’aria più vasta, voleranno più  intimi voli” .  


                                         Rita Guidi

ALICE.IT (ARCHIVIO DI INTERNET) di Rita Guidi


Risultati immagini per alice nel paese delle meraviglieSi chiama “Alice”, ed è davvero il paese delle meraviglie.
Per chi ‘naviga’ in Internet, ed è interessato a tutto quanto fa letteratura, è davvero questo il ‘sito’ (così, nel gergo della Rete, i ‘luoghi’ virtuali da visitare) da non perdere.
Dalla ‘home page’ (leggi copertina) vivace, ricca e non-accademica, potete infatti accedere direttamente a quanto i redattori di questa cyber-rivista scrivono, o a quanto invece di ugualmente e letterariamente utile segnalano.
Con la comodità di un clic, ad esempio, potete allora leggere un’intervista a Busi, un servizio sulla casa editrice Marcos y Marcos o un ricordo di Bohumill Hrabal (questi alcuni degli argomenti nel numero attualmente on-line) ; oppure accedere ad una raccolta delle ‘terze pagine’ dei più importanti quotidiani (con ulteriore possibilità di accesso ad un archivio degli ‘arretrati’).
Novità tra le più recenti, questa, utile quanto l’elenco delle librerie, libri, e biblioteche raggiungibili su Internet, o ancora, le segnalazioni sui più interessanti appuntamenti e avvenimenti, sempre per gli addetti ai lavori.
A questo proposito, non mancano le occasioni interattive : come ad esempio quella proposta per giovedì 13 febbraio. Si tratta della prima 24 ore di scrittura telematica. Battezzato da “Alice” come il giorno degli scrittori invisibili, e realizzato in collaborazione con la casa editrice "marcos y marcos", repubblica.it, la Biblioteca Civica Multimediale di Cologno Monzese, Porte Aperte e B-Human, si proporrà infatti la costruzione ‘a mille mani’ di un noir velocissimo.  A partire dall'incipit di "La scena è la stessa" di Massimiliano Sossella, tutti i navigatori in collegamento con librerie e biblioteche d’Italia potranno seguire in tempo reale  e contribuire alla nascita  di questa nuova e inconsueta forma di scrittura.
 Per essere uno dei mille autori l’orario di riferimento è dalle ore 00:01 alle ore 23:59 .
 (All'indirizzo http://www.bhuman.it/sossella, si possono avere altre informazioni.)
L’indirizzo di “Alice” (di Informazioni Editoriali I.E.), è invece
http ://www.alice.it
pronto per essere memorizzato dal vostro ‘bookmark’.

                                         Rita Guidi

sabato 2 marzo 2019

I GANZI GRECI (T.DEARY) di Rita Guidi


Ai confini del ‘trash’, dichiaratamente kitsch, questo “I ganzi greci” (così la traduzione italilana dall’originale “The groovy greeks”, Salani Editore, 128 pagine, L.12.000) è davvero una ‘brutta storia’.
 Primo appuntamento col mondo classico per una davvero curiosa collana, il volume non poteva che avere ascendenze anglosassoni.  Firmato da Terry Deary e illustrato da Martin Brown, il risultato, infatti, si situa a metà tra un’idea divertente-dissacrante, e un certo modo (l’ultimo ‘didatticamente’ possibile ?) di fare storia.
Accattivante nelle vignette e nelle battute, indovinato nella proposta tutt’altro che semi-seria di quiz e cruciverba, l’universo greco si snoda comunque qui cronologicamente corretto, anche se con accenti aneddotici volutamente impertinenti.   
Ganzi, appunto.  E cioè  inattesi e buffi, tutti da raccontare. E così, accanto alle pagine che descrivono tempi e modi della nascita del teatro, trovate anche quelle su ‘chi ebbe il primo gabinetto con sciacquone della storia’, e poi ‘eroi orribili, soldati spartani trogloditi, filosofi fuori di testa e schiavi mica tanto contenti...’.
Ma un’occhiata al sommario basterà : cronologia dei ganzi greci ; disgustosi dèi ; combattere come un greco ; tremende tragedie e potenti poemi ; gli spaventosi spartani ; gli arguti ateniesi ; la potenza dei persiani ; Alessandro  il più magno ; pensare come un greco ; vivere come un greco ; morire come un greco ; oh, le olimpiadi ; ricette ricercate ; crescere come un ganzo greco ; arrivano i romani.
Ganzi anche loro ? A quanto si legge nell’epilogo pare proprio di no...
Dopo i ganzi greci vennero i rivoltanti romani...Ma i romani erano niente in confronto ai greci...Archimede era un greco supergeniale. Quando i romani attaccarono il suo popolo nella città di Siracusa (211 a.C.) Archimede mise in moto il suo grande e ganzissimo cervello per inventare nuove armi meravigliose....Ma alla fine i romani sfondarono le difese dei greci...I rivoltanti romani vinsero, i ganzi greci se ne andarono sottoterra. Una gran brutta storia.”
Non l’avevamo detto ?
                                                                       Rita Guidi