domenica 12 maggio 2019

LA SUBLIME LEGGEREZZA DI CARLO AMEDEO AMMAN di Rita Guidi


Nulla a che vedere con Kundera, la leggerezza 
dell’essere è per Carlo Amedeo Amman tutt’altro che insostenibile. Sublime, invece, come dichiara nel titolo del suo ultimo libro (che esce ora per la Macro Edizioni), e come chiarisce subito anche a noi...
“Volevo un titolo che rivelasse un legame con il “tutto”, con quella spiritualità di cui qui si parla, - spiega Amman, il tono più che tranquillo, l’italiano perfetto che gli deriva dalla madre emiliana, anche se confessa di pensare, per la sua cittadinanza svizzera, in tedesco - e insieme suggerisse come ci si sente, anche con il corpo, in questa dimensione New Age ritrovata.”
E il libro vive proprio di questa sua personalissima esperienza ; ma la New Age sembra gremire oggi, iniziative e librerie, situazioni e atteggiamenti. Allora, dove comincia la moda, la trovata commerciale ?
“Capita spesso che all’interno di un’esigenza vera e trascinante, ci sia chi “nuota” nella corrente. Per questo, tutto quanto viene definito come New Age, va valutato da caso a caso. Per qualcuno, tra l’altro, ha una componente contorta, mistica, religiosa, settaria, con la quale certamente non mi identifico. New Age - prosegue Amman -  è invece vivere una spiritualità che non avverte come un fardello il corpo ; che vive anzi attraverso il corpo.”
Guardarsi e cercarsi dentro, quindi, ma con regole nuove...
“Con una sola regola (un termine, questo, poco New Age) : quella dell’autenticità. Perché noi siamo sempre la sfumatura di qualcun altro. O meglio, questo ci chiedono di essere : modificare la nostra autenticità sulla base di quello che vogliono gli altri. Nel lavoro come negli affetti. Valorizzare la nostra vera personalità, è allora questo nuovo modo di essere. Ed essere è il nuovo modo di dare. Di sentirsi finalmente leggeri, quindi. Forse anche questo è il motivo di un successo.
          
                                                                                                               Rita Guidi



sabato 11 maggio 2019

TEMPO DI NEW AGE di Rita Guidi


Fine millennio sembra il risveglio dei “suchende”. 
Voglia di sonno per una ragione troppo fredda. Aliena da quel voler essere dello spirito, cui si rivolgono invece coloro che intraprendono questo post-newtoniano cammino. I “suchende”, appunto, come li chiamerebbe quell’Hermann Hesse di un “Siddharta” che non sembra davvero essere (mai) così lontano. Quei “cercatori”, cioè, per i quali l’inquietudine stessa è già un trovare e trovarsi. Viaggiatori dell’infinito orizzonte del sé, che sembrano aver scelto il Duemila come meta della loro partenza, e che per questo si chiamano dentro quel “fenomeno” ormai popoloso, affermato ma tutt’altro che sbiadito della New Age. Una Nuova Era già densa di riti, suoni, personalità, esplosa anche letterariamente, attorno al successo de “La profezia di Celestino” di James Redfield. In quei primi anni ’90 un tam-tam da sei milioni di copie (negli States), ed oggi invece, naturalmente, una certezza editoriale per un genere che stampa copie su copie incalzato dall’urgenza delle richieste.
Lo stesso Redfield insiste (dopo “La decima illuminazione” e “La guida alla profezia di Celestino”), ed esce ora con questo “La visione di Celestino” (sempre di Corbaccio) che dichiaratamente definisce come il manifesto teorico della nuova spiritualità.
Non più romanzo ma saggio, l’autore sottolinea anche così l’avvenuta presa di coscienza di questo “nuovo” desiderio di essere ; un risveglio del quale illustra e discute le basi scientifiche e storiche, come se fosse ormai questo il destino dell’uomo nel terzo millennio.
L’argomentazione è suggestiva : sa di abbandono ad un’essenza (Redfield ci perdonerà) soffocata ma mai dimenticata da che l’uomo è uomo. E’ l’attenzione all’inconcretezza e al sogno ; il rifiuto del sentirsi pesante e finitissima materia ; e invece pensiero, leggero e forte fino alla preghiera, così come già sapevano i saggi più lontani, d’Oriente e d’Occidente, nascosti come il loro Medio Evo dall’urgenza di fretta e di scienza e di entusiasmo tecnologico da fine Novecento.
Redfield dice che non è più così. Che quello sguardo infelice e insoddisfatto per l’incalzare della nostra corsa a qualsivoglia vitello d’oro, è un presente contato, da lasciarsi alle spalle. Il futuro è nuovo quanto il richiamo ancestrale dello spirito. E viene semmai da chiedersi perché esso conduca altrove (si parla qui di meditazione, guardando agli yogi, di sincronicità, guardando a Jung...) rispetto a quella vicinissima (ma forse il motivo è proprio questo) soluzione che la risposta cristiana ci offre, e che qui è solo accennatamente compresa.
Se lo è chiesto anche Andrea Colombo, con questo suo “Guarire l’anima” (Mondadori) ; altra uscita di un certo spessore in un panorama non sempre esaltante di titoli.
E’ infatti anche questo un viaggio (potrebbe non essere così ?) sulle tracce e i Paesi dove alloggia questa spiritualità post-moderna. Che potremmo anche chiamare (l’ultima ?) libertà.
“Qui siamo oltre il freddo mondo del raziocinio - scrive infatti Colombo - L’uomo del terzo millennio non ne sente più il bisogno, imbrigliato com’è da mille regole e regolamenti.(...)Regole dell’economia globale e del mercato, cui deve sottostare, regole del pensiero unico che non può contraddire. Da queste gabbie l’uomo contemporaneo guarda al sacro come allo spazio residuo di libertà, dove vivere l’apparente contraddizione, l’illogicità dotata di una sua logica, la gestualità a tratti incomprensibile, perché proiettata verso un  mondo totalmente altro.”
Un mondo, che dopo dodici tappe, l’autore rintraccia ad esempio qui, a due passi da noi, nelle parole e nei gesti di un parroco della campagna piacentina : la sua risposta ai bisogni di sofisticata spiritualità post-rurale è un successo che si è inventato in tre stanze, dove organizza una orazione mentale notturna. E’ una meditazione occidentale ritrovata ; uno sguardo verso l’alto.  Il valore di una leggerezza dell’anima, che ci ricongiunge ad atmosfere forse più modaiole ed esotiche, così come a molti titoli di questi autori new-age.
“La sublime leggerezza dell’essere” è ad esempio proprio il racconto e l’invito di Carlo Amedeo Amman (Macro Edizioni ; e quattro chiacchiere in proposito con lui le trovate qui accanto), che spiega attraverso la propria esperienza, come (ri)trovare il sentiero per la lontananza. Il tono un poco più ispirato, l’approccio un poco meno sofisticato, il libro utilizza il proprio vissuto come leva diretta per illustrare l’avventura di un’autoscoperta ; ma esemplifica, per questo, alcuni principi che sembrano essere ricorrenti tra tutte queste pur diverse pagine : l’abbandono all’istinto, alle “coincidenze”, a quelle che diventano curiose occasioni, ma destinate a guidarci nel mistero del nostro cammino, nella nostra ricerca. “La vita è ciò che sta capitando mentre sei preso a fare altri piani”, non a caso è la citazione che l’autore preferisce in premessa.
E “ciò che sta capitando” può essere una persona, anche : come racconta Chuck Norris, in questo suo “Il segreto del mio successo” : per caso si appassiona di arti marziali, per caso conosce Bruce Lee, per caso diventa attore e persona nuova. Nel senso che smette di guardare alla casualità di questi eventi, per affidarsi a quella rilettura interiore, che è poi sintetizzata in questa sua autobiografia.
Vite inventate, invece, ma di altrettanti cercatori, quelle infine che ci riconducono alle soglie del romanzo : come ad esempio “Il cammino del cuore” di Fernando Sanchez Drago, e “Il viaggio del santo” di Susan Trott.
Il madrileno Drago ci risospinge ai sogni del ’68 ; a quel pellegrinaggio disilluso dai nuovi decenni, ma che è la riconosciuta radice storica più recente di questo, invece, così contemporaneo. Si dirige ad Oriente, quindi, il protagonista, a cercare quella vita dell’anima che incontrerà solo al ritorno, nel sorriso appena nato di una figlia.
Così come dirige al metaforico oriente del proprio maestro, il percorso immaginato della californiana Trott. Più contemporaneo e quotidiano, il racconto offre, una tappa dopo l’altra, pillole serene di saggezza in risposta alla tanta consueta frenesia che caratterizza il nostro mondo, e che appare così, improvvisamente e sommamente ridimensionato.
Puntuale, quasi ad ogni capitolo, l’invito e l’entusiasmo di qualcuno che dice “andiamo”.
C’è sempre, è evidente, un sogno, un pensiero o un luogo da raggiungere, per chi ha voglia di farlo.


                               Rita Guidi

mercoledì 8 maggio 2019

SCULTURE VEGETALI (GIN REBAUDI BRAGA) di Rita Guidi


Risultati immagini per bambuFoglie ? Sugheri ? Agavi ? Bambù ? Il dubbio è lecito quanto la certezza, assistendo alla performance verde di Gin Rebaudi Braga.Nulla a che fare con la pur suadente magia di qualsivoglia giardino o lo splendore accesso di accostamenti e florescenze, la natura ci svela, grazie al suo estro, un segreto nuovo : perché insegue il linguaggio dell’arte, in queste “sculture vegetali” ; titolo, appunto, della sorprendente mostra, ospitata presso la Galleria Niccoli (fino a venerdì), e organizzata in collaborazione con la Società Italiana Birdgarden.
Risultati immagini per agaveUn modo forte, per dire che l’espressione artistica contemporanea, sempre esigente di nuovo, può contare da ora su un materiale inedito. Sul gioco estetico, effimero ma non troppo, di una natura snaturata con eleganza dai luoghi comuni dello sguardo ; eppure gradevole e nostra, per l’alto contenuto, comunque, di deja-vù.Foglie esatte di agave invitano a un’esplosione di  bellezza, zucche aggrovigliate e contorte ammiccano a un amplesso o inventano una catena, sugheri tranciati di materia suggeriscono l’infinito, la fuga di un fiore da un verde e tondo cespuglio accenna all’astratto, e il bambù, esatto come diametri, traspare in un gioco optical.
Tutto è, insomma, conosciuto e nuovo. Ricetta estraniata di fine Novecento, che poggia sulla base immediata di un’idea, vi unisce una lunga esperienza delle cose e la compone di accostamenti nuovi : Gin Rebaudi Braga lavora così. Qualche mese di prove (tra schizzi e prototipi) per questa dozzina di sculture, dopo il desiderio di un istante, e lo studio di anni.  Dimostratrice e insegnante pluridiplomata e pluripremiata di composizione floreale (tiene corsi, appunto con la SIB, anche nella nostra città) e autrice di manuali e libri in proposito, ha tradotto così un’altra sua esperienza ed esigenza. E svelato un altro (l’ultimo ?) segreto, nell’invitarci a non scegliere più, se si tratti di scultura o natura.

                                    Rita Guidi

lunedì 6 maggio 2019

INTERVISTA A GUIDO CONTI di Rita Guidi


E’ indaffarato senza l’aria di esserlo, Guido Conti. Parcheggia lo scooter, si aggiusta il pullover, appoggia sul tavolo il telefonino, che per fortuna non squilla mai. Poi parla. Un’ora, due. Non guarda mai l’orologio. Rientrano anche queste, poco più che chiacchiere dalla cadenza nostrana, negli impegni che ha per i prossimi vent’anni.
Ecco : se c’è una cosa che sorprende in lui, nella sua aria tranquilla, addirittura comune (ma se questo suonasse come offesa, diremo da parmigiano doc, nella faccia e nei modi), è l’amicizia con la quale tratta gli anni. A decine. Perché ha questo progetto, appunto, di lavoro e di studio in un lungo futuro ; e perché scrive di racconti ambientati (invece) all’indietro, anche se è un lontano vivo e senza giorni.
Un tempo che è solo il contorno di un luogo : il territorio, questo territorio.
Ed è la nostra radice orizzontale, la pianura.
Scriverne, non è allora che seguirne la linea, diritta, dell’orizzonte. Proseguire, meglio, quel movimento eterno e ininterrotto che ne fa una somma irrinunciabile di memorie...
“La memoria è la vera contemporaneità - afferma sicuro - Non la città, non la metropoli. Mi sembra che ci sia questa sorta di equivoco che intrappola tanti giovani autori ; certo giovanilismo. La nostra società, la nostra realtà, è caratterizzata invece proprio da una stratificazione accelerata e violenta di generazioni. Un problema è allora di non perderne le tracce. Dare fiato a qualcosa che c’è, anche se nascosto dall’apparenza del nuovo.”
Questo è il suo progetto. Questi i suoi racconti. Anche i quindici de “Il coccodrillo sull’altare”, la raccolta che esce ora per i tipi della Guanda. Orizzonti rurali, il Po, storie perdute, metafore accese ; atmosfere surreali, oralità risvegliata dall’eco di un linguaggio che strizza l’occhio al dialetto. E dieci anni di lavoro dei suoi trentatrè. Perché lui, le spalle forti, gli occhi più scuri, è e vuole essere anche artigiano...
“Scrivere un racconto è come costruire un mobile - spiega - Non basta l’idea, occorre la tecnica, saper piallare, intagliare, cesellare...Io le parole le lavoro per anni. Non credo a chi scrive di getto. Credo molto invece ai laboratori di scrittura. Che non bastano per diventare scrittori, certo, ma per imparare la tecnica sì ; e il talento va guidato.”
Anche a lui è successo un po’ così : magistrali a Parma, Lettere a Bologna, seminario di lettura e scrittura del Professor Frasneli. E’ lui che lo spedisce da Tondelli, ed è Tondelli che gli pubblica un racconto su “Under 25”, nel 1990. (Anche se di fare lo scrittore l’aveva già deciso a diciott’anni, sia perché è l’età in cui bisogna pensare a quale strada prendere, sia per mille motivi : suoi, “spiega”...)
Poi qualche anno di silenzio...
“Ero fuori moda  -  sorride - Sempre per via della memoria - aggiunge - Giocavo anche allora la stessa partita di oggi, ed era, come è, diversa da quella che molte case editrici vorrebbero imporre.”
Come carte i ricordi, i racconti ascoltati dal padre, debito riconosciuto che definisce preziosa memoria viva (di nuovo) di una realtà scomparsa. Le sue storie padane e “fuori moda” nascono proprio così...
“Da vicende vere. Da immagini. - precisa - Ci sono immagini forti, che ascolto, che vedo, e che mi guidano la  fantasia e diventano il nucleo di ogni racconto. (Un coccodrillo nel Po...Un uomo, di nuovo sul Po, mangiato dalle zanzare...) Intorno a quella intuizione, poi, i personaggi e le situazioni si svolgono e vivono da sé. Perché ti devono prendere la mano, i racconti. E se la storia non è abbastanza forte, se tu non diventi uno strumento della scrittura, allora c’è qualcosa che non va, hai sbagliato tutto.”
Una sconfitta ai cento metri, aggiunge. Perché così è lo scrittore di racconti : lo scatto, non  la tenuta che deve invece avere un corridore di fondo, un romanziere. Ed è proprio quella pista breve che per Conti rappresenta la grande tradizione del ‘900 italiano...
“Ho letto da poco “La sirena” di Tomasi di Lampedusa, e “Casa d’altri” di Silvio D’Arzo, e sono due capolavori assoluti ! Ma amo molto anche Romano Bilenchi e Goffredo Parise de “I sillabari”...”
Buttiamo là un Hemingway (quello dei Quarantanove racconti), ma non è certo un suggerimento...
“Dopo la distruzione di Joyce - aggiunge - è lui che ha ricostruito la capacità di narrare, nel ‘900...Poi leggo e mi piacciono anche gli irlandesi...Frank O’Connor...Ma perché dobbiamo parlare di autori stranieri ?”
Torniamo a quelli italiani, allora. Crediti ? Debiti ?
“Il Battistero ! - afferma sicuro ; e quasi non ci sorprende : perché è certo quella, più che mai, un’immagine - C’è da imparare di più a guardare il Battistero - spiega - che a leggere tanti autori. C’è il romanico (quel che serve a fare critica letteraria), solido, semplice, scolpito. Un mondo padano. E poi la follia, padana anche questa, dello zooforo...”
La memoria della pietra contro la superficie della nebbia, che cancella. Svicoliamo, insistiamo : sempre debiti, ma del libro...
“Del libro ? “Morte sul Po” : è ispirato a un racconto di Zavattini raccolto da una donna di Luzzara ; l’ho ritrascritto immaginandomi il  finale. E “Il nano e la spilungona” : il titolo è quello di uno dei racconti mai scritti di Arturo Loria... I titoli sono importantissimi - riprende appena divagando - A volte bastano a farne un nucleo vivo, quella famosa immagine...”
Il coccodrillo sull’altare (e non altri), allora, perché per l’intera raccolta ?
“Perché il coccodrillo è il male (è il “drago” che in tanti quadri spesso la Vergine calpesta), e l’esorcismo dal male è l’elemento comune che credo trascorra in tutte queste mie storie.”
Anche per questo, logicamente, è anche “lui” (il coccodrillo) che illustra la copertina del libro. Non quello però, massiccio come una leggenda, che ha disegnato lo stesso Conti : un carboncino che srotola da sotto il braccio, e che vedete qui accanto. Perché, è evidente, anche questo fa.
A proposito, cos’altro fa ? Un po’ di cinema, un po’ di  musica, un po’ di tivù. Guido Conti è improvvisamente di poche parole. Un po’ di giornalismo, aggiunge. Anzi, ora non più, perché non gli offre lo spazio necessario ai suoi studi, al suo progetto culturale : sta preparando altri libri, sui grandi scrittori, le grandi personalità (e sono trenta, quaranta, ben più di quanto si pensi, aggiunge) che hanno nutrito e si sono nutrite di questa nostra pianura. Sta scrivendo altri racconti : uno, un po’ più lungo, uscira per conto suo, l’anno venturo, sempre per Guanda. Forse un romanzo.
Ecco cos’altro fa. Un impegno così, per i prossimi vent’anni.

                                    Rita Guidi

sabato 4 maggio 2019

UNA PALESTRA PER L'AUTOSTIMA di Rita Guidi


Risultati immagini per autostimaSiete sicuri di essere persone di talento adeguatamente valorizzate ? Siete sicuri di essere persone di talento ? Siete sicuri ?
Non consideratelo, certo, il solito test ; ma se il vostro inchiostro entra più facilmente in riserva, e preferisce delle tre, l’ultima di queste frasi, il punteggio rinvia ad un piccolo, inequivocabile campanellino d’allarme : come sta la vostra autostima ? Volete migliorarla ? Volete migliorarla e diventare la persona che davvero siete ? Volete migliorarla e diventare la persona che davvero siete e anche di più ? 
Risultati immagini per autostimaPrego, leggete. La vostra unica incertezza sarà quella (a quanto pare) di quale libro scegliere nel panorama di pubblicazioni che a getto continuo affrontano l’argomento.
Impararsi, apprezzarsi, valorizzarsi, sembra essere il (richiestissimo) traguardo del giorno. Tramonto o radice estrema dell’edonismo anni ’80, non sembra si voglia essere yuppie’s se non di se stessi.
Tra “palestra” ( quella per allenare all’equilibrio la mente) e “rampantismo” ( tutto puntato a “diventarsi”) La meta sembra non essere comunque facile.
L’autostima è un barometro terribilmente delicato, pronto a segnare entusiasmo o umor nero non solo nelle nostre giornate ma anche in tutta la nostra vita.
Risultati immagini per autostima Non a caso, è proprio la lancetta tra depressione e bello-stabile, ad illustrare la copertina del volumetto di Maria Miceli (collana ‘Farsi un’idea’ del Mulino) che titola appunto “L’autostima”. Bando alle ricette facili o alla faciloneria di proposte e interpretazioni, il libro è “scientifico” e però insieme sintetico e chiaro, sui meccanismi e sulle conseguenze delle diverse valutazioni del sé. Come dire che la conoscenza di essi è il primo serio passo da compiere.
E come dire che noi siamo ciò che pensiamo : e’ davvero sorprendente scoprire quanto sia condizionante agli occhi degli altri il “pensiero” (più o meno inconsapevolmente trasmesso) che noi abbiamo... di noi.
 E viceversa, naturalmente. Ma è un gioco a feed-back davvero complesso, che ci rende spesso maschere nude, preda di giudizi propri o altrui che possono metterci in crisi. Questo diventa allora il vero problema : scoprirci allo specchio diversi da quello che crediamo di essere. Sentirci considerati di meno, ma anche di più ( e anche questo sorprende), rispetto al grado di autostima che da sempre abbiamo fissato per noi stessi. Il variabile, insomma, è qui tutt’altro che sereno, perché l’instabilità è tremenda, eccessiva sofferenza.  Ci valutiamo poco intelligenti (l’intelligenza è al vertice delle nostre graduatorie interne) e invece l’esame è andato d’incanto ? Un caso. Inutile illudersi di essere un genio per poi soffrire cocenti delusioni. Viceversa “sappiamo” di essere dei geni ? La bocciatura all’esame è allora solo stanchezza per mancanza di sonno, scarsa concentrazione perché ci è morto il gatto e così via.  
 Quindi : siamo una frana ? Pazienza. Meglio che siamo instabili noi che la nostra (bassa o alta) autostima.  Perché poi dipende sempre da che tipo di frana siamo : ad esempio, se la mia massima aspirazione è quella di essere un ottimo giocatore di scacchi e già sto ottenendo buoni risultati, mi importerà assai poco di non reggermi in piedi sugli sci ! Non è questo, e torniamo al punto, che abbasserà la mia autostima. E la Miceli (ricercatrice all’Istituto di Psicologia del CNR di Roma) è anche in questo caso molto chiara nell’illustrarci valori e rapporti tra autostima “specifica” e “globale” ; non senza qualche conseguente e implicito consiglio per limature e miglioramenti.
Indicazioni che si fanno assolutamente esplicite, ne “Il pensiero positivo” di Anthony Di Mello (Piemme). Un’idea dal taglio più “americano” (che trovate in dettaglio qui a fianco), e che propone un percorso di trasformazione in tre settimane, test di autoverifica compresi.
Questa volta la spinta è decisamente all’insù, insomma ; tant’è che si rivolge proprio a “un’aquila che si crede un pollo” (testuale), per liberarsi, come sempre, dai condizionamenti, ed essere ciò che si vuole.
Anche femmina, sembra aggiungere Adrien Mendell, psicologa americana specializzata in problemi relazionali in ambito professionale. Questo suo “Come pensano gli uomini” (badate bene : “come” e non “cosa” perché quello sarebbe tutt’altro discorso), è infatti proprio una guida per le donne che vogliono sfondare nel mondo del lavoro. 
La vostra autostima vacilla perché il capo è comunque a voi e non ai vostri colleghi “maschi” che durante la riunione chiede il caffè ? Siete abbacchiate perché sempre lo stesso capo riserva ai vostri colleghi “maschi” aumenti di stipendio e di grado, e gratifica (o almeno lo crede) voi tutt’al più con un occhio da cascamorto ? Ecco sette regole sette per la riscossa. Invece di piangersi addosso, giocare (perché, pare, il lavoro è per il maschio come il gioco, lo sport la “guerra” cui si allena fin da bambino) con le loro stesse carte. Senza la paura di essere donna, e soprattutto di non farcela.
Perché ad esempio l’emotività, si sa, più propria dell’universo femminile, può giocare infatti brutti scherzi. Per usarla al meglio e ancora una volta non lasciarsene intimorire, valorizzarla e quindi valorizzarsi, ecco “Il quoziente emotivo” di Isabelle Filliozat (Piemme). Il volume riprende la recente questione sollevata da tanti studiosi americani in polemica con il celebre QI (quel quoziente di intelligenza che i soliti test rilevano sulla base di quello che in realtà è “conformismo sociale”), a favore del QE. Un quoziente, una intelligenza emotiva, legata ad un’utilizzazione del sé (non solo razionale) a tutto tondo, e che quindi favorisca il nostro “savoir-faire” e “savoir-etre”, per affinare le nostre capacità e migliorare le nostre relazioni con gli altri. Come ? Ve lo spiegano qui ; test, come sempre, compresi.
E sempre a una certa idea dell’emozione additano un paio di titoli rispettivamente di Mondadori e della Demetra: si tratta de “La seconda vista” di Judith Orloff e di “Usa ciò che sei” di Antonio Guidi.
La Orloff cerca più in là delle possibilità consuete, delle capacità consuete, che possiamo affinare : invita (un invito da psichiatra, beninteso) a liberare quella “seconda vista” che sempre soffochiamo, e a utilizzare queste percezioni (extrasensoriali) nella vita di tutti i giorni.
Guidi (e non vi sembri impossibile) va ancora oltre. In queste cento pagine racconta la sua storia di medico, neuropsichiatra, già Ministro e ora Parlamentare ; la sua vita di padre (ha tre figli) e di uomo. Di disabile, anche. Particolare che, con le parole semplici e toccanti che descrivono questa sua vicenda vera, diventa appunto solo quello che è (che può essere) : un particolare. E non un condizionamento determinante e negativo.
E’ allora davvero un libro per guardare con nuovi occhi alle proprie difficoltà e alla propria vita. Un test per confrontarsi e capire.
Per quando diventare se stessi è ancora più difficile.

                                    Rita Guidi

venerdì 3 maggio 2019

DIARIO DI UN KILLER SENTIMENTALE (L.SEPULVEDA) di Rita Guidi


Sepulveda in “noir” è sempre Sepulveda. 
L’autore cileno, un po’ nomade e un po’ spagnolo, si diverte e diverte a cambiare registro ; eclettico, però, quel tanto che basta da restare se stesso.
La sua penna, insomma, è inconfondibile : dai primi grandi riconoscimenti, ai tempi e al successo (solo di ieri) del racconto-fiaba, “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Fino a questo “Diario di un killer sentimentale”, che esce oggi per i tipi della Guanda.
Brevemente perfetto, il romanzo si legge d’un fiato. Settanta pagine per sette giorni in “biblico” (infernale...) crescendo, da vivere attraverso i pensieri, i ricordi, i gesti, la personalità del protagonista.
 Killer sentimentale appunto, innamorato e truce, buffo per forza in questa sua poco professionale contraddizione. Un ritratto forte, che l’ironia latina spesa dall’autore a piene mani, trasforma spesso in caricatura. Con cenni di “deja vu” all’indimenticabile “Leon” (protagonista dell’omonimo film, non a caso ricordato dall’autore in queste pagine), e alla più classica tradizione gialla, addirittura verso quegli investigatori seriali che-non-sbagliano-mai della Christie o di Conan Doyle.
Uguale e contrario, anche lui non-sbaglia-mai ; e anche lui è “seriale”, nell’incassare ricompense, esentasse, con sei zeri sulla destra, per l’essere killer, però.
Carriera tranquilla fino agli occhi francesi che incontra in un bar, oltre una pila di libri. Da studentessa a donna sofisticata, ben più che un batticuore, la ragazza dai capelli color castagne mature, finisce ben presto nell’universo stabile della sua vita e dei suoi sogni.
Grave errore.
“Prima di portare a termine un incarico cerco di dormire molto - racconta infatti il nostro - e il modo migliore per farlo è evitare i sogni, quei territori in cui veniamo portati senza che ci sia chiesto se vogliamo andarvi.”
Trascinato così in una dimensione molto umana e poco assassina, non solo sogna, ma sogna di lei. Lei, che...”mi portò per mano in una giornata d’autunno nei giardini del Luxembourg...scrisse frasi d’amore con la lingua sullo specchio...mi lesse versi di Prevert, di Dylan Thomas, e di altri tizi che mi lasciarono del tutto indifferente, mi sussurrò canzoni di Brel e io giurai che capivo le parole...”
Romanticone di un killer ! Con l’equilibrio di anni rotto dal tumulto del cuore, figuriamoci che gli accadrà se è addirittura proprio il cuore a rompersi del tutto. Spezzato da quel sogno che ha tutta l’intenzione di mollarlo.
Il pericolo è femmina, lo ha sempre saputo. Soprattutto se ha un nome di quelli che non si possono acquistare sul catalogo delle bellezza a nolo. Come ha sempre saputo che ci sono giorni in cui anche il migliore dei killer dovrebbe starsene a letto e rifiutare anche quei famosi sei zeri sulla destra, esentasse. Giorni in cui ti fai domande su quell’incarico dallo sguardo che ispira, accidenti !, simpatia, e  che dovresti invece semplicemente eliminare ; giorni in cui ricordi con dolore il passato, tutti quei lavoretti indimenticabilmente ben fatti.
Giorni che iniziano male, insomma. Come alla pagina uno del capitolo uno, il primo giorno di questo libro.
Luis Sepulveda gliene concede sette, nei quali i binari tra il proprio destino di uomo e quello di killer raggiungono una coincidenza. Sette : per ritrovare o perdere (e se non facesse differenza ?) sè stesso.

                                         Rita Guidi

mercoledì 1 maggio 2019

IL MONDO DI RIGOBERTA MENCHU di Rita Guidi



E pensare che è nata nel “piccolo luogo dei conigli”. 
Laj Chimel, in lingua K’iche’, traduce con un appellativo così dolcemente modesto una terra alta e millenaria...
“Chimel è un posto dove le nuvole ondeggiano pigre al di sopra dell’umida montagna. Il colore delle vette è azzurro scuro, e quando il cielo si apre, limpido e severo, il mondo appare come nuovo...”
Questo è il Guatemala di Rigoberta Menchù. O meglio quello che ha nel cuore. Il Paese dove ha lasciato l’ombelico : radice nativa dal peso immenso nella tradizione maya, e per questo sottolineata con forza dagli autori delle brevi e belle righe introduttive del dolente e intenso volume che di lei la Giunti pubblica ora, “Rigoberta, i Maya e il mondo” (con la collaborazione di Dante Liano e Gianni Minà).
Fra lacrime e sorrisi, - scrive infatti Humberto Ak’abal -  (Rigoberta) ci conduce al momento del suo ritorno a questo pezzettino di terra dove aveva lasciato l’ombelico...”
“Voce di voci, tempo dei tempi, la voce di Rigoberta non parla degli indios maya, ma dagli indios - insiste Eduardo Galeano - E con loro(...)il lettore si addentra pagina dopo pagina nei misteri della terra da cui Rigoberta è stata generata. Lì il suo ombelico è stato bruciato e sotterrato, perché mettesse radici...”
Certo così è stato, e il libro ne è testimonianza più che racconto. Perché solo la linfa di quelle radici, giustifica la forza di questa donna fragile. Piccoletta e scura, come dice lei, con la faccia da povera, la faccia da Maya, la faccia da indigena, Rigoberta è rimbalzata agli occhi del mondo quando ha vinto il Premio Nobel per la Pace, nel 1992.  Riconoscimento internazionale di un percorso paziente, umile e infinito, fatto di poesie, di esilio, di parole e attese nei corridoi dell’ONU, per dar voce all’anima antica del suo Paese diviso.
Nulla di cui montarsi la testa : se c’è un termine per definire la cadenza del suo racconto, il prima e il dopo dell’indubitabilmente importante evento, questo è “equilibrio”. Viatico per la saggezza, del resto, nella tradizione del suo popolo.
Il Nobel, allora, è per lei coscienza di voler testimoniare anche questo modo di essere ; pur ben sapendo, scrive, che gli avi ci hanno insegnato che una sola persona non fa la storia.  Il Nobel, ancora, è per lei certezza di speranza, cenno di mutamento, considerazione più attenta dei problemi delle cosiddette minoranze, occasione di maggior ascolto ; anche se si augura che questo non dipenda dal solo fatto - scrive - che così va il mondo, in cui un attestato, un diploma è quello che ci vuole per essere presi in considerazione.
Insomma, e comunque, qualcosa è cambiato, nel bene e nel male (perché in ogni cosa è racchiuso un po’ dell’uno e un po’ dell’altro) dopo quella data. Alla dogana, ad esempio, non la perquisiscono più (almeno finchè non ricorda il suo titolo...) in modo “molto grossolano” : da rifare le valigie insomma. Come accade, spesso, agli altri indios. Rigoberta lotta anche per questo, per questi piccoli fastidi di piccolissima umanità. E per il fatto che basterebbe poco per cambiare tanto. Ad esempio iniziando a comprendere chi sceglie di non seguire la corrente più forte, nell’oceano del mondo.
I Maya pensano che l’uomo non sia fatto per comprare-vendere-guadagnare. Anche per questo innalzavano templi fino al cielo, anziché coniare monete dalle loro ricche miniere d’argento.
E ci sono popoli e uomini, che, come loro, hanno un’altra idea di povertà. Forse non sono tantissimi, e per questo qualcuno li chiama minoranze. Eppure non sono ( e non devono essere) specie protette. Non sono farfalle.
“Non siamo farfalle - scrive forte la Menchù - Perché non si accetta l’idea che i popoli indigeni potrebbero, a loro volta, insegnare qualcosa al mondo di oggi ?”
E’ questo il mondo nuovo che sogna di vedere sotto il cielo limpido di Laj Chimel.

                                         Rita Guidi