sabato 26 gennaio 2019

IO? PARLO PARMIGIANO- INTERVISTA AL PROF. GIOVANNI PETROLINI di Rita Guidi


Il dialetto? Lingua ‘nera’. Ma proprio nel senso troppo spesso implicitamente negativo di ‘diversa’.
Lingua di colore, preferiremo allora, più garbatamente, e soprattutto intendendone la piacevole vivacità, la colloquiale suggestione. (Occorre forse un esempio migliore della nostra  gialloblù?)
Ma è comunque difficile salvarsi (e salvare) da un razzismo linguistico diffuso, almeno quanto evitare di cadere, al contrario, nella trappola di snobistici atteggiamenti da WWF. 
Equilibri difficili: quello tra dialetto e lingua è un gioco che è tutto fuorchè chiacchiera.   Può sussurrare tradizioni o gridare autonomismi, perchè il suo vocabolario raccoglie voci di politica e di costume, di letteratura e di storia oltre a quelle più squisitamente idiomatiche.
L’etimologia, del resto, ricorda proprio che il termine greco diàlektos da cui deriva, significa ‘parlata locale’. Come dire (allora...) quella di Atene o invece quella di Sparta: universi paralleli  di una stessa Ellade...
Ma pensiamo anche oggi, ad esempio, al movimento irridentista Còrso che sta rivendicando la propria autonomia rispetto alla Francia - afferma il Professor Giovanni Petrolini, docente di Dialettologia del nostro Ateneo, sottolineando appunto questo primo delicato aspetto della questione - La rivendicazione coinvolge anche la lingua: elevare un dialetto a dignità di lingua, significa infatti metterlo in concorrenza con la lingua ufficiale.”
Concorrenza sleale, in genere, quella opposta: spaziando in versanti meno ‘rivoluzionari’ è opinione diffusa che i dialetti siano forme scorrette dell’italiano (e non è vero perchè ne sono indipendenti) o che sono meno ricchi, stabili, regolari ( e non è vero perchè questi tre fattori dipendono solo dall’uso o dall’abbandono del dialetto stesso).
Lingua ‘nera’. Pregiudizi.   Torniamo allora alla Grecia ( e alla storia ): sarà proprio un diàlektos  (guarda caso quello di Atene) a farsi koinè, lingua comune (guarda caso con l’esclusione di Sparta). Ed accade lo stesso poi, in Italia: dal latino imbarbarito e distorto, nasce tra gli altri quel dialetto fiorentino che, fra Tre e Cinquecento diverrà lingua letteraria comune.  Anche se in quel ‘letteraria’ è già la radice di una lontananza da quel parlato spontaneo che ramifica e progredisce seguendo una propria traccia nel labirinto dei linguaggi.
 Verrà il 1861, insomma, e verrà la tivù, ma avranno sempre, accanto, altre parole e altra scrittura.
Ma allora dove coincide (se coincide) dialetto e lingua? O meglio quando possiamo chiamare lingua un dialetto (motivo d’orgoglio di veneti o di napoletani, ad esempio)?
Credo che il significato letterario sia determinante - spiega ancora Petrolini - E’ più importante chi ha prodotto più letteratura. Dunque il dialetto napoletano o quello veneto, certo. Ma credo molto anche nella dignità letteraria del nostro parmigiano, di Zerbini o di Pezzani. Non  definirei davvero minore la loro produzione.”
Di nuovo le carte si confondono. La radice spontanea deve dare un frutto letterario. Logica conclusione, in fondo, di una lingua viva. Ma... è viva ?
Solo qualche anno fa avevo calcolato in una sorta di grafico, che col ‘trand’ degli anni ‘80, nel 2030 il dialetto parlato sarebbe totalmente scomparso. Oggi - prosegue Petrolini - non la penso più così. La vita dei dialetti è una vita intima e segreta. Certo non credo abbia grandi prospettive in ambito pubblico, se guardiamo ad orizzonti europei. Ma certamente vivrà finchè ci sarà un poco di volontà per farlo vivere. Un poco di cuore.”
Dovremmo forse aggiungere un poco di scienza?  Sembrerebbe di sì, dal momento che discipline più recenti, come la sociolinguistica, guardano  proprio al rapporto tra una società e i suoi strumenti espressivi. Tutti i suoi strumenti espressivi. Ne consegue che il dialetto, a partire da quegli ambienti scolastici dove era particolarmente ghettizzato, ritrova un poco di ossigeno.
 Primo argine ad un patrimonio però in gran parte perduto: le parole che restano  non guardano certo ai ritmi dei campi o delle stagioni; a quel mondo contadino che battezzava insieme alle future braccia di tavole numerose, una parola per ogni gesto.
Qualcuno ha raccolto in un libro bellissimo (“I nomi del mondo” di Einaudi) quelle parole; talismano per un oggi di single terziarizzati, al quale ne bastano (ed occorrono ) altre.  Tanto che il rischio, adesso, per chi volesse conoscere e parlare il dialetto, sarebbe paradossalmente quello di non essere capiti...
I dialetti sono fatti per comunicare meglio. Si desidera
apprenderlo quando si pensa sia utile per farsi capire meglio. Oggi, purtroppo - continua Petrolini - se lo si studia ‘troppo bene’ si rischia, all’opposto l’incomprensione...O, chissà, forse per  qualcuno è proprio quello che si desidera...”
Particolarismi eccessivi di luoghi particolari, allora. Cenni criptici per cui si fa confine ciò che è anche invece permeabile apertura.  O, più semplicemente, curiosità:  sapevate, ad esempio, che una rivendicazione classica relativa al dialetto parmigiano  è l’esclusiva proprietà del termine ‘spargnaclèr’?  Che, cioè, questo più o meno intraducibile ‘spiattellare’ è solo nostro?
Se la cosa vi fa un poco sorridere in fondo è giusto. Il colore del nostro dialetto ama il sorriso. Comunica (ci comunica) la risata semplice dei nostri padri. Possiamo  allora considerarla parola ‘diversa’, o anche soltanto parola, o invece qualcosa di più?
E’ soprattutto qualcosa di più. - conclude Petrolini - E’ il buon senso dei nostri vecchi...E’ un punto di riferimento. E non intendo solo culturale, ma morale.”
                                         Rita Guidi

venerdì 25 gennaio 2019

L'ARTE DEL SILENZIO (M.CUMANI, S.QUASIMODO) di Rita Guidi

Questo libro è una donna, come nemmeno il suo uomo ed  amante l’hanno conosciuta. Materializzazione libera di pensiero.
Questo libro è un coro di se stessi. Da non confondere con un’autobiografia, da non disvelare come un diario, è insieme il pubblico e il privato di un’anima: di quella Maria Cumani che, come in una inconsueta rivincita, è protagonista assoluta della storia che la vede accanto a Quasimodo. Per una volta, qui, più semplicemente uomo che non celeberrimo poeta.
Si intitola ‘L’arte del silenzio’ (a cura di Delfina Provenzali, con prefazione di Giovanni Raboni, per la collana L’alingua della Spirali/Vel Edizioni), in una scelta più che mai opportuna perchè è proprio questo il luogo in cui abita la protagonista: il silenzio. Sipario insolito per una danzatrice eppure ‘luogo’ ricordato, nominato, vissuto, quasi ad ogni pagina di questa che potremmo chiamare raccolta (...“Non è facile trovare una definizione o una collocazione di genere - ricorda Raboni in prefazione - che renda giustizia ad un libro così integro, così insolito e coraggioso”),e che comprende stralci di diario, lettere, poesie, fotografie.
Perchè Maria Cumani è sì amante e poi compagna di Quasimodo, ma è innanzitutto se stessa. Dunque danzatrice. Danzatrice e non ballerina...
La danzatrice in quanto tale - scrive - presuppone una capacità creativa: non esegue su suggerimenti del coreografo (vedi le ballerine) ma compone le sue danze...”  La Cumani lo fece così bene da far scuola: che sarà insieme  abbandono e controllo, creatività e interpretazione. Locandine e istantanee parlano di un successo ( fatto anche di interpretazioni cinematografiche e teatrali); i suoi occhi intensi in un volto unico (e per questo di un’altra bellezza) parlano di una decisa inquietudine.
Quella che vive nei luoghi del silenzio. Quella che taciamo anche a noi stessi: e che non è necessariamente dolore, ma anche abbandono, bellezza...
Mi annullo inebriandomi di silenzi - scrive su brevi impressioni autunnali  - di nebbia, di profumi delle piante e della terra...”.
Immagino e vedo veramente e viene a me in questo stile - scrive invece della danza - un piacere che si fa acutissimo nel silenzio e mi stringe in cerchio...”
O invece :”E’ come se nascesse da me, dal profondo, dal più profondo silenzioso grido della mia anima, ed è mio.” Ma è già un grido di dolore per qualcosa che irreparabilmente muore.  Fosse anche solo per lei, per Pucci, perchè è così che si firma e così la chiama Quasimodo.
E muore quell’entusiasmante freschezza che avvolge d’irrealtà ogni nuovo amore; muore quell’incanto che l’aveva sottratta al suo mondo chiuso di sogni (“Allora sì vivevo, quando aspettavo di vivere...”) fatto solo per danzare, scrivere, sognare. In silenzio. E in silenzio chiedersi cosa sia il vento: la Cumani lo descrive con panica poesia in uno stralcio di diario. Ancora non conosce Quasimodo, ancora non conosce la vita.  Ma a quel vento che immagina, come in un curioso presagio,proprio la sua vita somiglierà: ritmo, mistero, passione; prima di farsi tormenta.  Dopo, cioè, i “Pucci adorata”, “Pucci mia”, “Amore forte” che le scrive Quasimodo firmandosi (spesso) Virgilio.
Non abbiamo detto, infatti, del carteggio del poeta, pure presente nel volume, ma è stata quasi una svista inconscia, di fronte alle sue tracce che prima che di artista sono quelle di un uomo. Silenzio denso dopo felicità silenziosa.
L’arte del silenzio è allora l’arte di vivere. Non vorremmo dire di sopravvivere. Perchè quasi come un primo innato comandamento la Cumani ha deciso che l’importante è ‘sentire’. E in un difficile 1949, ripercorrendo i momenti più intensi a scandire la sua vita, scrive :”Dio mio, aiutami tu! Salvami dal silenzio dell’anima...” Come un’ultima preghiera. O una perpetua condanna.

                                         Rita Guidi

giovedì 24 gennaio 2019

LA MUSA PRAMZANA: RICORDO DI GUGLIELMO CAPACCHI di Rita Guidi


La “Musa pramzana” origina da lune arcadiche. 
E’ invocata da quel Settecento idilliaco e pastorale che vede in Angelo Mazza un protagonista poeta...
E’ proprio con lui che nasce la poesia dialettale parmigiana - afferma il Professor Guglielmo Capacchi - E non quasi un secolo più tardi, nell’Ottocento, come comunemente si crede.”
Il tono abitualmente pacato appena venato dall’orgoglio della scoperta, il professore non tarda a scendere in particolari...
Circa un paio d’anni fa - spiega - mi è stato consegnato un manoscritto: un vero  e proprio brogliaccio, disordinato e quasi indecifrabile. Ho iniziato a studiarlo, a trascriverlo, e ad un certo punto non ho più avuto dubbi: si trattava dei componimenti dialettali di Angelo Mazza. Poesie delle quali si conosceva l’esistenza, ma che si temeva fossero andate perdute o distrutte per il loro contenuto ( si pensava) ‘licenzioso’...”
Doppiamente soprendenti allora...
Sì, ma non in quel senso. Non sono affatto licenziose. La vera sorpresa, accanto al ritrovamento, è stata leggere l’Arcadia in dialetto. ‘Ascoltare’ i termini, i contenuti  tipici di quest’Accademia(dalle poesie celebrative a quelle d’occasione), ma nel nostro dialetto...”
La “Musa pramzana”: tra le pieghe ordinate della sua tunica di divinità ispiratrice, nasce quindi la radice aulica dell’universo linguistico dialettale. E soprattuttto la sua relativa scrittura: momento che sancisce, come spesso accade, la fine di quella che potremmo chiamare ‘preistoria’ di un ‘parlato’ che esiste da sempre.
E la sua successiva ‘storia’ allora ?
Ripercorrerla non sembra difficile: tra gli scaffali antichi di questa libreria, la voce ‘Parma dialetto’ ne occupa uno soltanto.  Eppure è un po' come seguire l’unico sentiero esistente pretendendo così di conoscerne la foresta intorno...
 Capacchi esplora da sempre quella foresta: dalle radici proprie (“Sono assolutamente bilingue: in casa mia si parlava italiano e dialetto...”), alle fronde più lontane (“Sono arrivato persino a farmi ‘raccomandare’ per entrare nelle osterie della malavita locale ed esplorarne il ‘bergom’: il particolare gergo. Più o meno ex-galeotti, ma assolutamente svegli: capivano  subito quello che volevo.”).
Però la ‘storia’, torna ad essere più o meno tutta in quello scaffale...
Si parte (si è sempre - e allora aggiungerei erroneamente - partiti) da una produzione ottocentesca e ...ridanciana.- riprende Capacchi - Domenico Galaverna e Giuseppe Callegari. Poesie queste sì un poco ‘sconce’, e per questo fino ad oggi mai pubblicate. Inedita, purtroppo, è invece la produzione di Gasparotti, salvo alcuni brani di sue traduzioni dalla ‘Ulularia’ di Plauto. Letteratura decisamente più bassa, sempre nell’Ottocento - prosegue Capacchi - è poi quella dei ‘patajòn’, grandi fogli murali con al centro una vignetta e ai lati due colonne di lunario e altrettante di satira di costume. Il primo Novecento è ovviamente di un Pezzani o di uno Zerbini, che hanno ampiamente dimostrato come far poesia vera in dialetto.”
(La pausa improvvisa non sembra fatta per riprendere fiato...)E oggi?
Oggi: ma dobbiamo essere elastici sulle date... Diciamo allora la produzione più recente? Senza dubbio sono da segnalare “Ultmi rimmi” di Luigi Vicini e “Scarfuli” di Franco Bertozzi. Subito esaurite.”
Come dire pochi ma buoni ?
Buoni senza dubbio: sono davvero un ottimo esempio di poeti dialettali. Quanto ai numeri della produzione editoriale attuale direi che non sono davvero ...esagerati. E questo nonstante la richiesta, l’attenzione verso quest’’altra cultura’...”
Dietro la grande scrivania che è un accatastato sunto di parmigianità (attuale), e dietro la propria modestia, Capacchi ‘nasconde’ i due grossi volumi del suo dizionario ‘Italiano-Parmigiano’ che ne attendono un terzo. Pubblicazioni, queste sugli strumenti di studio, che accennano subito ad un deciso ottimismo o, viceversa, alle prime note di un ‘de profundis’...
Sono per l’ottimismo - chiarisce subito Capacchi - Anzi, questa produzione è decisamente al di sotto di quanto sarebbe necessario. Mancano gli strumenti di supporto ai giovani, nonostante vi sia fermento. E penso al lavoro  dei gruppi teatrali, come al lunario che ogni parmigiano ha ormai appeso in casa. Piccole tracce, d’accordo, ma che contribuscono a far sì che un grande patrimonio non vada perduto.”
Insomma non è troppo tardi. Il ‘videoappiattimento’ non ha ancora prevalso...
No. Certo, è un patrimonio non più intatto, ma ho davvero fiducia nel carattere dei parmigiani, che non hanno mai sopportato di vedersi sottrarre una propria ricchezza.”
Ricchezza antica: di quella Musa che, se ci è concesso di sognare, cantava due secoli fa magari nel tempietto del giardino...
Temo di no. E’ lo stesso Mazza che precisa di aver recitato questi versi in occasioni più intime e conviviali. Del resto, per quanto talvolta siano specchio (traduzione?) delle sue rime italiane, queste hanno un tono più scherzoso e azzardato. E non mancano ingenuità, ‘sviste’, di chi usa questo mezzo linguistico da pioniere, per la prima volta..”
Capacchi non li chiama ‘errori’. O forse non può: quello di una grammatica del dialetto parmigiano è per ora il ‘suo’, sogno nel cassetto...
Eh sì! Se concede a me di sognare,- sorride Capacchi -  vorrei davvero terminare il terzo volume del mio dizionario (mi sono dato una scadenza: tra due anni) e poi dedicarmi al completamento di quella grammatica. Sognando, di nuovo, di esaurirne...15.000 copie. Gliel’ho detto(e fortunatamente sono sempre di più quelli che se ne rendono conto): ogni  parola dimenticata è un poco di noi che se ne và. Se morisse il dialetto morirebbe una cosa importante.”
Morirebbe una Musa.
                                         Rita Guidi

mercoledì 23 gennaio 2019

LA VRISS ESOR POESIA (B.PEDRANESCHI) di Rita Guidi


La vera sorpresa è l’Africa, il profilo esotico sulla cadenza parmigiana.
Ma se il dialetto è l’anima di un luogo, queste poesie sono la sua anima, e dunque anche la Somalia deve avervi un po’ di spazio.
Parliamo di Bruno Pedraneschi e della sua raccolta di poesie in dialetto parmigiano “La vriss ésor poezia”  (fresco di stampa per i tipi della Azzali Editori).   Raccolta postuma voluta dal figlio Giorgio ( nome che nel mondo sportivo e non della nostra città’ non ha certo  bisogno di presentazioni ), quasi come una sorta di logico compimento per questi taccuini sparsi che vedeva nascere spontanei dalla penna del padre autore.   Concretizzazione commossa e indiretta, dunque, di un ricordo...”Mio padre era solito scrivere quando il sole non era ancora spuntato. - si legge nella breve e partecipata premessa del figlio - Se mi capitava di alzarmi molto presto per andare a caccia o a pesca, lo trovavo puntualmente seduto al tavolo a comporre...Le ricordo tutte perchè...mi bloccava e me le leggeva.- prosegue Giorgio Pedraneschi -  Era felice quando mi vedeva attento e gli davo dei suggerimenti o spunti per una correzione: rimpiango quei momenti che forse sono stati quelli di una maggior intimita’ fra noi due.”
Ed è proprio una lunga idea di intimità quella che percorre queste pagine.  Lunga quanto una vita. Perchè l’Africa, appunto, e gli affetti, la passione sportiva e per la natura, o i brevi appunti amari o buffi del contorno di casa, sono proprio i temi che scandiscono questo libro. Rimpjànt d’Africa o L’orazjon d’un strajè, Al me putèn o La vjola (ma anche La maja Crozada ) sono infatti solo alcuni titoli nati dalla stessa ispirazione.  O Inspirasjon, se preferite : Cuand a gh’ò l’alma su cla strada / ch’va p’r i mont ‘dla fantazia,/ - si legge nell’omonimo componimento -  e la ment iluminada / da ‘na luza ad poezia, / i van, i vol’n i me pensèr...
E allora piu’ di ogni altro aggettivo, ci sembra opportuno definire queste righe ‘schiette’. Termine parmigiano che solo ci sembra raccogliere un certo spirito, anzi, un certo modo di essere parmigiani.
La raccolta - sottolinea infatti Umberto Tamburini nell’ introduzione - racchiusa in bella veste tipografica, con i simpatici  e spiritosi  disegni di Cristina Cabassa, e l’originale copertina curata da Gian Carlo Ceci e Pietro Sandei, è una piccola vena di acqua sorgiva alla quale è piacevole accostarsi per un sorso rinfrescante di parmigianità.”    Che è innanzitutto la sua: giovane dei Mulini Bassi e poi colono sotto il caldo orizzonte di Mogadiscio, con tutta la nostalgia nei trentacinque anni che lo videro là, per queste indimenticate e verdi colline parmigiane. E’ allora forse proprio con il suo dialetto, con il nostro dialetto, che “la Pilota, al Regio, i Du Brase’...” fino a quel  1963 in cui fece ritorno, furono un poco meno lontani.  E forse è proprio cosi’, in queste rime che definiva “mal pioladi” e “ch’i n’gh’àn miga nisòn valor” , che potremmo trovare quella poesia che vorrebbero essere.
                                                               Rita Guidi


martedì 22 gennaio 2019

BENEDETTO ANTELAMI E IL BATTISERO DI PARMA (A CURA DI C.FRUGONI) di Rita Guidi


   Figure mostruose alle soglie del mondo in attesa del Verbo ; o Re Magi in cammino, come istantanee di pietra sopra il grande portale.
  Si’, possiamo dire che è bello senza essere banali : il Battistero invita ad un piacere estetico che salta agli occhi senza chiedere altro. Ma fin dal momento in cui impone, per questo, una sosta, rivela quell’altra bellezza : quello spessore, intagliato nella durezza dei marmi come nella fragilità degli affreschi, che solo sa renderla eterna. Chiamatela storia. Chiamiamola arte : l’arte dentro il guscio, come l’umanità sotto un volto o la sostanza dietro le parole. Ma è un quesito, questa volta, da indagare oltre il primo sguardo.
Lo hanno fatto ( con quel di nuovo che solo ciò che è eterno consente ) un gruppo di studiosi i cui saggi sono ora raccolti nello splendido volume edito da Einaudi “Benedetto Antelami e il Battistero di Parma” curato da Chiara Frugoni. Ed è la stessa curatrice a chiarirci vicende e motivazioni del libro...
L’idea è nata quasi in parallelo al restauro, dunque molto tempo fa. - ricorda la Frugoni - E dopo quattro, cinque anni di lavoro è davvero solo un caso che il risultato lo si possa raccogliere proprio adesso in coincidenza con l’ottavo centenario del Battistero stesso. L’impegno, anche in termini editoriali (dunque un grazie alla Einaudi) è stato davvero notevole. Basti pensare a qualche numero : le figure sono 495, di cui 215 a colori, oltre all’ultima tavola che, rielaborata al computer consente di vedere l’interno del Battistero tutto insieme. Quanto poi all’impostazione, ci sembrava necessario affrontare il discorso nel modo piu’ interdisciplinare possibile...”
Albert Dietl, Saverio Lomartire, Willibald Sauerlander, Bruno Zanardi, oltre alla stessa Frugoni, che oltre ad esserne la coordinatrice firma l’introduzione ed un prezioso contributo, sono infatti l’equipe prescelta...
Sauerlander potremmo definirlo uno specialista dell’Antelami - spiega la Frugoni - : figura che qui rilegge con occhi nuovi, come una personalità tipicamente italiana.  Lomartire lo è invece in storia dell’architettura : i rilievi e le foto da lui realizzate, dimostrano come il battistero fosse stato progettato ‘a terra’ fin nei minimi particolari ( addirittura le lunette dei portali sono realizzate in un unico blocco di pietra lavorato sia all’interno che all’esterno ), e per questo, nonostante l’improvvisa e misteriosa scomparsa dell’Antelami, portato tranquillamente a termine. Quanto a Dietl - prosegue l’autrice - la sua lettura sottolinea il legame tra liturgia e scelta degli espisodi iconografici, oltre al ‘coinvolgimento’ dei cittadini nell’opera artistica, per il loro essere immortalati come borghesi o anche come semplici lavoratori delle campagne. Quindi Zanardi per il restauro, del quale vorrei sottolineare soprattutto l’importanza del recupero delle scritte dipinte, prima assolutamente invisibili..”
Di nuovo bello, verrebbe da dire, a prescindere da ogni giudizio sul ripristino...Come dimostra lo stesso contributo della Frugoni...
Per quanto mi riguarda parlerei di una nuova identificazione del soggetto di una delle grandi nicchie : e cioè non fuga ma ritorno dall’Egitto. Ed è un’interpretazione che consente di spiegare meglio( e ne è insieme suffragata ) il legame dell’iconografia complessiva con, ad esempio, la lunetta della Presentazione al Tempio.”
Quell’altra bellezza...La Frugoni la indaga da sempre. Docente di Storia Medievale all’Università di Roma, ha alle spalle un lungo elenco di pubblicazioni e studi rivolti proprio alla ricerca sull’immagine oltre che sui testi. Ed è proprio quest’onda e suggestione che l’ha condotta a Parma...
Da tempo mi occupavo dello studio del problema dei mesi, della loro rappresentazione intesa anche come rappresentazione del lavoro. Il Medio Evo - spiega la Frugoni - interpreta spesso il lavoro (e intendo anche quello agricolo) come mezzo per ritrovare la porta del Paradiso; un modo per cancellare la maledizione di Adamo. Un tema che mi affascinava, tanto piu’ se legato alle iconografie dei battisteri: dunque Pisa, ad esempio, e dunque Parma...dove è documento di estremo interesse non solo in questo senso... “
E cioè ?
Il riscatto che qui si esprime non è solo quello di Adamo - precisa disarmante la Frugoni - ma anche quello di Eva...”
...Parliamo  di una particolarmente importante presenza femminile, di opere superbe come la Regina di Saba, o di cos’altro ?
Parliamo del ruolo, anzi dell’importanza del ruolo che nella Parma comunale avevano le donne, e che qui è ben rappresentato. - riprende la Frugoni - Ed è questo davvero un ‘unicum’ nel programma di un battistero. Se la presenza femminile, anche a livello artistico, è una realtà documentata anche se cosi’ poco  rilevata dalla storiografia che conosciamo (che del resto è maschile), questa che definirei una autocoscienza del Comune, che vuole rappresentati e alla ribalta uomini e donne, è fatto davvero abbastanza raro.”
L’anima femminile dell’arte e della storia. Potrebbe essere questo il delicato e sorprendente controcanto alla quarta di copertina del volume, che recita ‘l’architettura, la scultura, i restauri, l’iconografia di uno dei più grandi capolavori dell’Europa romanica’. Capolavoro dei piu’ grandi, dice, non dei piu’ belli. Sempre per quel consueto timore, forse, di insufficienza e di banalità che sembra implicito nella parola. Che invece basta...
La bellezza è proprio una sua peculiarità. - afferma la Frugoni - Nell’architettura e nella scultura come nei colori. E’ il primo dei tanti sguardi possibili. Del resto era proprio un uso medievale quello di cercare di rallentare lo sguardo : scrivevano infatti ‘Ave Maria’ attorno alla testa di ogni, per quanto inconfondibile, Madonna.”
...Ma è solo il primo dei tanti sguardi possibili.
                              
                                    Rita Guidi

lunedì 21 gennaio 2019

ADAM'S FAMILY (J.RAMSTER) di Rita Guidi


 Non perché la posizione è ridicola, 
come diceva Oscar Wilde, ma perché il sesso, o quantomeno quello che ci racconta John Ramster in questo suo “Adam’s Family” (La Tartaruga, 425 pagg., L.32.000) è davvero spassoso.
 Pazienza per il finale (qualcosa di meno complicato e forzoso poteva concludere alla grande la brillante semplicità della storia), il libro ci accompagna infatti senza cedimenti attraverso questa lunga, esilarante vicenda, tutta costruita attorno al protagonista.
  Adam. Che si legge Adam ma si scrive con le due b di baldanzoso bellimbusto. E che diventa il maschio pronto a mordere qualsiasi mela gli offra chicchessia.
 Come dire, per capire il taglio che Ramster vuol dare al discorso, che non è difficile fare molto sesso a diciannove anni, se si ha il fisico giusto quanto le occasioni. E Adam ce l’ha tutte e tre. Esattamente come tre sono le storie che riesce maldestramente a gestire, più o meno in contemporanea, e più o meno con successo.
 Eppure non è mai il caso di offendersi. Sepolto dall’ironia, atrofizzato dal più spinto humour inglese, lo “scandalo”, se c’è, è tutto fuorché volgare, e sempre meno pesante del fumo di quella Londra nella quale si svolge la storia.
 Metropoli che in un certo senso giustifica la gran voglia di vita del nostro giovane provinciale, e che quindi in fondo è un po’ anche lei la causa di tutto: artista pronto per iniziare i corsi all’Accademia, Adam è lì, presso una (a dir poco) sorprendente famiglia, che trova alloggio.
 Anche troppo giovane la madre, affascinanti i figli, Ben e Carmel, la situazione si complica praticamente fin da quando il nostro mette piede per la prima volta sulla porta d’ingresso. Anche se inizialmente, grazie alla più che schietta penna dell’autore, ci confida:
 “Dubitavo che avrei trascorso molto tempo al numero 52, sarei rientrato tardi a dormire, se poi ci sarei rientrato. Il piano per quanto riguardava la laurea era semplice: essere un tiratardi della… per i prossimi tre anni, nel corso dei quali avrei fatto vedere alla città i sorci verdi. Arrivavo dalla provincia ed ero eccitato all’idea di essere lì; il testosterone mi rimbombava nelle orecchie come le macchine di Formula Uno alla linea di partenza.”
 I motivi per correre, non c’è dubbio che li avrà. E nel caso, per mettere ordine, ad uso del confuso lettore, c’è anche una puntuale tabella, a pagina 220, che esclusi i week-end riassume i traguardi, pardon, l’andamento medio (leggi il dispendio energetico, i salti mortali, o come dice lui il monumento alla giovinezza) delle sue settimane.
 Che dire? Che forse avrebbe potuto abbassare il livello di adrenalina delle sue giornate (e nottate) se solo avesse preferito far segretamente condividere il suo piumone a due persone che non si trovassero proprio sul suo stesso pianerottolo.
  Ma che così ci avrebbe tolto il piacere (non comune, visti gli scivoloni nei quali la situazione avrebbe potuto scadere) di farci quattro folli, maliziose risate.

                                          Rita Guidi

domenica 20 gennaio 2019

AIRONFRIC (M.MONINA) di Rita Guidi


Aironfric. Come iron-freak. Ma in versione
 scrivi-come-parli. Che poi è la stessa di tutto il libro : “Aironfric” appunto (Strade Blu - Mondadori, 107 pagg.), di Michele Monina.
Sgrammaticato (quindi), demenziale, impossibile, provocatorio, il romanzo (continuiamo a chiamarlo così ?) ha un precedente illustre che salta agli occhi. Poche righe ed è impossibile non pensare a quel “Push - la storia di Precious Jones” di Sapphire, che tanto successo-scalpore ha avuto solo ieri negli States e poi da noi.
Altro spessore, là. Però stesso stile.  Un verismo buffo, scelto in quel caso per enfatizzare certa emarginazione metropolitana, e che qui ritorna, senza tragedie, per dirci una storia fantassurda ma vicina a certa vita.
 “che per farvi capire la situazione - si legge in prima pagina - forse è necessario fare un passo indietro come da tradizione che ancora non avete tutto il quadro davanti agli occhi questo è chiaro e allora ecco le presentazioni di rito che io sono paride paride trotti almeno per ora che tra un po’ per tutti sarò sonia questo il mio nuovo nome che ho scelto sonia come sonia braga”.
Insomma prendete un grasso, grassissimo protagonista (tale Paride Trotti di Ancona...), che però vorrebbe essere...una magrissima protagonista (“sonia braga ma anche cheit moss”), desiderosa  per di più di passeggiare lungo strade notturne ; trasformatela, nel corso del racconto, e per un’operazione sbagliata, in  un corpaccione d’acciaio ( ! ! !) assetato di vendetta, e avrete questo libro.
Che poi è anche un “rap”, o un “videogame”...
Contaminazioni. E’, e forse sarà sempre di più questa la parola chiave di certa scrittura. Che (ci) piaccia o no.
Non è un caso che il trentenne autore, disegnatore con Roberto De Angelis di Nathan Never, stia preparando una versione a fumetti di questo Aironfric destinata alla Francia. O che sia a traccia di Frankie hi-nrg la controcopertina che riassume l’avventura di questo nonsuper-noneroe.
Che però tenta un finale catartico-grottesco, veristicamente buffo. Kitsch. Emozione certo non di bellezza, ma libera, contaminata comunicazione. Scritta.

                                         Rita Guidi