martedì 26 febbraio 2019

REMO GAIBAZZI - INTERVISTA A GLORIA BIANCHINO di Rita Guidi


Solo artista. Nella nudità dei luoghi come nella fissità del proprio volto, nella china asciutta di un’umanità derelitta come nei colori essenziali degli acrilici, Remo Gaibazzi lavora.
 Solo artista. Mai preoccupato di altre consuetudini ; mai oltre un confine geografico che si è dato come sufficiente ad esprimere cose che non hanno luoghi.
Pigra personalità parmigiana, illustre matita sconosciuta, attentamente disperso nella memoria privata dei salotti, il suo mosaico che oggi si ricompone non ha mancato, per questo, di suscitare qualche perplessità...
Non sono stati davvero pochi quelli che mi hanno detto che forse lui una mostra non l’avrebbe voluta, o non l’avrebbe voluta così ; che quel tal disegno non l’avrebbe esposto. - ricorda infatti Gloria Bianchino, direttore dello CSAC e curatrice della mostra - Io questo non posso davvero saperlo. So, però, che questa mostra era in un certo senso necessaria. Ha consentito a noi di scoprire Gaibazzi e di amarlo ; e ci auguriamo ( perché questo era il nostro intento) lo farà scoprire soprattutto ai giovani, a chi per motivi generazionali o altro non lo ha conosciuto. E un pittore come lui, sempre vicino ai giovani artisti, questo credo l’avrebbe senz’altro voluto.”
Le opere sono circa duecento, centocinquanta i disegni : dalle ‘caricature’ giovanili alle realizzazioni astratte, è questo lo stralcio di una lunga e vivace produzione che resterà da oggi alla metà di febbraio alla Sala delle Scuderie della Pilotta.  Selezione non facile delle cinquecento realizzazioni che raccoglie invece il bel catalogo (Electa), e delle mille o più, catalogate comunque dallo CSAC, lungo il tracciato infinito delle collezioni sconosciute, dell’universo privato ...
Il Gaibazzi che appartiene alle collezioni pubbliche è numericamente insignificante. - spiega Gloria Bianchino - La sua opera è presente invece, anche con molti pezzi, nelle case della gente. Ed è per questo che vorrei ringraziare davvero tutti i prestatori, le persone che ci hanno messo a disposizione quello che avevano, e che hanno accettato la presenza di fotografi o di avere le proprie pareti vuote per un paio di mesi. Quindi grazie davvero alla città per una risposta così pronta e aperta, senza la quale questa mostra non si sarebbe mai potuta realizzare.”
Se conflittualità c’è stata, tra Gaibazzi e Parma, era allora comunque parziale,‘affettuosa’...
Affettuosa e reciproca : Parma ‘ama’ Gaibazzi e Gaibazzi ‘ama’ Parma. Dopo quest’operazione di raccolta non è difficile rendersene conto. Ma addirittura prima, proprio quando è nata l’idea in qualche modo di ricordarlo, subito dopo la sua scomparsa, la ‘risposta’ è stata istantanea. - racconta la Bianchino - Ricordo l’immediata disponibilità del dottor Giorgio Orlandini, e con lui di tutti quelli che hanno sostenuto questa iniziativa (Comune, Provincia, Banca Monte, SEGEA, Università n.d.r.)...”
Il parmigiano Gaibazzi : le sue strade sono riconoscibili e nostre, ma vuote ; i monumenti insieme famosi e familiari, diventano profili e sagome d’assenza ; i contrafforti della Pilotta, ancora, si fanno occasione di segno, ripetizione astratta che annulla la propria identità. Parma sembra improvvisamente un confine ingiusto, o, meglio, una sua semplice occasione...
. - afferma la Bianchino - Non credo che sia giusto confinare ‘geograficamente’ Gaibazzi. Come non è giusto considerarlo isolato, confinato : Gaibazzi era compreso, per quanto la sua produzione fosse difficile, raffinata, intellettuale, da quanti qui lo conoscevano. Non solo, ma lui stesso, così apparentemente appartato, era in profonda sintonia col suo tempo ; consapevole e attento conoscitore di quanto accadeva nel mondo della produzione artistica, e traduttore poi di quella esperienza, sempre fedele però alla propria personalità ed espressività.”
Una mostra importante, allora. Non fosse altro che per quello sguardo d’insieme che, per la prima volta, dunque, preziosamente ci consente : altre esposizioni, sporadiche, magari collettive, ma quasi tutte perse (anche loro) nella memoria dei singoli, non hanno lasciato praticamente traccia...
Purtroppo, spesso non siamo riusciti a ritrovarne nemmeno i cataloghi - spiega la Bianchino - E questo non ha certo contribuito a rendere più agevole, ad esempio, il problema della datazione delle opere...”
Anche per quella, Gloria Bianchino ricorda il prezioso aiuto di Alfredo Caselli e Andrea Calzolari, di Giorgio Mazzocchi, Maurizio Gatti, oltre a quello dello stesso figlio Luca e della moglie Lina Gaibazzi ; e non nasconde la preoccupazione e la fatica di tutto lo CSAC, in particolare di Lucia Miodini, autrice con lei delle schede di catalogo, e di Enzo Ferrari, Antonella Monticelli e Teresa La Porta. Poi riprende...
“Ci saranno quindi, forse, delle imprecisioni, ma era previsto. Del resto - conclude -  Consideriamo questo appuntamento tutto fuorchè conclusivo ; uno stimolo, semmai, a nuove indagini, studi, ricerche, su Gaibazzi.”
Materiale inconsueto e disperso. Studi per vetrate di chiese e giochi di quadri ricomposti. Disegni, tele, veline di un solo artista... Ma non chiamatela antologica. La storia di Remo Gaibazzi ricomincia da qui.

                                    Rita Guidi

lunedì 25 febbraio 2019

Parma d'altri tempi (Officinema) di Rita Guidi


C’è anche un cenno di neve, prima del cielo estivo di un’estate padana, in apertura dell’ultima video-produzione di Officinema, “Per le strade di Parma”.
Officinema e cioè quelli di “Parma d’altri tempi”.  Quell’Umberto Asti e Giuseppe Calzolari, tanto per intenderci, che di nuovo registi della nostra città, le dedicano questa volta uno sguardo che ‘ricomincia da oggi’.
Le stagioni di Parma : potrebbe essere allora questo il titolo di un ciclo ormai complessivo che attraversa, dagli anni Trenta al più contemporaneo presente, i nostri luoghi.  Frammenti di pellicole amatoriali, prima, e un cortometraggio insieme professionale e spontaneo, invece, adesso. Ma sempre ‘quattro tempi’ : stagioni di una città che si rivela uguale e diversa negli stessi uguali e diversi riti, luoghi, percorsi.
Sì. - conferma Umberto Asti - Le immagini hanno all’incirca lo stesso andamento delle cassette precedenti. Ripercorrono le stesse ‘abitudini’, gli stessi spazi : l’uscita da S.Giovanni, il centro...”
Salvo che il protagonista è l’oggi : un percorso parallelo, quindi, come per dirne di più l’attualità. Ma allora un dubbio : perché non farlo anche questa volta, utilizzando lo stralcio anonimo di frammenti ? Di nuovo collage, insomma, ma dei videoamatori del 1996 ?
Perché Parma non sarebbe emersa allo stesso modo - spiega deciso Asti - Oggi non c’è più lo stesso sguardo di sessant’anni fa : i ‘tigì’ ci hanno abituati a concentrarci su un fatto, su una persona. Difficilmente la ‘curiosità’ si estende ai luoghi, alla gente. Per questo abbiamo preferito girare noi ‘Per le strade di Parma’ ( appunto). Ma comunque in modo assolutamente estemporaneo e immediato. Nessuna posa, recita o messinscena.”
Istantanee di umore cittadino : la pigrizia un po’ assorta di una giornata di luglio, i nasi attenti alle vetrine del centro per lo shopping del sabato...O la Parma monumentale, anche, soprattutto nell’orizzonte blu oltre i sassi della Pilotta...Quaranta minuti di reportage urbano, di documentario parmigiano. Ma non uno ‘spot’...
No, certo. Anche se l’idea nasce un po’ anche da lì - ricorda Asti - Perché uno ‘spot’ su Parma, un audiovisivo di 15 minuti di tipo turistico, l’abbiamo realizzato davvero. Però, poi, sempre con lo stesso gruppo di promotori (Comune e Amministrazione Provinciale di Parma, Camera di Commercio, Ente Fiere, Aeroporto, Consorzio Parmigiano-Reggiano n.d.r.) l’iniziativa ha avuto un’evoluzione spontanea. E il risultato è nel ‘raddoppio’ di questo documento d’attualità parmigiana.”
E qualcuno certamente si riconoscerà. Tra i gesti antichi della briscola, in cittadella ; o nell’ovattata eleganza delle poltroncine, nei chiostri, in concerto ; o tra la folla appena più ‘chiacchierona’ ed  esibita in via Cavour. Nessun protagonismo, però...
Una scelta che ci siamo subito imposti - interviene Giuseppe Calzolari - è  stata quella di evitare le prospettive troppo scontate. Quindi, ad esempio, il calcio no...Ed è una scelta che, a lavoro finito, ci ha sorpreso più di quanto ci aspettassimo. Ne esce, credo, una Parma davvero inedita, anche un po’ distaccata.”
 Per Umberto Asti, tra l’altro friulano d’origine benchè parmigiano d’azione, ancora di più...
Non so. Mi sembra che la realtà raccolta adesso dalla macchina da presa, sia più colorata ma anche un tantino più  anonima rispetto al passato. Che ben poco, di quel ‘bianco e nero’, ci sia (sopravviva ?) ancora oggi...”
Il suono di una chitarra, in un’antica osteria, accompagna la voce incerta di tre o quattro ragazzi ; un cenno di dialetto ‘filtra’ nella ripresa diretta di un flash sul mercato ; la musica, di nuovo, si solleva nel finale dal cembalo di un più ‘aristocratico’ concerto. Diventa un pensiero che va, su una veduta inconsueta, luminosa e notturna, quale deve avere, ogni sera, il nostro ‘angiol d’or’.
Poi sarà un’altra stagione : con la stessa identità ?

                               Rita Guidi

domenica 24 febbraio 2019

OSCAR ACCORSI di Rita Guidi


Il catalogo è debitamente corredato da un’audiocassetta. Necessaria ‘colonna sonora’ alle opere di un artista multimediale qual’è Oscar Accorsi.
Dopo un’ormai lunga teoria di appuntamenti che lo hanno visto protagonista unico o in esposizioni collettive anche nella nostra città (è il caso ad esempio di ‘Domestiche emozioni’ alla galleria Alphacentauri, nel ’94 ; o nello stesso anno, della suggestiva ‘Luoghi di trasformazione’ a Langhirano), lo scultore è ora a Reggio Emilia con ‘CUT’, nell’area destinata alle esposizioni temporanee dei Civici Musei, fino a domenica prossima.
‘Cut’ come taglio, lamina, ‘ferita’ : i suoi assemblage metallici fendono l’aria vibranti almeno quanto i suoni.
Il mio attuale equilibrio - dice - è basato su un salto tra due estremi : l’aria del suono ed il peso specifico del ferro...”
Equilibrio ‘pesante’, infatti, fascinoso ed insieme inquietante, è accentuato dall’allestimento, curato dallo stesso Accorsi, che prevede luci e giochi di luce. Ombre, soprattutto, che dilatano ‘oltre’ il rigore di queste infinite successioni acuminate di ferri. Più spesso neri, come l’esatto involucro del bel catalogo : di ferro anche lui, a equilibrare l’evanescenza, ugualmente metallica però, del suono. Anche la musica è di Accorsi, che del resto proprio da questo modo espressivo nasce : “Pur lavorando con le mani - conclude infatti - continuo  a pensarmi compositore. Chi sa controllare  il suono, e quindi il tempo e lo spazio, riesce a controllare tutto ciò che vi sta dentro. Ne sono fermamente convinto.”

                                    Rita Guidi

sabato 23 febbraio 2019

UMBERTO ECO ON-LINE di Rita Guidi


E per chi fosse già collegato, un indirizzo lo aggiungiamo noi.
http://www.nettuno.it/eventi/eco_columbia/
Perché sarà proprio questo il luogo di casa vostra, nel cyberspazio, dal quale potrete assistere ad una serie di conferenze che Umberto Eco sta tenendo negli States.
Assistere significa ascoltare (e interagire) in diretta, proprio mentre il celebre scrittore, semiologo, professore e quant’altro, sta parlando in una delle tante aule della Columbia University.
Ad esempio ? Ad esempio, ore 23 (17 con il fuso di New York) di martedì 26 novembre : è infatti questo uno degli appuntamenti per  gli ascoltatori virtuali. Il tema ? ‘The Dream of a Perfect Language’. (Naturalmente occorre un minimo d’orecchio - è il caso di dirlo - per l’inglese. )
Ancora, Martedì 10 Dicembre 1996 sempre alle 23 ora italiana, (e 17 di New York), Eco parlerà sul tema : “From Marco Polo to Leibniz: Stories of Intercultural Misunderstanding”.
La non ancora così consueta possibilità per l’Italia, deriva da una collaborazione tra il  Comune di Bologna e il Cineca ; è questo, lo ricordiamo, l’"Interuniversity Consortium of the Northeastern Italy for Automatic Computing", il consorzio interuniversitario cioè, che raggruppa 13 università italiane compresa la nostra.
 Ma non basta ; dalla pagina elettronica di questo sito web curato dallo staff di Nettuno ( il servizio che consente l’accesso alla rete INTERNET ed ai servizi telematici del CINECA), diversi link rinviano ad altre pagine curate dalla Columbia University sullo stesso evento. E una misura della popolarità d’oltreoceano del relatore è data anche dal sito a lui dedicato
(http://www.italynet.com/columbia/ecolinks.htm).
Infine un cenno sulle specifiche tecniche richieste per l'ascolto: scheda audio a 16 bit ;client RealAudio, versione 3.0 ; preferibilmente un Pentium Modem: minimo 14.400,  consigliato 28.800.
Chi non fosse attrezzato per tempo, può comunque contare sulla trascrizione testuale delle conferenze (è già il  caso della prima, tenuta martedì 12 Novembre, stessa ora, su “From Internet to Gutenberg”). Anche direttamente al
http://www.italynet.com/columbia/internet.htm
Insomma, da leggere o da ascoltare è sempre Eco on-line...

                                    Ri.G.

venerdì 22 febbraio 2019

NAVIGARE CON INTERNET (P.GLISTER) di Rita Guidi


Gli errori sono compresi nel testo. 
E non può essere altrimenti, quando si parla (e si spiega, e si aggiorna...) di un argomento come Internet.
Lo sa e lo dichiara, del resto, lo stesso autore de “Il nuovo navigare con Internet” , che esce ora per la Apogeo Editrice : “Quando si sta sparando ad un bersaglio mobile - afferma infatti Paul Glister nella prefazione - la tecnica più comune consiste nel puntare appena prima del bersaglio, in modo che il colpo raggiunga il punto in cui il bersaglio sarà pochi istanti dopo. Internet è un bersaglio mobile. Eppure cercare di prevederne gli spostamenti è davvero difficile.”
E se lo dice lui potete crederci ; Glister è considerato il più autorevole esperto mondiale in materia. Ma soprattutto, aggiungiamo noi, il meno presuntuoso (‘qualità’, è evidente, quanto mai nemica anche del più elementare desiderio di conoscenza e di ricerca).
Perché ?  Ma perché a distanza di non più di due anni dalla pubblicazione del precedente “Navigare con Internet”, si è, come dire ?, autosuperato.    L’evoluzione della Rete è stata così densa e frenetica, che anche quelle pur basilari informazioni, gli sono sembrate troppo povere ed obsolete ; e allora eccovi le 622 pagine di questa ‘Bibbia di Internet  aggiornata ed ampliata’, come recita il sottotitolo.  Risposta, per il momento, davvero esaustiva per un organismo in costante crescita e in perenne gemmazione.
E allora innanzitutto le radici : la struttura del libro, proprio per garantirsi il più possibile una durevole validità, si preoccupa di far conoscere la storia ed il background tecnico della Rete, di illustrarne caratteristiche e possibilità di utilizzo, di suggerirne modalità d’accesso e comandi, anche.  Dalla posta elettronica, alla trasmissione di file, alla ricerca di specifiche informazioni, capitoli e paragrafi sono tra l’altro corredati da figure di schermate esplicative.
Ma poi la freccia di Glister punta comunque al bersaglio mobile : come un ragno attento esplora il World Wide Web (la più spettacolare applicazione della Rete), accenna ai più recenti progetti multimediali - dal mondo dell’editoria a quello delle scienze informatiche -, e tenta, anche, di gettare uno sguardo sul futuro.  E dunque alle ‘orecchie’ di Internet, alle trasmissioni cioè di voce e suoni, o alla realtà virtuale.
Il tono ? Quello di chi immagina per difetto quanto avverrà tra due anni ( o forse due mesi) nel cyberspazio.
La portata, la complessità, la ricchezza oggi a nostra disposizione - ricorda anche Vinton G.Cerf, Presidente di The Internet Society nella nota introduttiva - non erano previste. Guardando Internet  con gli occhi del 1973, l’unica reazione possibile è quella di meravigliarsi di questa evoluzione.”
 Per questo non è un caso che per gli utenti della Rete si usi il termine ‘navigare’.  Che è come dire che è qui la  frontiera della società contemporanea  : nuova e libera, per l’affrancamento da confini, distanze, geografie ; e pure caotica e vischiosa, certo, per i mondi troppo soli o troppo ‘altri’ ai quali invita.   Oceano, allora, oceano di una folle idea, come avrebbe forse detto John Keats. Il poeta è proprio ricordato da Glister per uno stralcio che l’autore ritiene illuminante (come solo la poesia sa essere) della sensazione che prova il più moderno come il più antico esploratore...
Poi mi sentii come chi scruti il cielo/ - scrive Keats - e veda apparire un pianeta nuovo ;/ o come il forte Cortez, che con occhio d’aquila/ osservò il Pacifico - e con i seguaci tutti / si guardarono con in mente una folle idea -/ in silenzio, su una cima di Darien.”

                                         Rita Guidi

giovedì 21 febbraio 2019

THE BEAT BOOK di Rita Guidi


C’è un’inquietudine che ha bisogno dei luoghi. Di spazi grandi abbastanza da far girare un’anima. Anche per questo America è mito. Anche per Kerouac.
(Solo) sulla strada è purezza e incubo. Diversità d’asfalto che ‘corre e corre’ all’orizzonte di un bisogno eterno e molto contemporaneo.
Estranea e antica è persino l’immobilità cui costringe una foto, fosse pure la propria...
Mi resi conto - scrive infatti lo stesso Kerouac, nel suo celeberrimo ‘On the road’ - che queste erano tutte istantanee che i nostri bambini avrebbero guardato un giorno con stupore, convinti che i loro genitori avessero vissuto una vita liscia, ben ordinata, delimitata nella cornice di quelle fotografie, e si fossero alzati al mattino per incamminarsi orgogliosi sui marciapiedi della vita, senza mai sognare la stracciata pazzia e la ribellione della nostra vita reale...”
Su quattro ruote è la soglia, scoperta uguale alla più lontana preistoria, per dare ascolto al pulsare beat che inizia in quegli anni ’50, e cui la sola fantasia più non basta. Occorre motore e orizzonte ; rumore di corpi e di vita.
Paradossali come un invito, forse, le sirene di Lowell :
industrializzatissima città del Massachussets che a Kerouac diede i natali. La povertà vinta con le spalle forti di grande giocatore di foot-ball, il bellissimo e giovane Jack si guadagna così gli studi al College. Dal numero 9 di Lupin Road alla Columbia University di New York, è già la direzione che vuole. Ma è comunque a Lowell che l’oggi ottantenne allenatore ne ricorda gli umori adolescenti.
Lo ricorda...L’occasione è ormai da quattro anni quella del Festival che la città tiene nel suo nome. Tremila persone che arrivano da un ovunque casuale ; presenze celebri e meno celebri, da Ginzberg in giù ; musica ; ciceroni che sballonzolano di qua e di là i turisti di Kerouac. I viaggiatori ci vanno da soli. Nei luoghi di Kerouac.
I luoghi : basterebbe la geografia a cancellare la dimensione del ricordo. Perché la strada è la strada. E come Kerouac correva e correva, l’inquietudine d’asfalto (che ha bisogno d’asfalto) è ancora e sempre anche la nostra.   Il sole non importa, è altrettanto ‘viaggio’ la notte, ma certo lo spazio è quello d’America di più. Perché diverso è il suo pane e, appunto, le sue strade (Hopper, non Fattori).
Non è un caso che nel bel volume che esce proprio ora per Il Saggiatore, “The beat book”, curato da Anne Waldman con premessa di Allen Ginzberg (la traduzione è di Luca Fontana), non manchi un capitolo finale che rintraccia e ricorda i più letterari luoghi beat : Città del Messico e Kyoto, certo, ma poi è Berkeley e Big Sur, Frisco e Denver, il Greenwich Village o comunque New York.
Ricorda...Perché qualcuno parla di revival. E non c’è dubbio che il mondo editoriale e non, sembra davvero abbia gran voglia di (ri ?) percorrere queste strade mobili.
Questa antologia, appunto ; un’attenta raccolta di testi che dai nomi storici di quell’allora avanguardia letteraria, scendono a quelli di oggi (di oggi...) : e dunque Corso, Kerouac, Cassadi, Ginzberg, Borroughs, Ferlinghetti, McClure, Snydel...
Una carrellata che come una macchina da presa attraversa le stesse tensioni ; a proposito : alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno una specifica sezione era dedicata  (sia che fossero soggetti, sceneggiature o attori) al denominatore comune dell’universo beat.  E sono due, poi, le Mostre ancora in corso : non solo cinema ma anche scritti, quadri, sculture...a San Francisco, nel MH de Young Memorial Museum, fino al 29 dicembre ; e a Boston (dopo Firenze e Lowell), solo su Kerouac, questa, organizzata dal giornalista italiano Silvestro Serra e dal fotoreporter Massimo Pacifico.
Italianissima, ancora, la raccolta speciale di sei millelire (Stampa Alternativa) su “Beat & Mondo Beat”, che ci riporta alle ‘novità’ su carta, e che unisce ad una prospettiva peninsulare del fenomeno, uno sguardo un poco dissacrante sui protagonisti d’oltreoceano.

“Il libro dei blues” è invece un’altra nuova proposta (nelle edizioni Leonardo della Mondadori) che delle suggestioni della strada raccoglie esclusivamente la poesia della musica : sono i ‘chorus’ , i componimenti che Kerouac scrisse soprattutto su (e a) San Francisco. Con un andamento limitato dalla misura delle pagine del taccuino su cui li ha scritti, come afferma lui stesso (e poteva essere altrimenti ?), e con una forma, aggiunge, “determinata dal tempo oltre che dallo spontaneo fraseggiare & armonizzarsi del musicista col battere del tempo che si accavalla & accavalla in chorus misurati.”
Il tempo : è questa la dimensione che improvvisamente affianca (solo affianca) quella dello spazio, nei saggi sul buddhismo, sempre dell’Autore. Anche questi pubblicati ora negli Oscar Mondadori con il titolo “Il sogno vuoto dell’Universo”. 

Lo sguardo su ‘quell’altro viaggio’, la stessa voglia di andare finchè non si arriva, verso un ‘dove’ che ha lo stesso fascino ed incertezza, qui c’è però una ‘sosta’. Come un respiro trascendente, per sgranchirsi le gambe scendendo dall’auto.
E dopo tanta strada, Kerouac conclude così queste pagine : “Per me - dice - quella è la parola e la strada che cercavo - e ancora - Forse la saggezza è a Oriente, la compassione a Occidente.”
Facile che ci sia sempre qualcuno che abbia voglia di farsene (o non farsene) un’idea. Per le proprie personalissime strade.
Kerouac ? Macchè revival...

                                    Rita Guidi

mercoledì 20 febbraio 2019

LA BEAT GENERATION DE 'NOANTRI - INTERVISTA A MELCHIORRE GERBINO di Rita Guidi

4 aprile '67 - contestazione per i diritti civili - Melchiorre Gerbino

E’ vero, non vestivano alla marinara. 
Ma è anche vero che la ‘trasgressione’ non era difficile laddove l’appartenenza si misurava in centimetri : di capelli.
Il versante italiano della beat-generation, nella seconda metà degli anni ’60, è stata davvero anche una questione di cellule. Di...peli, barbe, capelli e capelloni. Di dissidenti della brillantina. Di affamatori di coiffeur.
E il coma irreversibile delle sfumature a spazzola è iniziato anche con lui ( per lui), Melchiorre ‘Paolo’ Gerbino, oggi cinquantasettenne viaggiatore impenitente, nonché nonno e celebrità televisiva (vedi Maurizio Costanzo Show).
Mezza sillaba di presentazioni telefoniche e la prima domanda è la sua : “Scusi, ma quanto dista Milano da Parma ? - quasi sorpreso - Spostiamo l’appuntamento e mi dia tempo di arrivare..”
In genere, di occasioni per andare, aggiunge, gli basta anche meno.  Da sempre.  Da allora.        
 In tasca nessun ‘On the road’ di Kerouac, eppure viaggiava sulle stesse macchine scassate oltre le stesse barriere di questa parte dell’Oceano...
Chissà ! - spiega - Forse è una cosa genetica : mio zio ha fatto il giro del mondo ; mio nonno, farmacista, si era voluto trasferire in Tunisia...nel secolo scorso non era così consueto... Senza contare che, ero nato da poco, e mia madre mi portava con sé in calesse, per andare a trovare mio padre.”
Da Calatafimi, dove è nato il 30 agosto 1939 e di cui conserva appena l’accento, a Porto Empedocle : il padre, giovane ufficiale della contraerea era già lì, al fronte, e la moglie, fresca sposa, voleva stargli vicino.
I miei primi ricordi sono proprio quelli. Il rumore degli attacchi aerei...Il viaggio, come necessità per sopravvivere.”
Nessuna differenza con l’oggi : ‘neonato’ dei luoghi, Gerbino non cessa di trovare ovunque motivo d’interesse, di scoperta, di libera appartenenza. E quell’ovunque, allora, era la Svezia...
Un biglietto per Stoccolma : è stato quello il regalo che mi sono fatto appena maggiorenne. E da là due cartoline di dimissioni : dall’ufficio e...da casa. Mio padre, avvocato, altrimenti non me lo avrebbe mai permesso.”
Ma perché la Svezia ?
Perché era il punto più lontano raggiungibile - sorride Gerbino - E poi perché per me Stoccolma era davvero il centro del mondo : per l’economia fiorente,  la politica aperta, il clima di tolleranza e libertà...”
Era così per lei, per come se la immaginava, o era così davvero ? Insomma, la realtà, dopo la fantasia che sempre precede il viaggio, era proprio quella che si aspettava di trovare ?
Sì. Era così davvero. E poi guardi che la realtà è sempre molto meglio dell’immaginazione. Ho sempre trovato, nei luoghi, molto più di quanto mi aspettavo. Il mondo è troppo complesso per tentare di fantasticarlo. E la Svezia lo stesso ;- ricorda Gerbino - non è un caso che proprio lì abbia trovato la ‘crema’ dei primi viaggiatori, i primi ‘romantici’, i Kerouac di allora...Per loro come per me Stoccolma divenne presto la base di lunghi viaggi in giro per l’Europa. In quattro o in cinque compravamo una macchinaccia da due soldi e partivamo : Francia, Germania, Jugoslavia, Bulgaria, Turchia...”
L’Italia no ?
Certo anche l’Italia. Ricordo di essere anche passato a trovare i miei...ma dove mi sentivo a casa era Stoccolma. Con chi viveva e la pensava come me. Una sorta di avanguardia generazionale molto vitale e aperta. Molta amicizia, molto amore, anche in senso fisico, - continua Gerbino -  ma per noi era insieme romanticismo e conoscenza. Libertà autentica, nulla a che vedere con la pornografia di oggi...”
Un piccolo esempio è nel suo soprannome : quel ‘Paolo’ con cui preferì chiamarlo, nell’intimità, la sua prima ragazza svedese. Soprannome che poi scelse ai tempi di Milano. Già, Milano...
Ci arrivai nel ’66, con mia moglie Gunilla Unger : l’avevo conosciuta due anni prima, lei aveva 18 anni e io 23, e non ci eravamo più lasciati. Il 2 gennaio del ’65, però, nacque il nostro primo figlio ; e per riconoscerlo, - spiega Gerbino - ma anche per poter dividere la stessa stanza d’albergo una volta arrivati in Italia (allora era così) ci sposammo in Comune, a Stoccolma.”
Nel Millelire di Stampa Alternativa dal titolo ‘Le immagini del Mondo Beat’ (la raccolta complessiva sulla Beat Generation italiana e americana ne comprende sei), tra barbe e capelli, ci sono infatti anche loro, ‘Paolo’ e Gunilla. Ma pargoli davvero no...
Il bimbo rimase con i miei, che se ne innamorarono subito. Noi, dopo quattro mesi di Sicilia eravamo ansiosi di ripartire. La meta era Parigi, ma il treno cambiava a Milano...”
Gli era piaciuta subito la stazione. E un attimo dopo la città. Decidono di fermarsi un giorno che diventerà però ben più lungo di cinque...
Eravamo a Milano da ormai otto mesi, quando vedo sul giornale una foto del ‘barbuto’ Vittorio di Russo : arrestato per aver strappato in pubblico il passaporto gridando l’invito ad essere cittadini del mondo. L’avevo conosciuto in Svezia, lo cercai subito, lo invitai a casa e da lì cominciammo a far risalire l’adrenalina di Stoccolma...”
L’adrenalina di Stoccolma... Milano è pronta : ostile, ma pronta. Sempre più spesso quotidiani e questurini devono fare i conti con un proliferare inestinguibile di chiome e di idee. Ugualmente ribelli, al pettine come alla patria potestà...
Il termine ‘contestazione’ - ricorda Gerbino - riprende proprio dalla frase che più spesso compariva nei fogli di via destinati ai capelloni : il ‘si contesta’ delle forze dell’ordine che paradossalmente era diventato il nostro slogan...”
In testa il ‘triumvirato’ Gerbino (ideologo) - Di Russo (capopopolo) - e Umberto Triboni (‘tesoriere’), anche Milano, anche l’Italia (appena dopo i Provos olandesi, e in contemporanea con Berkeley) diventa beat. Le fughe da casa dei ragazzi sono insieme scandalo e consuetudine ; la meta è spesso ‘Barbonia City’, come viene dai ‘media’ definito l’enorme campeggio milanese ; come altrettanto spesso la meta è ‘Mondo Beat’, la rivista che per sette volte esce ciclostilando quegli ideali di libertà, ecologia, diritti (sì : anche di farsi crescere i capelli) che oggi ci sembrano così assodati e consueti.
Kerouac non lo conoscevano, ma Ginzberg era stato tra loro, in quella sede impropria (i campeggi, la piazza..) della rivista. Punto d’arrivo libero di tutti quei giovani che da lì ricevevano l’unica condizione di un’appartenenza : il viaggio. Unico modo per affrancarsi dalle croste di ogni provincialismo, dai paraocchi mentali all’esistenza. Il viaggio, però, non l’avventura...
Non chiamiamoli viaggiatori se è quella che cercano. - sottolinea Gerbino - L’avventura è la stessa esistenza. E spesso, viene da dire, purtroppo...”
Oggi come allora gli serve solo uno zaino o quanto basta a contenere il suo fucile da pesca subacquea ; in giro per il mondo una t-shirt spesso costa meno comprarla che lavarla, e sarà più soddisfatto se avrà visto di nuovo, da vicino, la zona della faglia oceanica. Il futuro ? Non è assurdo pensare che, tempo una decina d’anni, si possa dare un’occhiatina alla terra standosene inscafandrati sulla luna. Si vedrà...L’immediato domani è già un libro (“...” Ed Laser) e la ripubblicazione dei 7 numeri 7 di Mondo Beat. 
Il pettine non gli serve più e ovviamante conosce Kerouac.
...Kerouac ? Macchè revival.

                                    Rita Guidi