sabato 23 febbraio 2019

UMBERTO ECO ON-LINE di Rita Guidi


E per chi fosse già collegato, un indirizzo lo aggiungiamo noi.
http://www.nettuno.it/eventi/eco_columbia/
Perché sarà proprio questo il luogo di casa vostra, nel cyberspazio, dal quale potrete assistere ad una serie di conferenze che Umberto Eco sta tenendo negli States.
Assistere significa ascoltare (e interagire) in diretta, proprio mentre il celebre scrittore, semiologo, professore e quant’altro, sta parlando in una delle tante aule della Columbia University.
Ad esempio ? Ad esempio, ore 23 (17 con il fuso di New York) di martedì 26 novembre : è infatti questo uno degli appuntamenti per  gli ascoltatori virtuali. Il tema ? ‘The Dream of a Perfect Language’. (Naturalmente occorre un minimo d’orecchio - è il caso di dirlo - per l’inglese. )
Ancora, Martedì 10 Dicembre 1996 sempre alle 23 ora italiana, (e 17 di New York), Eco parlerà sul tema : “From Marco Polo to Leibniz: Stories of Intercultural Misunderstanding”.
La non ancora così consueta possibilità per l’Italia, deriva da una collaborazione tra il  Comune di Bologna e il Cineca ; è questo, lo ricordiamo, l’"Interuniversity Consortium of the Northeastern Italy for Automatic Computing", il consorzio interuniversitario cioè, che raggruppa 13 università italiane compresa la nostra.
 Ma non basta ; dalla pagina elettronica di questo sito web curato dallo staff di Nettuno ( il servizio che consente l’accesso alla rete INTERNET ed ai servizi telematici del CINECA), diversi link rinviano ad altre pagine curate dalla Columbia University sullo stesso evento. E una misura della popolarità d’oltreoceano del relatore è data anche dal sito a lui dedicato
(http://www.italynet.com/columbia/ecolinks.htm).
Infine un cenno sulle specifiche tecniche richieste per l'ascolto: scheda audio a 16 bit ;client RealAudio, versione 3.0 ; preferibilmente un Pentium Modem: minimo 14.400,  consigliato 28.800.
Chi non fosse attrezzato per tempo, può comunque contare sulla trascrizione testuale delle conferenze (è già il  caso della prima, tenuta martedì 12 Novembre, stessa ora, su “From Internet to Gutenberg”). Anche direttamente al
http://www.italynet.com/columbia/internet.htm
Insomma, da leggere o da ascoltare è sempre Eco on-line...

                                    Ri.G.

venerdì 22 febbraio 2019

NAVIGARE CON INTERNET (P.GLISTER) di Rita Guidi


Gli errori sono compresi nel testo. 
E non può essere altrimenti, quando si parla (e si spiega, e si aggiorna...) di un argomento come Internet.
Lo sa e lo dichiara, del resto, lo stesso autore de “Il nuovo navigare con Internet” , che esce ora per la Apogeo Editrice : “Quando si sta sparando ad un bersaglio mobile - afferma infatti Paul Glister nella prefazione - la tecnica più comune consiste nel puntare appena prima del bersaglio, in modo che il colpo raggiunga il punto in cui il bersaglio sarà pochi istanti dopo. Internet è un bersaglio mobile. Eppure cercare di prevederne gli spostamenti è davvero difficile.”
E se lo dice lui potete crederci ; Glister è considerato il più autorevole esperto mondiale in materia. Ma soprattutto, aggiungiamo noi, il meno presuntuoso (‘qualità’, è evidente, quanto mai nemica anche del più elementare desiderio di conoscenza e di ricerca).
Perché ?  Ma perché a distanza di non più di due anni dalla pubblicazione del precedente “Navigare con Internet”, si è, come dire ?, autosuperato.    L’evoluzione della Rete è stata così densa e frenetica, che anche quelle pur basilari informazioni, gli sono sembrate troppo povere ed obsolete ; e allora eccovi le 622 pagine di questa ‘Bibbia di Internet  aggiornata ed ampliata’, come recita il sottotitolo.  Risposta, per il momento, davvero esaustiva per un organismo in costante crescita e in perenne gemmazione.
E allora innanzitutto le radici : la struttura del libro, proprio per garantirsi il più possibile una durevole validità, si preoccupa di far conoscere la storia ed il background tecnico della Rete, di illustrarne caratteristiche e possibilità di utilizzo, di suggerirne modalità d’accesso e comandi, anche.  Dalla posta elettronica, alla trasmissione di file, alla ricerca di specifiche informazioni, capitoli e paragrafi sono tra l’altro corredati da figure di schermate esplicative.
Ma poi la freccia di Glister punta comunque al bersaglio mobile : come un ragno attento esplora il World Wide Web (la più spettacolare applicazione della Rete), accenna ai più recenti progetti multimediali - dal mondo dell’editoria a quello delle scienze informatiche -, e tenta, anche, di gettare uno sguardo sul futuro.  E dunque alle ‘orecchie’ di Internet, alle trasmissioni cioè di voce e suoni, o alla realtà virtuale.
Il tono ? Quello di chi immagina per difetto quanto avverrà tra due anni ( o forse due mesi) nel cyberspazio.
La portata, la complessità, la ricchezza oggi a nostra disposizione - ricorda anche Vinton G.Cerf, Presidente di The Internet Society nella nota introduttiva - non erano previste. Guardando Internet  con gli occhi del 1973, l’unica reazione possibile è quella di meravigliarsi di questa evoluzione.”
 Per questo non è un caso che per gli utenti della Rete si usi il termine ‘navigare’.  Che è come dire che è qui la  frontiera della società contemporanea  : nuova e libera, per l’affrancamento da confini, distanze, geografie ; e pure caotica e vischiosa, certo, per i mondi troppo soli o troppo ‘altri’ ai quali invita.   Oceano, allora, oceano di una folle idea, come avrebbe forse detto John Keats. Il poeta è proprio ricordato da Glister per uno stralcio che l’autore ritiene illuminante (come solo la poesia sa essere) della sensazione che prova il più moderno come il più antico esploratore...
Poi mi sentii come chi scruti il cielo/ - scrive Keats - e veda apparire un pianeta nuovo ;/ o come il forte Cortez, che con occhio d’aquila/ osservò il Pacifico - e con i seguaci tutti / si guardarono con in mente una folle idea -/ in silenzio, su una cima di Darien.”

                                         Rita Guidi

giovedì 21 febbraio 2019

THE BEAT BOOK di Rita Guidi


C’è un’inquietudine che ha bisogno dei luoghi. Di spazi grandi abbastanza da far girare un’anima. Anche per questo America è mito. Anche per Kerouac.
(Solo) sulla strada è purezza e incubo. Diversità d’asfalto che ‘corre e corre’ all’orizzonte di un bisogno eterno e molto contemporaneo.
Estranea e antica è persino l’immobilità cui costringe una foto, fosse pure la propria...
Mi resi conto - scrive infatti lo stesso Kerouac, nel suo celeberrimo ‘On the road’ - che queste erano tutte istantanee che i nostri bambini avrebbero guardato un giorno con stupore, convinti che i loro genitori avessero vissuto una vita liscia, ben ordinata, delimitata nella cornice di quelle fotografie, e si fossero alzati al mattino per incamminarsi orgogliosi sui marciapiedi della vita, senza mai sognare la stracciata pazzia e la ribellione della nostra vita reale...”
Su quattro ruote è la soglia, scoperta uguale alla più lontana preistoria, per dare ascolto al pulsare beat che inizia in quegli anni ’50, e cui la sola fantasia più non basta. Occorre motore e orizzonte ; rumore di corpi e di vita.
Paradossali come un invito, forse, le sirene di Lowell :
industrializzatissima città del Massachussets che a Kerouac diede i natali. La povertà vinta con le spalle forti di grande giocatore di foot-ball, il bellissimo e giovane Jack si guadagna così gli studi al College. Dal numero 9 di Lupin Road alla Columbia University di New York, è già la direzione che vuole. Ma è comunque a Lowell che l’oggi ottantenne allenatore ne ricorda gli umori adolescenti.
Lo ricorda...L’occasione è ormai da quattro anni quella del Festival che la città tiene nel suo nome. Tremila persone che arrivano da un ovunque casuale ; presenze celebri e meno celebri, da Ginzberg in giù ; musica ; ciceroni che sballonzolano di qua e di là i turisti di Kerouac. I viaggiatori ci vanno da soli. Nei luoghi di Kerouac.
I luoghi : basterebbe la geografia a cancellare la dimensione del ricordo. Perché la strada è la strada. E come Kerouac correva e correva, l’inquietudine d’asfalto (che ha bisogno d’asfalto) è ancora e sempre anche la nostra.   Il sole non importa, è altrettanto ‘viaggio’ la notte, ma certo lo spazio è quello d’America di più. Perché diverso è il suo pane e, appunto, le sue strade (Hopper, non Fattori).
Non è un caso che nel bel volume che esce proprio ora per Il Saggiatore, “The beat book”, curato da Anne Waldman con premessa di Allen Ginzberg (la traduzione è di Luca Fontana), non manchi un capitolo finale che rintraccia e ricorda i più letterari luoghi beat : Città del Messico e Kyoto, certo, ma poi è Berkeley e Big Sur, Frisco e Denver, il Greenwich Village o comunque New York.
Ricorda...Perché qualcuno parla di revival. E non c’è dubbio che il mondo editoriale e non, sembra davvero abbia gran voglia di (ri ?) percorrere queste strade mobili.
Questa antologia, appunto ; un’attenta raccolta di testi che dai nomi storici di quell’allora avanguardia letteraria, scendono a quelli di oggi (di oggi...) : e dunque Corso, Kerouac, Cassadi, Ginzberg, Borroughs, Ferlinghetti, McClure, Snydel...
Una carrellata che come una macchina da presa attraversa le stesse tensioni ; a proposito : alla Mostra del Cinema di Venezia di quest’anno una specifica sezione era dedicata  (sia che fossero soggetti, sceneggiature o attori) al denominatore comune dell’universo beat.  E sono due, poi, le Mostre ancora in corso : non solo cinema ma anche scritti, quadri, sculture...a San Francisco, nel MH de Young Memorial Museum, fino al 29 dicembre ; e a Boston (dopo Firenze e Lowell), solo su Kerouac, questa, organizzata dal giornalista italiano Silvestro Serra e dal fotoreporter Massimo Pacifico.
Italianissima, ancora, la raccolta speciale di sei millelire (Stampa Alternativa) su “Beat & Mondo Beat”, che ci riporta alle ‘novità’ su carta, e che unisce ad una prospettiva peninsulare del fenomeno, uno sguardo un poco dissacrante sui protagonisti d’oltreoceano.

“Il libro dei blues” è invece un’altra nuova proposta (nelle edizioni Leonardo della Mondadori) che delle suggestioni della strada raccoglie esclusivamente la poesia della musica : sono i ‘chorus’ , i componimenti che Kerouac scrisse soprattutto su (e a) San Francisco. Con un andamento limitato dalla misura delle pagine del taccuino su cui li ha scritti, come afferma lui stesso (e poteva essere altrimenti ?), e con una forma, aggiunge, “determinata dal tempo oltre che dallo spontaneo fraseggiare & armonizzarsi del musicista col battere del tempo che si accavalla & accavalla in chorus misurati.”
Il tempo : è questa la dimensione che improvvisamente affianca (solo affianca) quella dello spazio, nei saggi sul buddhismo, sempre dell’Autore. Anche questi pubblicati ora negli Oscar Mondadori con il titolo “Il sogno vuoto dell’Universo”. 

Lo sguardo su ‘quell’altro viaggio’, la stessa voglia di andare finchè non si arriva, verso un ‘dove’ che ha lo stesso fascino ed incertezza, qui c’è però una ‘sosta’. Come un respiro trascendente, per sgranchirsi le gambe scendendo dall’auto.
E dopo tanta strada, Kerouac conclude così queste pagine : “Per me - dice - quella è la parola e la strada che cercavo - e ancora - Forse la saggezza è a Oriente, la compassione a Occidente.”
Facile che ci sia sempre qualcuno che abbia voglia di farsene (o non farsene) un’idea. Per le proprie personalissime strade.
Kerouac ? Macchè revival...

                                    Rita Guidi

mercoledì 20 febbraio 2019

LA BEAT GENERATION DE 'NOANTRI - INTERVISTA A MELCHIORRE GERBINO di Rita Guidi

4 aprile '67 - contestazione per i diritti civili - Melchiorre Gerbino

E’ vero, non vestivano alla marinara. 
Ma è anche vero che la ‘trasgressione’ non era difficile laddove l’appartenenza si misurava in centimetri : di capelli.
Il versante italiano della beat-generation, nella seconda metà degli anni ’60, è stata davvero anche una questione di cellule. Di...peli, barbe, capelli e capelloni. Di dissidenti della brillantina. Di affamatori di coiffeur.
E il coma irreversibile delle sfumature a spazzola è iniziato anche con lui ( per lui), Melchiorre ‘Paolo’ Gerbino, oggi cinquantasettenne viaggiatore impenitente, nonché nonno e celebrità televisiva (vedi Maurizio Costanzo Show).
Mezza sillaba di presentazioni telefoniche e la prima domanda è la sua : “Scusi, ma quanto dista Milano da Parma ? - quasi sorpreso - Spostiamo l’appuntamento e mi dia tempo di arrivare..”
In genere, di occasioni per andare, aggiunge, gli basta anche meno.  Da sempre.  Da allora.        
 In tasca nessun ‘On the road’ di Kerouac, eppure viaggiava sulle stesse macchine scassate oltre le stesse barriere di questa parte dell’Oceano...
Chissà ! - spiega - Forse è una cosa genetica : mio zio ha fatto il giro del mondo ; mio nonno, farmacista, si era voluto trasferire in Tunisia...nel secolo scorso non era così consueto... Senza contare che, ero nato da poco, e mia madre mi portava con sé in calesse, per andare a trovare mio padre.”
Da Calatafimi, dove è nato il 30 agosto 1939 e di cui conserva appena l’accento, a Porto Empedocle : il padre, giovane ufficiale della contraerea era già lì, al fronte, e la moglie, fresca sposa, voleva stargli vicino.
I miei primi ricordi sono proprio quelli. Il rumore degli attacchi aerei...Il viaggio, come necessità per sopravvivere.”
Nessuna differenza con l’oggi : ‘neonato’ dei luoghi, Gerbino non cessa di trovare ovunque motivo d’interesse, di scoperta, di libera appartenenza. E quell’ovunque, allora, era la Svezia...
Un biglietto per Stoccolma : è stato quello il regalo che mi sono fatto appena maggiorenne. E da là due cartoline di dimissioni : dall’ufficio e...da casa. Mio padre, avvocato, altrimenti non me lo avrebbe mai permesso.”
Ma perché la Svezia ?
Perché era il punto più lontano raggiungibile - sorride Gerbino - E poi perché per me Stoccolma era davvero il centro del mondo : per l’economia fiorente,  la politica aperta, il clima di tolleranza e libertà...”
Era così per lei, per come se la immaginava, o era così davvero ? Insomma, la realtà, dopo la fantasia che sempre precede il viaggio, era proprio quella che si aspettava di trovare ?
Sì. Era così davvero. E poi guardi che la realtà è sempre molto meglio dell’immaginazione. Ho sempre trovato, nei luoghi, molto più di quanto mi aspettavo. Il mondo è troppo complesso per tentare di fantasticarlo. E la Svezia lo stesso ;- ricorda Gerbino - non è un caso che proprio lì abbia trovato la ‘crema’ dei primi viaggiatori, i primi ‘romantici’, i Kerouac di allora...Per loro come per me Stoccolma divenne presto la base di lunghi viaggi in giro per l’Europa. In quattro o in cinque compravamo una macchinaccia da due soldi e partivamo : Francia, Germania, Jugoslavia, Bulgaria, Turchia...”
L’Italia no ?
Certo anche l’Italia. Ricordo di essere anche passato a trovare i miei...ma dove mi sentivo a casa era Stoccolma. Con chi viveva e la pensava come me. Una sorta di avanguardia generazionale molto vitale e aperta. Molta amicizia, molto amore, anche in senso fisico, - continua Gerbino -  ma per noi era insieme romanticismo e conoscenza. Libertà autentica, nulla a che vedere con la pornografia di oggi...”
Un piccolo esempio è nel suo soprannome : quel ‘Paolo’ con cui preferì chiamarlo, nell’intimità, la sua prima ragazza svedese. Soprannome che poi scelse ai tempi di Milano. Già, Milano...
Ci arrivai nel ’66, con mia moglie Gunilla Unger : l’avevo conosciuta due anni prima, lei aveva 18 anni e io 23, e non ci eravamo più lasciati. Il 2 gennaio del ’65, però, nacque il nostro primo figlio ; e per riconoscerlo, - spiega Gerbino - ma anche per poter dividere la stessa stanza d’albergo una volta arrivati in Italia (allora era così) ci sposammo in Comune, a Stoccolma.”
Nel Millelire di Stampa Alternativa dal titolo ‘Le immagini del Mondo Beat’ (la raccolta complessiva sulla Beat Generation italiana e americana ne comprende sei), tra barbe e capelli, ci sono infatti anche loro, ‘Paolo’ e Gunilla. Ma pargoli davvero no...
Il bimbo rimase con i miei, che se ne innamorarono subito. Noi, dopo quattro mesi di Sicilia eravamo ansiosi di ripartire. La meta era Parigi, ma il treno cambiava a Milano...”
Gli era piaciuta subito la stazione. E un attimo dopo la città. Decidono di fermarsi un giorno che diventerà però ben più lungo di cinque...
Eravamo a Milano da ormai otto mesi, quando vedo sul giornale una foto del ‘barbuto’ Vittorio di Russo : arrestato per aver strappato in pubblico il passaporto gridando l’invito ad essere cittadini del mondo. L’avevo conosciuto in Svezia, lo cercai subito, lo invitai a casa e da lì cominciammo a far risalire l’adrenalina di Stoccolma...”
L’adrenalina di Stoccolma... Milano è pronta : ostile, ma pronta. Sempre più spesso quotidiani e questurini devono fare i conti con un proliferare inestinguibile di chiome e di idee. Ugualmente ribelli, al pettine come alla patria potestà...
Il termine ‘contestazione’ - ricorda Gerbino - riprende proprio dalla frase che più spesso compariva nei fogli di via destinati ai capelloni : il ‘si contesta’ delle forze dell’ordine che paradossalmente era diventato il nostro slogan...”
In testa il ‘triumvirato’ Gerbino (ideologo) - Di Russo (capopopolo) - e Umberto Triboni (‘tesoriere’), anche Milano, anche l’Italia (appena dopo i Provos olandesi, e in contemporanea con Berkeley) diventa beat. Le fughe da casa dei ragazzi sono insieme scandalo e consuetudine ; la meta è spesso ‘Barbonia City’, come viene dai ‘media’ definito l’enorme campeggio milanese ; come altrettanto spesso la meta è ‘Mondo Beat’, la rivista che per sette volte esce ciclostilando quegli ideali di libertà, ecologia, diritti (sì : anche di farsi crescere i capelli) che oggi ci sembrano così assodati e consueti.
Kerouac non lo conoscevano, ma Ginzberg era stato tra loro, in quella sede impropria (i campeggi, la piazza..) della rivista. Punto d’arrivo libero di tutti quei giovani che da lì ricevevano l’unica condizione di un’appartenenza : il viaggio. Unico modo per affrancarsi dalle croste di ogni provincialismo, dai paraocchi mentali all’esistenza. Il viaggio, però, non l’avventura...
Non chiamiamoli viaggiatori se è quella che cercano. - sottolinea Gerbino - L’avventura è la stessa esistenza. E spesso, viene da dire, purtroppo...”
Oggi come allora gli serve solo uno zaino o quanto basta a contenere il suo fucile da pesca subacquea ; in giro per il mondo una t-shirt spesso costa meno comprarla che lavarla, e sarà più soddisfatto se avrà visto di nuovo, da vicino, la zona della faglia oceanica. Il futuro ? Non è assurdo pensare che, tempo una decina d’anni, si possa dare un’occhiatina alla terra standosene inscafandrati sulla luna. Si vedrà...L’immediato domani è già un libro (“...” Ed Laser) e la ripubblicazione dei 7 numeri 7 di Mondo Beat. 
Il pettine non gli serve più e ovviamante conosce Kerouac.
...Kerouac ? Macchè revival.

                                    Rita Guidi

martedì 19 febbraio 2019

LA GAZZETTA SPORTIVA DI PARMA - INTERVISTA A ALFREDO MIGLIAZZA di Rita Guidi



E’ di carta sottile, grande, verdazzurra : 
ma questo è un colore che non c’è nel suo ricordo...
In casa non è rimasto nulla. - spiega Alfredo Migliazza - Ho fatto anche altre ricerche, tra amici, in biblioteca... Ma niente : del giornale purtroppo nessuna traccia. E allora ho scritto...”
Ha scritto qui, alla ‘Gazzetta’, per soddisfare un antico tarlo, per segnalare un’esistenza : del padre, attraverso quella del ‘giornale’.
Il ‘giornale’, e cioè quella “Gazzetta sportiva di Parma” voluta, insieme ad altre testate, da  Achille Sacchetti, la cui vita intensa e avventurosa è ferma come un eroe nelle sue immagini d’infanzia. Lontana, come quel cognome che non ha potuto rendere proprio.   Alfredo, settantasei anni il 14 maggio scorso, è infatti ultimo figlio di Achille Sacchetti e di Anna Lisa Migliazza, ma di secondo letto ; e di un’unione dunque (altri tempi) ‘difficile’ da regolarizzare.
Non è questa, comunque (non abbastanza) la sua preoccupazione. Piuttosto quella, l’abbiamo detto, di (far) ricordare : il giornale ( i giornali), e ‘dentro’ il padre.
Sottile, grande, verdazzurra, la “Gazzetta sportiva di Parma” usciva di giovedì, più o meno puntuale ogni settimana, a partire dal 21 maggio 1914.
Due lire per non più di quattro o otto pagine, i lettori di questo ‘settimanale di tutti gli sports’, trovavano qui esattamente il corrispettivo della ‘rosa’ lettura quotidiana di oggi. Scherma, ciclismo, corse, e anche la storia. E non per la Parma-Poggio che campeggia su tre colonne in copertina nel quarto numero (un sabato : probabilmente un’uscita speciale), perché allora ‘questa’ era l’attualità ; ma per il taglio, ad esempio, dell’editoriale sull’educazione fisica, ripercorsa ‘dalla rinascenza ai giorni nostri’. Il motivo è nella firma : quella del Professor Ernesto Bertarelli, allora docente nella nostra Università, nonché Direttore del foglio. Presenza probabilmente più consueta la sua, in Via del Parmigianino n. 11 dove aveva sede il giornale, di quella dello stesso Sacchetti, preso anche dalle altre testate sparse per il Nord di cui pure era editore (‘Lo sport veneto’, ‘Il veneto sportivo’, ‘La gazzetta sportiva di Pescara’) e che abitava invece a Fidenza.
Io sono nato là - precisa Alfredo Migliazzi - ma ne ho solo un vago ricordo, perché ancora piccolo sono entrato in collegio ; sa, eravamo in tanti e i tempi erano difficili...”
Otto anni, fino al compimento del quattordicesimo, che Migliazzi, ultimo di sei fratelli, ricorda senza commenti e con un breve entusiasmo...
Dietro al letto dove ho dormito per quattro anni, in quel Collegio della Divina Provvidenza a Nettuno, c’era una piccola incisione. Ho scoperto più tardi che qualcuno aveva voluto ricordare che lì era morta Maria Goretti. Oggi è un sacrario.”
E’ un passato affollato quello che affiora rapido dalle parole di Migliazzi (la guerra in Africa, la prigionia in America...), storia di vita che rende dolorosamente preziosa la superficie sgualcita di queste pagine che parlano (non più solo ) di sport. Ma è a questo ‘conto in sospeso’ che puntualmente ritorna...
Quello che appassionava di più mio padre era il ciclismo ; fu lui a organizzare il primo campionato su pista in terra battuta (vinto da Rossignoli) e a sponsorizzare una squadra col nome del suo giornale. Credo che abbia anche scritto qualche articolo in proposito. Ma la stampa preferiva viverla dietro le quinte.”
Tipografo : Achille Sacchetti inizia così, con un apprendistato al “Corriere di Napoli” la sua avventura editoriale. Nativo di Penne (Pescara), in vista del rientro a casa, decide di organizzare una generosa festa di addio con i colleghi di cinque anni di lavoro. Troppo generosa, non gli restano nemmeno i soldi del viaggio.  Se fu autostop non fu però una bella scelta ; appena sceso, a Pescara, trovò ad accoglierlo la questura : furono loro a dirgli che aveva viaggiato su un camion di anarchici che andavano là per un congresso. Schedato, riesce però ad ottenere, per la dimostrata estraneità, la tessera di libera circolazione anche dopo le 23.00. Essenziale per il suo  impiego al giornale. Si sposa per...una settimana ( un matrimonio combinato, come spiega il figlio), e si trasferisce a Roma, tipografo alla Camera dei Deputati, e poi a Milano, dove lavora alla Linotype. Qui conosce la sua futura compagna Anna Lisa Migliazza e qui inizia a guardare allo sport come occasione di informazione e di stampa.
Ritagli, oggi, non del tutto perduti...
Di materiale per la stampa in casa ce n’era tanto - sorride Migliazzi - Noi ragazzi ridevamo soprattutto delle foto. Una enorme raffigurava la prima unione natatoria di Bologna. Quegli atleti robusti con i costumi a righine, di maglina quasi trasparente erano davvero ridicoli...Ma mia madre, che fino alla guerra era riuscita a conservare qualcosa, se se ne accorgeva si arrabbiava parecchio.”
Del marito non le restava altro. Achille Sacchetti scomparve presto, nel 1931, a 55 anni.
Non ricordo, nei suoi ultimi anni, un abbraccio a noi figli. - riprende Migliazzi -  Era quasi sempre cupo, preoccupato.”
Era di nuovo ‘schedato’. Ed è un altro ‘perché’ che resta senza risposta nei ricordi di Alfredo. Come nella vita del padre.
 Indirizzata a Mussolini, c’è infatti una lettera autografa del Sacchetti a chiedere il perché di un tale ‘accanimento persecutorio’ nei suoi confronti. A chiedere perché a lui, con una professione legata ai diversi ritmi di un giornale, fosse impedita la libera circolazione dopo le 22.
Era il 1924. Senza soluzione e senza risposta quel perché è l’inizio della fine. Della “Gazzetta sportiva di Parma”, anche.
Nemmeno i figli, romani d’adozione, sono tornati più da queste parti. Nemmeno Alfredo.
No. Non sono mai tornato a Parma o a Fidenza. Ma questa era una cosa che dovevo dire. Qualcosa lo dovevo fare...E poi - Migliazzi riprende - anche soltanto sentire la vostra parlata, la vostra cadenza, dopo tanti anni mi ha fatto tornare a quando ero giovane. Un bel ricordo.”
Azzurro-verde. Lui non lo sa, ma il colore del ricordo è quello.

                                    Rita Guidi

lunedì 18 febbraio 2019

QUANDO IL NOBEL E' POP - INTERVISTA A ROBERTO VECCHIONI di Rita Guidi


La canzone bussa alle porte del paradiso. 
C’era anche il nome di Bob Dylan tra i candidati al Nobel per la letteratura di quest’anno.
O meglio di Robert Zimmermann : quel soprannome d’arte che voleva essere il suo personale omaggio alla passione adolescente per Thomas, il grande autore inglese di primo Novecento.
Scelta obbligata allora (per chi ama ascoltare i fili rossi del destino) ; perché adesso tocca a lui l’essere chiamato poeta. Con un rintocco che è già eco per qualcuno, o all’opposto campanello (inammissibile) d’allarme per altri.
Io sono assolutamente d’accordo - afferma Roberto Vecchioni - Dylan è un caposaldo della cultura musicale e letteraria degli ultimi trent’anni.”
Sarà...Però sembra che ce ne stiamo accorgendo soltanto adesso. Come se, per un estremo paradosso, fosse stata la musica a togliere (anziché aggiungere...) valore di poesia alle canzoni. Ad impedire e sottrarre loro una dignità letteraria...
E’ il paradosso della critica, come dire ?, affettata, però ! Io certamente non lo avverto né lo condivido. Ed è un paradosso - continua Vecchioni - che rimanda ad un’altra questione : l’unicità e la diversità della canzone. Voglio dire che la poesia ha una propria grammatica, precisa di secoli ; e la musica lo stesso. La canzone ha preso dall’una e dall’altra ed ha creato qualcosa di nuovo che non è né l’una né l’altra. La canzone è canzone. Forma d’arte nuova (poesia ma più popolare, se vuole), da valutare come tale, nella sua forma complessiva, totale, finale.”
Parole e musica come gesto inscindibile : ma non quando si compone, immagino...
E invece sì. Arriva davvero tutto insieme. Non saprei distinguere tra le parole e le note un prima e un dopo. Almeno è così per me. Ma credo succeda ad ogni cantautore.”
Cantautore, allora, non poeta...
No. Non mi piacerebbe essere chiamato poeta - una pausa - Oltretutto quello più attuale mi sembra un circolo così chiuso...Sono altri i nomi che comunque arrivano al profondo. Nel ‘900 penso a Kavafis, Pessoa (che per me è il più grande), ma anche Rebora, Luzi...”
A proposito di nomi : un’operazione molto recente ha visto la poesia di Sanguineti trasformata in versione rap...
Un momento : Sanguineti non è un poeta. Costruisce possibilità di parole emozionali, ma non è un poeta. Lui, Zanzotto..., sono ‘poeti (tra virgolette) di testa’.”
E le sue canzoni come le giudica ?  Su che basi, in quanto sistema complesso, le valuta ? E quali preferisce ?
Una delle cose cui tengo di più è la non banalità. L’originalità è importantissima,  soprattutto della forma, perché i contenuti sono più o meno sempre gli stessi. E poi la semplicità. A distanza di tempo sono le più semplici quelle che preferisco : ‘L’ultimo spettacolo’, ‘Luci a S.Siro’...”
E sono (o saranno) anche questi ‘titoli’ e pagine di studio per i suoi studenti (Vecchioni oltre che cantautore è docente di italiano in un liceo classico milanese n.d.r.) ?
Chissà ? Sì. Me lo auguro. Mi auguro, anzi, che prima o poi possa esistere anche una Facoltà di questo genere...”
Una ‘Facoltà della Canzone’... ?
“Sì. Ma non solo libri : studiare e parlare, leggere. Sì. Ma far sentire sempre anche la musica.”
Certezza categorica ma condivisibile solo in parte dal Professor Paolo Briganti, docente di Letteratura Italiana Moderna e Contemporanea nella nostra Università, nonché autore (con William Spaggiari) di un’antologia - ‘Poeti & C.’, per la Zanichelli Ed. - dove quell’ “&C.” comprende, accanto ai canonici Petrarca e Leopardi ( ebbene sì) anche Dylan o i Beatles, Dalla e pure lui, Vecchioni...
Vecchioni è un ottimo cantautore, - ribatte infatti subito Briganti -  ma nel prendere certe posizioni mi fa pensare ad un professore di scuola ancora legato esclusivamente a distinzioni crociane. D’accordo : la canzone è un genere a sé. Però, come ci hanno insegnato  semiologi e strutturalisti (dopo Croce...), possiamo conoscere anche distinguendo. Che non significa dimenticare l’unità.”
Di conseguenza ?
“Di conseguenza, anche nella loro nudità i testi devono mantenere un valore.”
E’ questo allora il criterio per distinguere quelle che non-sono-solo-canzonette ?
E’ anche questo : quando una canzone non comunica qualcosa solo attraverso la musica ma anche con le parole. E quando queste parole ‘tengono’ anche da sole.”
E’ un sospetto che abbiamo avuto da sempre : ascoltare Battisti, Conte, Capossela, come Van Morrison o Dylan appunto, non ci è mai sembrato un gesto passivo e gratuito, una fruizione indifferente. Più spesso invece era scegliere un cd come un libro, aver voglia di riassaporare un pezzo come di rileggere una poesia. Ma nelle antologie da quando ? Per la cosiddetta critica ufficiale da quando ?
Veramente per qualcuno un inizio non c’è ancora stato ! - sorride Briganti - Nel senso che lo sguardo di sufficienza negli ambienti più bacchettoni non manca. Dieci, dodici anni fa, poi, quando cominciammo a pensare a questa antologia, l’idea era considerata a dir poco strana. Oggi al contrario è quasi una moda. Ed il primo segnale forte in questo senso direi che è arrivato col premio Montale a Paolo Conte di tre o quattro anni fa. Per la prima volta esisteva una sezione per la canzone d’autore.”
E torniamo sulla specificità del genere...
Ma guardi che su questo con Vecchioni concordo...”
Insomma la canzone diventa ‘poesia popolare contemporanea’ : possiamo definirla così ?
“Sì. Un nuovo genere letterario ; ma in continuità con gli altri. Quale ‘grimaldello’ migliore per avvicinare i ragazzi anche a quell’altra, più classica idea di poesia, infatti ?”
Anche su questo concorda con Vecchioni : magari per una nuova Facoltà ...
Magari...Chissà ? Potrebbe davvero esistere un corso sulla ‘poesia pop’. Ecco, chiamiamola così. Si immagina le facce, - sorride Briganti - se qualcuno oggi (anche se per il teatro o per il cinema è accaduto più o meno lo stesso) dicesse che all’Università insegna storia della canzone ?...”
La canzone  bussa alle porte del paradiso : knock, knock, knockin’ on heaven’s door... Dylan ripete ossessivo questo ritornello : forse troppo per una pagina di carta, abbastanza mai per la suggestione in musica. Per la poesia pop.

                                    Rita Guidi

domenica 17 febbraio 2019

UN CUORE COSi' BIANCO (J.MARIAS) di Rita Guidi


Quale maggior riposo del silenzio ? 
Non è forse un favore fatto al mondo il tacere i segreti ? Zittire i ricordi, ignorare un passato sepolto (ad esempio) con una giovane sposa che si cerca il cuore con la morte ?
Tutto, così, resterebbe sempre bianco. Ognuno avrebbe “Un cuore così bianco” : ed è proprio questo il titolo del raro (superbo) romanzo di Javier Marìas, che esce oggi per la Donzelli Editore (la bella traduzione è di Bianca Lazzaro ; 287 pagg. ; L.28.000).  Perché càpita di leggere una bella storia, ma dietro l’intreccio nulla ; o di seguire fascinati l’inchiostro, ma dietro la suggestione nulla.
Marìas avvince col racconto e trascina con la penna ; penetra a scorticare l’anima e affonda nella vita ben oltre l’ultima pagina.
Il suo segreto è la parola : unica contraddizione (licenza) possibile, perché dell’autore. Altrimenti è dannazione. Perché come sospiro eterno d’Ulisse, la parola (la conoscenza) è un inferno.  E riposo il silenzio.
Il protagonista è un uomo che vive e muore di parole, con esse in perenne lotta.  Traduttore e interprete, vive di viaggi, prestigio, danaro con le sue quattro lingue. Ma spesso soffre la tensione di udire : meglio, di udire male. Il sussurro è mortale per chi deve trascrivere immediato con la voce il pensiero di un altro. Soprattutto se Capi di Stato, rappresentanti di governo.
Così Juan ha conosciuto Luisa, che fa il suo stesso lavoro prima di diventarne la giovane moglie.  Dal rumore dei loro quattro passi uniti è però il suo primo malessere : prima era il silenzio dell’attesa (di vederla, di ascoltarla...) ; prima era il pensiero zitto nella mente di un futuro astratto.
E adesso ?  E’ questa la domanda che non riesce a far tacere nel cervello, fin dalla cerimonia di nozze. Gli rimbomba come un presagio di fine ; autentico disagio ; obbligo nuovo (artificiale) di un plurale di verbi e conoscenze.   E pensare che il suo “non ho voluto sapere, ma ho saputo...” è la prima frase della prima riga di pagina sette al capitolo uno, che apre come una chiave la porta del libro.  
Ricorrente come molte altre, però : in un cocktail perfetto, Marìas, le disperde e le raccoglie abilissimo. Accanto infatti ai segreti e alle parole ‘da non sapere’, mute, ci sono i gesti più piccoli, le mani sulle spalle, le nenie cantate, i particolari che trafiggono, eterni, eterne storie di vita, di amori.     Perché, ad esempio, i sussurri possono essere mortali.  Ben più che per la fatica tesa di un traduttore...   La lingua all’orecchio è anche il bacio che convince di più - fa dire, spesso, al protagonista Juan, Marìas - La lingua che esplora e disarma, quella che sussurra e bacia, quella che quasi costringe.”
C’è stato un sussurro tra Lady Macbeth e il marito, in una celebre pagina di Shakespeare ; un altro nella stanza accanto, due amanti oltre il muro d’albergo del viaggio di nozze di Juan ; altri ce ne saranno, sempre. Ma soprattutto uno grida oggi al suo presente da un lontano passato : un sussurro d’amore e (quindi ?) di morte tra suo padre e quella che ne divenne la seconda moglie. La zia conosciuta solo dalle foto della sua infanzia. Quella che un giorno si cercò il cuore con la morte, appena al ritorno dal viaggio di nozze.
Attorno a quei sussurri e a quel sangue si raggruma la storia, il malessere, il presagio di Juan. I suoi sospetti e paure, il terrore rosso di conoscere.
Ascoltare è la cosa più pericolosa, - scrive Marìas, e ripete Juan -  è sapere, è apprendere ed essere al corrente, le orecchie non hanno palpebre che possano chiudersi istintivamente davanti a ciò che viene pronunciato.”
Il cuore è improvvisamente colpevole di udire, il riposo negato, il silenzio non più bianco.   
Dove i volti e le storie si confondono, dove i confini del libro sono più astratti e universali benchè calati tra i personaggi del romanzo, c’è allora un’improvviso caos assordante, un orizzonte urlante in cui tutto è inganno : inaffidabili le parole degli interpreti (anche di Juan), che inventano frasi altre ; inaffidabile l’arte ( e il padre di Juan, che ne è un esperto) che copia falsa se stessa ; inaffidabile l’affetto, nutrito di bugie, sospetti. Sussurri. Canti.
O forse no : c’è una nenia, infatti, una cantilena propria di ogni bocca femminile. Una voce che quieta nella musica la durezza delle parole (della vita, dell’amore, della morte) ; con le note, anziché col silenzio, ne addolcisce l’inganno. Anche ad essa, in una nuova (ritrovata e finalmente silenziosa) pace, si può allora forse decidere di affidare il proprio abbandono di obbligati ad amare.
Del resto : “Per Julia, malgrado Julia” è la dedica dell’autore che ispira il volume. E adesso, come certo al protagonista, ci sembra logico.

                                         Rita Guidi