venerdì 1 febbraio 2019

IL CANTO DELLE NUVOLE (M.IOTTI) di Rita Guidi


Azzurro come un cielo denso di nubi. 
Perchè si può imparare anche questo: che “le nuvole non sporcano il cielo, come i pensieri non sporcano la nostra vera natura; basta non attaccarsi ad essi”.
Nessun dubbio sull’enigma orientale di tale saggezza. Saggezza antica, difficilissima e semplice come lo ‘zen’. Sfida aperta alla mente, ne vuol vincere i pensieri: non rasserenarli, no, ma proprio annullarli e sopirli. Morirli. Perchè è solo così che si respira la vita. E le nubi dense del nostro cielo non ne nasconderanno più l’azzurro. Una ricetta certa come un destino... perchè “non c’è via per la felicità; la felicità è la via.”
E’ proprio con questa citazione del Buddha che si apre il primo capitolo del breve quanto intenso e interessante volume di Matteo Iotti “Il canto delle nuvole: lo zen e l’arte della psicosintesi” (fresco di stampa per i tipi della Edizioni Amrita ).
Parmigiano quanto il suo cognome, Iotti chiarisce subito di viaggiare tangente a questioni religiose:
Il libro nasce dall’integrazione di due importanti esperienze personali - racconta - e ancor più (così voleva l’editore) per spiegare le esperienze meditative orientali attraverso conoscenze occidentali: nel mio caso la psicosintesi.”
Venticinque anni, laureando in Psicologia a Padova dove frequenta anche l’Istituto di Psicosintesi, Iotti pratica ‘zen’ ormai da sei anni...
Nessuna spinta religiosa - precisa di nuovo - Anche per questo ho scelto di praticare soprattutto il Soto, una linea che tende a modificare più lentamente ma più stabilmente l’io rispetto al più ‘immediato’ Rinzai; e mi sono affidato ad un monaco laico che ha sempre guardato con favore alla psicologia occidentale.”
La convinzione, direi quasi la soddisfatta sicurezza delle sue scelte, è tutta nel tono di voce, alto e vivace. Nulla a che fare con qualsivoglia stereotipo del meditativo...
Eppure tutto questo nasce da un profonda, quotidiana sofferenza interna. - ricorda Iotti -  Da un’insoddisfazione radicale che percepivo nella mia vita.”
Un disagio personale o legato agli schemi sociali esterni?
Tutt’e due. Non c’è dubbio che siamo educati all’infelicità, perchè il nostro modo di vivere ci porta ad inseguire felicità ingannevoli e illusorie.”
Il nostro universo di Sisifo: quale fatica inutile nel voler essere felici volendo tutto. Volendo. Tutto fuorchè, ad esempio, il logico, costruttivo, naturale invecchiare. Nube di vita in un cielo comunque azzurro...
Nelle figure che corredano il mio libro, non ho pensato nemmeno per un attimo di ritrarre nelle posizioni zen soltanto ragazzi e ragazze. La vita è vita a tutte le eta’ ed ogni stadio ha la sua bellezza.  Quanta angoscia intorno a noi, oggi, proprio per questa corsa impossibile per cui tutto deve essere sempre bello, nuovo, giovane. Manca totalmente il concetto di crescita.”
...O manca totalmente il concetto di (autentica) felicità? Per questo dubbio e per il desiderio di offrire la stessa soddisfacente risposta che Iotti ha ricevuto, è nato ora il  Centro Ke-Se, nella nostra città, che lui stesso dirige...
Ho trovato subito  logico e giusto poter mettere a disposizione degli altri la mia esperienza. - spiega Iotti - Un cammino che lascia intatto il contesto della persona (le sue abitudini di vita, la sua religione ecc.) ma che deve essere, per poter dare dei risultati, autenticamente motivato. Occorre, davvero, ‘prima’, fare il punto in se stessi e sentire il bisogno di cambiare il modo di relazionarsi alle persone che ci circondano; quel modo che è spesso prima fonte del nostro disagio.”
Ed è proprio a questo livello, delle relazioni con gli altri, che l’interpretazione ‘zen’ di Iotti si coniuga alla psicosintesi, e trasforma lo scavo meditativo interiore orientale, in un diverso approccio con la realtà esterna.
La forza dello ‘zen’ è allora proprio saperlo applicare alla vita quotidiana - afferma Iotti - anche davanti ad un semaforo rosso.”
Un uomo zen ha sempre lo spirito zen” rincalza il volume, che con chiarezza decisa illustra processi mentali e tecniche di meditazione, consiglia respirazione e posizioni, e insegna persino a realizzare da soli il proprio ‘zafu’, il rotondo cuscino, cioè, che sarà necessario ed unico strumento per le proprie sedute. Raccolti a loto lì sopra inseguiremo l’assoluta libertà dai pensieri. Con dolore: “Sedendovi per la prima volta sul cuscino, - si legge - la maggior parte di voi farà una scoperta interessante: lo zen è dolore.”
La vita è dolore,” - ricorda ancora Buddha nella prima delle sue Quattro Verità, citate dall’autore all’inizio del libro.
La seconda dice che il dolore è causato dal voler godere di piaceri effimeri, i quali non hanno sostanza e sono illusori. La terza che per far cessare questo dolore bisogna estinguere la sete dell’uomo, quella che lo spinge a voler cercare una felicità fatta di chimere, e la quarta indica il cammino vero la liberazione dal dolore.”
Quindici minuti, venti, di meditazione. Uno zafu come la coperta di Linus o un cielo azzurro di nubi. Azzurro di nubi: adesso lo sarà.

                                    Rita Guidi

giovedì 31 gennaio 2019

IL CONVERSAZIONALISMO - INTERVISTA A GIAMPAOLO LAI di Rita Guidi


Le parole cambiano con noi. 
Nulla di volontario: non si tratta di imparare il ‘dire’ oltre l’infantile birignao. Piuttosto, consapevoli o no, noi trasmettiamo, parlando,  ben oltre l’informazione-comunicazione-chiacchiera a chi ci ascolta.   Raccontiamo, nel raccontare, il nostro essere. Il nostro essere in quel preciso presente che raccoglie però la nostra intera storia. 
Su questa idea, su questa nostra possibilità e necessità di rivelarci implicito, anche quando...ci lamentiamo del tempo, si basa uno dei più recenti orientamenti della psicanalisi.
E’ il cosiddetto ‘conversazionalismo’, o meglio l’ Accademia delle tecniche conversazionaliste, nata da un’intuizione di Giampaolo Lai, che ne è appunto iniziatore e capostipite...
Una decina d’anni fa ho iniziato a prendere le distanze dalla psicanalisi classica. -  spiega Lai, che dopo una tradizionale formazione medica, si è specializzato in Psicanalisi in Svizzera per poi esercitare la professione, a Milano, seguendo appunto i canoni classici - Mi sono chiesto perchè il linguaggio, nei dialoghi tra paziente ed analista, dovesse essere interpretato solo in senso semantico, badando solo, cioè, al suo significato e contenuto. Mi sono chiesto se invece, indipendentemente da ciò che esprimeva e da chi lo pronunciasse, non rivelasse ‘altro’...”
Una conversazione ‘altra’, dunque...
Sì. Il conversazionalismo è nato proprio così. Per questo abbiamo pensato  di registrare questi dialoghi, trascriverli e poi analizzarli. Abbiamo voluto insomma emancipare le parole: considerarle non più strumenti ma situazioni autonome.”
Ma in che modo la parola può essere letta come ‘situazione autonoma’, verrebbe da dire ‘sopra le  righe’ rispetto al racconto del paziente?
Analizzandola proprio dal punto di vista grammaticale e sintattico;- precisa Lai senza un’ombra di ovvietà nel tono di voce - osservando i soggetti, ma anche i tempi e i modi in cui si declinano i verbi che appaiono nel testo. Una volta ottenuta questa sorta di inventario, finalmente ci saremo occupati più del soggetto psicologico che non delle azioni dell’individuo parlante.”
Prima il ‘come’ del ‘che cosa’, come in una nuova coincidenza tra forma e sostanza. Verrebbe voglia di ‘deviare’ sugli usi più consueti della parola. Su quella dei poeti o dei letterati. Sul loro trasmetterci se stessi e le proprie emozioni...
“E’ ciò che abbiamo pensato (e fatto) anche noi. - sorride Lai - Da non confondere con le indagini analitiche degli anni ‘40; con la ricerca obsoleta della realtà inconscia degli autori. Romanzi, poesie, piuttosto, sono fatti di parole che lo scrittore sceglie appositamente per comunicarci meglio una determinata sensazione.”
Ad esempio?
Ad esempio anche nel mio ultimo libro analizzo i testi del ‘L’Infinito’ di Leopardi e ‘Guido i’vorrei...’ di Dante. Ebbene è evidente che il poeta di Recanati fa grande uso dei verbi nei modi indefiniti: un uso caratteristico in chi voglia comunicare e convogliare indefinitezza e indeterminatezza nell’ascoltatore. Quanto a Dante - prosegue Lai - su quattordici versi c’è praticamente un solo soggetto. Un’assenza che riproduce un’assenza dell’io, tipica della trans ipnotica, in questo caso dell’incantamento.”
Vaghezza e sogno, dunque, non patologia...
No,no. Ripeto. Quest’ottica è obsoleta...”
Ma anche questo può essere pensato come letteraria conferma dei vostri studi...E dunque ci riconduce alle patologie...
Certamente. Tenendo presente che si parla di sofferenza e non di malattia, - precisa Lai -  se vogliamo tornare, ad esempio, su chi fa grande uso di predicati al modo infinito, che è un modo legato alla non-determinazione nè di persona nè di genere, possiamo pensare che sia un soggetto caratterizzato da una certa vaghezza e incertezza psicologica.”
Possiamo definirla una ... diagnosi grammaticale?
Se vuole...Senz’altro però è più libera da interpretazioni soggettive. Il testo è lì, osservabile, ‘scientifico’, confrontabile. Pronto al ‘salto’: dal punto di vista grammaticale a quello psicanalitico.”
D’accordo per la diagnosi, ma la terapia?
Si basa anch’essa sulla conversazione. Se vogliamo tornare al soggetto di prima, un primo passo sarà nell’aiutarlo a diminuire l’uso degli infiniti semplicemente non usandone nel parlare con lui.”
Parole come diagnosi, parole come terapia, ma allora possiamo pensare anche a parole come prevenzione? Quando dovremmo preoccuparci delle nostre parole? Quali i campanelli d’allarme?
Preoccupiamoci se noi o chi ci sta accanto non usa mai verbi al condizionale o al futuro. Questi sono infatti verbi funzionali, attraverso cui ognuno di noi esce dalla necessità del presente o del passato per accedere al mondo futuro. Non farne uso e’ indice di scarsa progettualità, di un soggetto cupo, depresso.”
Meglio che cosa, allora?
Meglio l’imperfetto - suggerisce Lai - Lo si usa spesso nelle situazioni di innamoramento, di vaghezza, di gioco, di sogno...Lo preferisca - sorride - al passato remoto che, invece, irrigidisce l’ascoltatore, quando vuole ottenere qualcosa...”
D’improvviso la parola torna ad essere un poco magica, dimentica di ogni sottintesa scientificità. O forse così comunque è, ed è sempre stata...
Cos’è la parola per me? - conclude Lai - Senza alcun dubbio, divina. Per questo, anche nel mio lavoro l’ho preferita autonoma piuttosto che ancella della mente. E’ l’unica cosa divina nel mondo. Tutto il resto è natura. Tutto il resto lo condividiamo con la natura e gli animali. La stessa Bibbia dice che in principio era il Verbo...”
Le parole cambiano con noi, l’abbiamo detto. E ci rappresentano. Sarebbe bello però poter dire che noi siamo le parole...

                                         Rita Guidi

mercoledì 30 gennaio 2019

IL CONVERSAZIONALISMO: QUANDO LE PAROLE CONTANO di Rita Guidi


Che il linguaggio serva a comprendersi è assoluta e pura convenzione.
La parola inventa e reinventa continuamente ambiguità e steccati, così come aperture o ‘gerghi’, che in fondo non sono altro che universi personalizzati e solo un po’ più ristretti.
Insomma il suo gioco è a senso unico, e per questo non si lascia definire. E forse anche per questo sono nate vere e proprie discipline per aggirare l’ostacolo. Per disvelare, cioè, della parola, ciò che nasconde. Come avesse un’anima, confessarla: in segreto, grammaticalmente o matematicamente appropriarsi del suo silenzio.
Solo così ogni lettera acquista, improvvisamente, una diversa e razionale bellezza. Non più suono o evocazione, diventa altro, si (ri)trasforma in qualcosa che somiglia a una formula o a un ideogramma: sentimento matematico o equazione inconfondibile di un autore o di una intera società.
Ad esempio il conversazionalismo: accademia di psicanalisi datata di solo qualche paio di anni, e di cui trovate qui accanto un più ampio chiarimento. Risvolto interiore e disciplina dell’inconscio, questa, capace di appropriarsi dell’ombra delle parole che parliamo e dircene gli errori attraverso una vera e propria grammatica delle (umane) relazioni. Tempi verbali o aggettivi, insomma, come ‘gaffe’ delle nostre sofferenze o come invece espressione (finalmente) della nostra felicità.
Teoria umana ed esatta, come, ma un poco di più, la linguistica computazionale. O analisi automatica della lingua, se preferite, la cui origine recentissima, deriva dagli sviluppi tecnologici della altrettanto recente linguistica matematica. Perchè se ormai da qualche decennio ci hanno spiegato che ha un senso tutt’altro che trascurabile indagare tra sillabe o fonemi ricorrenti, è senz’altro più comodo farlo col computer. Dunque adesso.
Il trattamento automatico del linguaggio naturale investe attività che spaziano in tutti i domini della scienza. - si legge andando alla ricerca di documenti che ne offrano una definizione - Compito centrale della linguistica computazionale attualmente è quello di fornire sia strumenti descrittivi utili e necessari a tutte le applicazioni che lo sviluppo sociale oggi richiede, sia strumenti rappresentativi del linguaggio che sperimentino le possibilità di comprensione ed elaborazione automatica del linguaggio naturale.”
Il che significa innanzitutto una nuova interdisciplinarietà, che investe e comprende l’informatica e la lingustica tradizionale, le scienze storiche come quelle filosofiche e filologiche. ( E’ ormai banale l’esistenza di Istituti universitari specifici.) Ma soprattutto significa dei risultati. Parole trasformate in numeri cioè, ma  capaci di un comunque suggestivo ed importante racconto.
Tra le attività di ricerca avviate ad esempio dall’ILC, uno dei principali Istituti di Linguistica Computazionale, creato presso l’Università di Pisa nel 1978 dal Professor Antonio Zampolli, sono compresi, leggiamo:
·Metodi e procedure per la rappresentazione e l'analisi di testi nelle diverse discipline umanistiche.
· Creazione e utilizzo di corpora testuali mono e multilingui e di basi di dati lessicali multifunzionali mono e multilingui.
· Trattamento di testo e immagini in parallelo.
· Sistemi per l'analisi e la generazione automatica dell'italiano e di altre lingue.
· Dialogo; interazione uomo-macchina.
· Metodi per l'aiuto alla traduzione, alla documentazione, alla redazione, gestione,recupero dei documenti.
·  Metodi per l'educazione, la riabilitazione linguistica, l' assistenza ai portatori di handicap.
· Standards per la creazione, rappresentazione, distribuzione di risorse linguistiche e per la valutazione di sistemi e strumenti di linguistica computazionale.
· Utilizzo, nel trattamento del linguaggio naturale di metodi statistici, calcolo parallelo e metodi connessionistici.
· Ricerche sul parlato per applicazioni nel settore dello speech processing.”
Quantomeno un modo diverso per parlare di numeri: se è vero come qui sopra si dice che la scomposizione delle frasi con l’aiuto di qualche ‘bit’, consente di ipotizzare se un testo di un anonimo appartiene o no ad un certo autore, o costruire testi di leggibilità ottimale, o ancora, dopo averne rintracciato le regole, poter generare automaticamente e correttamente  una qualsivoglia lingua.
Parlare di parole, insomma, non è un semplice bla-bla.
E se nulla può aggiungere miglior significato all’universo più appropriato di ogni letteratura o poesia, è comunque
anche agli aspetti numerici e razionali della parola che deve andare una...percentuale della nostra attenzione.

                                    Rita Guidi

martedì 29 gennaio 2019

IL CANDIDO DI VOLTAIRE A FUMETTI (R.MARCENARO) di Rita Guidi


Sul comodino, ma sfrontatamente. 
Come una lettura che per una volta sia una piacevolissima ‘americanata’, ma senza che questo ci faccia sentire in colpa, o suoni un tantinello riduttivo.
“Il Candido di Voltaire a fumetti” è allora una bella idea di Ro Marcenaro, fresco di stampa per la collana Onde della Universale Economica Feltrinelli.  Inconsueta, quantomeno, nel ‘sussiegoso’ atteggiamento europeo, che relega il fumetto, anche se ‘cult’, esclusivamente a se stesso.   Le sue proprietà divulgative nel nostro mondo della fretta, o semplicemente utili a rendere piacevole l’approccio a letture non leggerissime, sono ancora retaggio di una mentalità d’oltreoceano, della quale però Marcenaro appunto si appropria.
Favorito dal tema (chi non ha immaginato anche così le avventure del seppur classicissimo protagonista?) il co-autore (illustratore?) si muove come un ‘americano a Parigi’ sintetizzando in nemmeno duecento pagine di tavole il più celebre racconto di Voltaire.  Grave pecca, è vero, l’insistenza su motivi di facile presa nella sua libera riduzione del testo, che però resta poco meno che fedele nei suoi motivi essenziali.
Candido, Pangloss, Cunegonda, mantengono alle spalle lo stesso ‘sorriso odioso’ , la stessa ironia voluta dallo scrittore e filosofo illuminista ad accusare ogni ottuso ottimismo sociale. E si muovono buffi nel ‘migliore dei mondi possibili’, ulteriormente conditi dalle facce nasute di Marcenaro, recidivo comunque alle novità.
L’autore genovese ha infatti firmato caroselli pubblicitari negli anni 70, video ed animazioni negli anni 80’, e strisce (da Panorama a Repubblica) adesso. Dello scorso anno è poi “Il barone di Munchausen a fumetti” (Panini Ed.).
Da far prevedere che la sua ‘striscia’ continua.

                                   
                                    Rita Guidi

lunedì 28 gennaio 2019

BIT E PAROLE (C.PROTETTI) di Rita Guidi


Sembra che il nostro futuro abbia 
già un nome. Il domani è stato definito da qualcuno come ‘società dell’informazione’.  Nessuna sorpresa, allora, che i ‘media’, da supporto  e veicolo della notizia ne divengano protagonisti.  Nessuna sorpresa che fioriscano discorsi, riviste, saggi, sul mondo della comunicazione.
Un bel volume in proposito, tanto accessibile quanto accurato e puntuale, è quello di Cesare Protettì, “Bit e parole” (a cura di Roberto Liscia, per Gutemberg 2000)che sottotitola opportunamente ‘giornali elettronici, Internet, cd-rom, on-line, tv interattiva’.
E’ dunque un panorama di ciò che già esiste e di ciò che potrebbe esistere nel  mondo dell’editoria, in conseguenza della rivoluzione informatica alla quale stiamo assistendo.
Panorama nuovo, dunque, ma del quale Protettì vanta già una buona esperienza: giornalista egli stesso dell’Ansa, e docente alla Scuola di Giornalismo della Luiss di Roma, ha curato però anche il rapporto  ANEE (Associazione Nazionale dell’Editoria Elettronica) 1994 su ‘L’informazione elettronica verso il 2000’.  Un sunto dell’indagine, con specifici riferimenti alla struttura e al mercato italiano, è del resto riportato in calce al volume, quale sintetico ma significativo completamento del discorso affrontato nei sei capitoli precedenti.
Capitoli di un cambiamento.  “Ci sono nuovi regnanti nell’Impero dei Segni - scrive Giovanni Giovannini nella bella introduzione - si chiamano bit...La scoperta della stampa - riprende poi citando Fernand Cuvelier - ricorda più la scoperta di un continente sconosciuto che la scoperta di un nuovo apporto scientifico. La stessa cosa accade per l’editoria elettronica...”
Ed è un continente non solo inesplorato ma selvaggio, verrebbe da aggiungere: ‘Nel Far West di Internet’ è infatti il titolo del capitolo dedicato alla grande rete, il cui problema, come accadde agli ottocenteschi pionieri dell’Ovest, sembra essere quello della libertà senza legge. In Internet fioriscono pubblicazioni e si moltiplicano giornali on-line.   E allora ‘limitare’ (che per qualcuno significa snaturare) e regolare? Governare, insomma, oltre a potenziare questa crescita? I problemi economici e tecnici si intrecciano a quelli legali ed etici.  Ed è improvvisamente giusto, se è vero quanto ha scritto qualcuno, e cioè che l’informatica non riguarda solo i computer ma è un modo di vivere.
Come dire che, ci piaccia o no, ad esempio i quotidiani (tradizionali, su carta) cambieranno - o più probabilmente si sdoppieranno (in bit); come dire, ci  piaccia o no, che parole come cd-rom e multimedia entreranno non solo nell’uso ma nell’utilizzo comune, e che dunque dovremo ‘impararli’. 
E qui è il punto. Che una parola trasformata in bit non sia evanescente, infinita superficie, ma sostanza.  Anche se forse, che questo non accada dipende solo da noi.
L’ottimista Giovannini ricorda, di nuovo nell’introduzione, le parole di Carlo Bo : “L’uomo che legge è certo di poter opporre alla realtà che lo circonda una seconda e più vera realtà : alle cose dobbiamo contrapporre le idee, agli oggetti i pensieri.”
Era giusto per le parole, lo sarà anche per i bit (?).

                                         Rita Guidi

domenica 27 gennaio 2019

LA STRADA CHE PORTA A DOMANI (B.GATES) di Rita Guidi


Il successo porta cattivi consigli 
- afferma Bill Gates - Induce persone intelligenti a credere di non poter sbagliare ed è una guida inaffidabile per il futuro.”
Bill Gates è il celeberrimo miliardario americano proprietario della Microsoft ( o quello di ‘windows 95’ se preferite); quanto alla sua affermazione, potete leggerla a pagina 49 del suo volume “La strada che porta a domani” (edizione italiana di “The road ahead” pubblicata dalla Arnoldo Mondadori Editore).
Curiosa riflessione per un uomo decisamente di successo, e curioso titolo, anche, dal momento che la strada a cui Gates si riferisce è quella dell’universo vituale informatico; universo che però non di percorsi preferisce definire, ma di ‘scambi’: ‘mercato’, quindi, per dirlo in una sola parola.
Le infinite autostrade informatiche, la rete Internet o quant’altro, traggono in inganno, dice,  nel far pensare a viaggi o luoghi geografici. Che invece sono annullati. Nessuna distanza (se non quella ‘virtuale’ appunto...) si interpone tra Los Angeles o Tokio come tra Parma o le Haway.  La Rete è allora piazza, mercato, libreria, “il grande magazzino più importante del mondo”.
Gates parla di questo grande magazzino. Ne illustra ‘architetture’ e occasioni, ‘imbrogli’ e funzionamenti a quelli che ne saranno i futuri frequentatori. E cioè tutti noi. Nell’azzardare i tratti di questo mega-store e nell’individuare nell’intero globo (verrebbe da dire universo) la potenziale ‘clientela’, Gates traccia però l’idea di un futuro che è innanzitutto suo.
Con questo non vorremmo dire che si tratta di una previsione, come dire?, interessata, da parte di chi produce componenti essenziali a questo tipo di sviluppo.             No: Gates per tono e personalità è prudente e accorto, alla fine simpatico.
Piuttosto, emerge evidente la necessità di sottolineare che queste ipotesi sono appunto solo ipotesi. E, ancora, che sono assolutamente le ‘sue’ ipotesi. Nonostante le premesse, infatti (“Chi si aspetta un’autobiografia...resterà deluso...come anche chi spera di leggere un saggio tecnico”) il volume ha toni troppo personali  per essere definito, come fa l’autore,  un semplice contributo al dibattito.
Questa ‘strada che porta al domani’ , infatti, inizia proprio da ieri. Da quando ‘quello di windows ‘95’ era ancora (e pur sempre) ‘quello del computer’: tredicenne studente pioniere dell’informatica che già scriveva il suo primo programma di software. Quello che poi, scommettendo sul proprio intuito, abilità e fortuna, fonderà ventenne la Microsoft con il compagno di scuola Paul Allen.
Percorso di una personalità attenta, allora,  più che da ‘mitico’ self-made-man , Gates intreccia poi il proprio io e il proprio mondo con la propria immaginazione. La rivoluzione informatica e le sue applicazioni; l’industria dei computer e i vantaggi per il mondo del lavoro ecc. ecc (come potrebbe essere o come la vorrebbe?)... Con una consapevolezza (vedi sopra...) che dovremmo ritenere inconsueta in un uomo di successo: “Questo si propone di essere un libro serio, ma tra dieci anni potrebbe non sembrare tale - insiste - Di quello che dico, ciò che si sarà rivelato giusto verrà considerato ovvio e ciò che risulterà sbagliato ridicolo.”
Sapremo insomma, se il mondo virtuale sarà una strada perduta o un grande (grandissimo) mercato.
                                         Rita Guidi

sabato 26 gennaio 2019

IO? PARLO PARMIGIANO- INTERVISTA AL PROF. GIOVANNI PETROLINI di Rita Guidi


Il dialetto? Lingua ‘nera’. Ma proprio nel senso troppo spesso implicitamente negativo di ‘diversa’.
Lingua di colore, preferiremo allora, più garbatamente, e soprattutto intendendone la piacevole vivacità, la colloquiale suggestione. (Occorre forse un esempio migliore della nostra  gialloblù?)
Ma è comunque difficile salvarsi (e salvare) da un razzismo linguistico diffuso, almeno quanto evitare di cadere, al contrario, nella trappola di snobistici atteggiamenti da WWF. 
Equilibri difficili: quello tra dialetto e lingua è un gioco che è tutto fuorchè chiacchiera.   Può sussurrare tradizioni o gridare autonomismi, perchè il suo vocabolario raccoglie voci di politica e di costume, di letteratura e di storia oltre a quelle più squisitamente idiomatiche.
L’etimologia, del resto, ricorda proprio che il termine greco diàlektos da cui deriva, significa ‘parlata locale’. Come dire (allora...) quella di Atene o invece quella di Sparta: universi paralleli  di una stessa Ellade...
Ma pensiamo anche oggi, ad esempio, al movimento irridentista Còrso che sta rivendicando la propria autonomia rispetto alla Francia - afferma il Professor Giovanni Petrolini, docente di Dialettologia del nostro Ateneo, sottolineando appunto questo primo delicato aspetto della questione - La rivendicazione coinvolge anche la lingua: elevare un dialetto a dignità di lingua, significa infatti metterlo in concorrenza con la lingua ufficiale.”
Concorrenza sleale, in genere, quella opposta: spaziando in versanti meno ‘rivoluzionari’ è opinione diffusa che i dialetti siano forme scorrette dell’italiano (e non è vero perchè ne sono indipendenti) o che sono meno ricchi, stabili, regolari ( e non è vero perchè questi tre fattori dipendono solo dall’uso o dall’abbandono del dialetto stesso).
Lingua ‘nera’. Pregiudizi.   Torniamo allora alla Grecia ( e alla storia ): sarà proprio un diàlektos  (guarda caso quello di Atene) a farsi koinè, lingua comune (guarda caso con l’esclusione di Sparta). Ed accade lo stesso poi, in Italia: dal latino imbarbarito e distorto, nasce tra gli altri quel dialetto fiorentino che, fra Tre e Cinquecento diverrà lingua letteraria comune.  Anche se in quel ‘letteraria’ è già la radice di una lontananza da quel parlato spontaneo che ramifica e progredisce seguendo una propria traccia nel labirinto dei linguaggi.
 Verrà il 1861, insomma, e verrà la tivù, ma avranno sempre, accanto, altre parole e altra scrittura.
Ma allora dove coincide (se coincide) dialetto e lingua? O meglio quando possiamo chiamare lingua un dialetto (motivo d’orgoglio di veneti o di napoletani, ad esempio)?
Credo che il significato letterario sia determinante - spiega ancora Petrolini - E’ più importante chi ha prodotto più letteratura. Dunque il dialetto napoletano o quello veneto, certo. Ma credo molto anche nella dignità letteraria del nostro parmigiano, di Zerbini o di Pezzani. Non  definirei davvero minore la loro produzione.”
Di nuovo le carte si confondono. La radice spontanea deve dare un frutto letterario. Logica conclusione, in fondo, di una lingua viva. Ma... è viva ?
Solo qualche anno fa avevo calcolato in una sorta di grafico, che col ‘trand’ degli anni ‘80, nel 2030 il dialetto parlato sarebbe totalmente scomparso. Oggi - prosegue Petrolini - non la penso più così. La vita dei dialetti è una vita intima e segreta. Certo non credo abbia grandi prospettive in ambito pubblico, se guardiamo ad orizzonti europei. Ma certamente vivrà finchè ci sarà un poco di volontà per farlo vivere. Un poco di cuore.”
Dovremmo forse aggiungere un poco di scienza?  Sembrerebbe di sì, dal momento che discipline più recenti, come la sociolinguistica, guardano  proprio al rapporto tra una società e i suoi strumenti espressivi. Tutti i suoi strumenti espressivi. Ne consegue che il dialetto, a partire da quegli ambienti scolastici dove era particolarmente ghettizzato, ritrova un poco di ossigeno.
 Primo argine ad un patrimonio però in gran parte perduto: le parole che restano  non guardano certo ai ritmi dei campi o delle stagioni; a quel mondo contadino che battezzava insieme alle future braccia di tavole numerose, una parola per ogni gesto.
Qualcuno ha raccolto in un libro bellissimo (“I nomi del mondo” di Einaudi) quelle parole; talismano per un oggi di single terziarizzati, al quale ne bastano (ed occorrono ) altre.  Tanto che il rischio, adesso, per chi volesse conoscere e parlare il dialetto, sarebbe paradossalmente quello di non essere capiti...
I dialetti sono fatti per comunicare meglio. Si desidera
apprenderlo quando si pensa sia utile per farsi capire meglio. Oggi, purtroppo - continua Petrolini - se lo si studia ‘troppo bene’ si rischia, all’opposto l’incomprensione...O, chissà, forse per  qualcuno è proprio quello che si desidera...”
Particolarismi eccessivi di luoghi particolari, allora. Cenni criptici per cui si fa confine ciò che è anche invece permeabile apertura.  O, più semplicemente, curiosità:  sapevate, ad esempio, che una rivendicazione classica relativa al dialetto parmigiano  è l’esclusiva proprietà del termine ‘spargnaclèr’?  Che, cioè, questo più o meno intraducibile ‘spiattellare’ è solo nostro?
Se la cosa vi fa un poco sorridere in fondo è giusto. Il colore del nostro dialetto ama il sorriso. Comunica (ci comunica) la risata semplice dei nostri padri. Possiamo  allora considerarla parola ‘diversa’, o anche soltanto parola, o invece qualcosa di più?
E’ soprattutto qualcosa di più. - conclude Petrolini - E’ il buon senso dei nostri vecchi...E’ un punto di riferimento. E non intendo solo culturale, ma morale.”
                                         Rita Guidi