mercoledì 8 maggio 2019

SCULTURE VEGETALI (GIN REBAUDI BRAGA) di Rita Guidi


Risultati immagini per bambuFoglie ? Sugheri ? Agavi ? Bambù ? Il dubbio è lecito quanto la certezza, assistendo alla performance verde di Gin Rebaudi Braga.Nulla a che fare con la pur suadente magia di qualsivoglia giardino o lo splendore accesso di accostamenti e florescenze, la natura ci svela, grazie al suo estro, un segreto nuovo : perché insegue il linguaggio dell’arte, in queste “sculture vegetali” ; titolo, appunto, della sorprendente mostra, ospitata presso la Galleria Niccoli (fino a venerdì), e organizzata in collaborazione con la Società Italiana Birdgarden.
Risultati immagini per agaveUn modo forte, per dire che l’espressione artistica contemporanea, sempre esigente di nuovo, può contare da ora su un materiale inedito. Sul gioco estetico, effimero ma non troppo, di una natura snaturata con eleganza dai luoghi comuni dello sguardo ; eppure gradevole e nostra, per l’alto contenuto, comunque, di deja-vù.Foglie esatte di agave invitano a un’esplosione di  bellezza, zucche aggrovigliate e contorte ammiccano a un amplesso o inventano una catena, sugheri tranciati di materia suggeriscono l’infinito, la fuga di un fiore da un verde e tondo cespuglio accenna all’astratto, e il bambù, esatto come diametri, traspare in un gioco optical.
Tutto è, insomma, conosciuto e nuovo. Ricetta estraniata di fine Novecento, che poggia sulla base immediata di un’idea, vi unisce una lunga esperienza delle cose e la compone di accostamenti nuovi : Gin Rebaudi Braga lavora così. Qualche mese di prove (tra schizzi e prototipi) per questa dozzina di sculture, dopo il desiderio di un istante, e lo studio di anni.  Dimostratrice e insegnante pluridiplomata e pluripremiata di composizione floreale (tiene corsi, appunto con la SIB, anche nella nostra città) e autrice di manuali e libri in proposito, ha tradotto così un’altra sua esperienza ed esigenza. E svelato un altro (l’ultimo ?) segreto, nell’invitarci a non scegliere più, se si tratti di scultura o natura.

                                    Rita Guidi

lunedì 6 maggio 2019

INTERVISTA A GUIDO CONTI di Rita Guidi


E’ indaffarato senza l’aria di esserlo, Guido Conti. Parcheggia lo scooter, si aggiusta il pullover, appoggia sul tavolo il telefonino, che per fortuna non squilla mai. Poi parla. Un’ora, due. Non guarda mai l’orologio. Rientrano anche queste, poco più che chiacchiere dalla cadenza nostrana, negli impegni che ha per i prossimi vent’anni.
Ecco : se c’è una cosa che sorprende in lui, nella sua aria tranquilla, addirittura comune (ma se questo suonasse come offesa, diremo da parmigiano doc, nella faccia e nei modi), è l’amicizia con la quale tratta gli anni. A decine. Perché ha questo progetto, appunto, di lavoro e di studio in un lungo futuro ; e perché scrive di racconti ambientati (invece) all’indietro, anche se è un lontano vivo e senza giorni.
Un tempo che è solo il contorno di un luogo : il territorio, questo territorio.
Ed è la nostra radice orizzontale, la pianura.
Scriverne, non è allora che seguirne la linea, diritta, dell’orizzonte. Proseguire, meglio, quel movimento eterno e ininterrotto che ne fa una somma irrinunciabile di memorie...
“La memoria è la vera contemporaneità - afferma sicuro - Non la città, non la metropoli. Mi sembra che ci sia questa sorta di equivoco che intrappola tanti giovani autori ; certo giovanilismo. La nostra società, la nostra realtà, è caratterizzata invece proprio da una stratificazione accelerata e violenta di generazioni. Un problema è allora di non perderne le tracce. Dare fiato a qualcosa che c’è, anche se nascosto dall’apparenza del nuovo.”
Questo è il suo progetto. Questi i suoi racconti. Anche i quindici de “Il coccodrillo sull’altare”, la raccolta che esce ora per i tipi della Guanda. Orizzonti rurali, il Po, storie perdute, metafore accese ; atmosfere surreali, oralità risvegliata dall’eco di un linguaggio che strizza l’occhio al dialetto. E dieci anni di lavoro dei suoi trentatrè. Perché lui, le spalle forti, gli occhi più scuri, è e vuole essere anche artigiano...
“Scrivere un racconto è come costruire un mobile - spiega - Non basta l’idea, occorre la tecnica, saper piallare, intagliare, cesellare...Io le parole le lavoro per anni. Non credo a chi scrive di getto. Credo molto invece ai laboratori di scrittura. Che non bastano per diventare scrittori, certo, ma per imparare la tecnica sì ; e il talento va guidato.”
Anche a lui è successo un po’ così : magistrali a Parma, Lettere a Bologna, seminario di lettura e scrittura del Professor Frasneli. E’ lui che lo spedisce da Tondelli, ed è Tondelli che gli pubblica un racconto su “Under 25”, nel 1990. (Anche se di fare lo scrittore l’aveva già deciso a diciott’anni, sia perché è l’età in cui bisogna pensare a quale strada prendere, sia per mille motivi : suoi, “spiega”...)
Poi qualche anno di silenzio...
“Ero fuori moda  -  sorride - Sempre per via della memoria - aggiunge - Giocavo anche allora la stessa partita di oggi, ed era, come è, diversa da quella che molte case editrici vorrebbero imporre.”
Come carte i ricordi, i racconti ascoltati dal padre, debito riconosciuto che definisce preziosa memoria viva (di nuovo) di una realtà scomparsa. Le sue storie padane e “fuori moda” nascono proprio così...
“Da vicende vere. Da immagini. - precisa - Ci sono immagini forti, che ascolto, che vedo, e che mi guidano la  fantasia e diventano il nucleo di ogni racconto. (Un coccodrillo nel Po...Un uomo, di nuovo sul Po, mangiato dalle zanzare...) Intorno a quella intuizione, poi, i personaggi e le situazioni si svolgono e vivono da sé. Perché ti devono prendere la mano, i racconti. E se la storia non è abbastanza forte, se tu non diventi uno strumento della scrittura, allora c’è qualcosa che non va, hai sbagliato tutto.”
Una sconfitta ai cento metri, aggiunge. Perché così è lo scrittore di racconti : lo scatto, non  la tenuta che deve invece avere un corridore di fondo, un romanziere. Ed è proprio quella pista breve che per Conti rappresenta la grande tradizione del ‘900 italiano...
“Ho letto da poco “La sirena” di Tomasi di Lampedusa, e “Casa d’altri” di Silvio D’Arzo, e sono due capolavori assoluti ! Ma amo molto anche Romano Bilenchi e Goffredo Parise de “I sillabari”...”
Buttiamo là un Hemingway (quello dei Quarantanove racconti), ma non è certo un suggerimento...
“Dopo la distruzione di Joyce - aggiunge - è lui che ha ricostruito la capacità di narrare, nel ‘900...Poi leggo e mi piacciono anche gli irlandesi...Frank O’Connor...Ma perché dobbiamo parlare di autori stranieri ?”
Torniamo a quelli italiani, allora. Crediti ? Debiti ?
“Il Battistero ! - afferma sicuro ; e quasi non ci sorprende : perché è certo quella, più che mai, un’immagine - C’è da imparare di più a guardare il Battistero - spiega - che a leggere tanti autori. C’è il romanico (quel che serve a fare critica letteraria), solido, semplice, scolpito. Un mondo padano. E poi la follia, padana anche questa, dello zooforo...”
La memoria della pietra contro la superficie della nebbia, che cancella. Svicoliamo, insistiamo : sempre debiti, ma del libro...
“Del libro ? “Morte sul Po” : è ispirato a un racconto di Zavattini raccolto da una donna di Luzzara ; l’ho ritrascritto immaginandomi il  finale. E “Il nano e la spilungona” : il titolo è quello di uno dei racconti mai scritti di Arturo Loria... I titoli sono importantissimi - riprende appena divagando - A volte bastano a farne un nucleo vivo, quella famosa immagine...”
Il coccodrillo sull’altare (e non altri), allora, perché per l’intera raccolta ?
“Perché il coccodrillo è il male (è il “drago” che in tanti quadri spesso la Vergine calpesta), e l’esorcismo dal male è l’elemento comune che credo trascorra in tutte queste mie storie.”
Anche per questo, logicamente, è anche “lui” (il coccodrillo) che illustra la copertina del libro. Non quello però, massiccio come una leggenda, che ha disegnato lo stesso Conti : un carboncino che srotola da sotto il braccio, e che vedete qui accanto. Perché, è evidente, anche questo fa.
A proposito, cos’altro fa ? Un po’ di cinema, un po’ di  musica, un po’ di tivù. Guido Conti è improvvisamente di poche parole. Un po’ di giornalismo, aggiunge. Anzi, ora non più, perché non gli offre lo spazio necessario ai suoi studi, al suo progetto culturale : sta preparando altri libri, sui grandi scrittori, le grandi personalità (e sono trenta, quaranta, ben più di quanto si pensi, aggiunge) che hanno nutrito e si sono nutrite di questa nostra pianura. Sta scrivendo altri racconti : uno, un po’ più lungo, uscira per conto suo, l’anno venturo, sempre per Guanda. Forse un romanzo.
Ecco cos’altro fa. Un impegno così, per i prossimi vent’anni.

                                    Rita Guidi

sabato 4 maggio 2019

UNA PALESTRA PER L'AUTOSTIMA di Rita Guidi


Risultati immagini per autostimaSiete sicuri di essere persone di talento adeguatamente valorizzate ? Siete sicuri di essere persone di talento ? Siete sicuri ?
Non consideratelo, certo, il solito test ; ma se il vostro inchiostro entra più facilmente in riserva, e preferisce delle tre, l’ultima di queste frasi, il punteggio rinvia ad un piccolo, inequivocabile campanellino d’allarme : come sta la vostra autostima ? Volete migliorarla ? Volete migliorarla e diventare la persona che davvero siete ? Volete migliorarla e diventare la persona che davvero siete e anche di più ? 
Risultati immagini per autostimaPrego, leggete. La vostra unica incertezza sarà quella (a quanto pare) di quale libro scegliere nel panorama di pubblicazioni che a getto continuo affrontano l’argomento.
Impararsi, apprezzarsi, valorizzarsi, sembra essere il (richiestissimo) traguardo del giorno. Tramonto o radice estrema dell’edonismo anni ’80, non sembra si voglia essere yuppie’s se non di se stessi.
Tra “palestra” ( quella per allenare all’equilibrio la mente) e “rampantismo” ( tutto puntato a “diventarsi”) La meta sembra non essere comunque facile.
L’autostima è un barometro terribilmente delicato, pronto a segnare entusiasmo o umor nero non solo nelle nostre giornate ma anche in tutta la nostra vita.
Risultati immagini per autostima Non a caso, è proprio la lancetta tra depressione e bello-stabile, ad illustrare la copertina del volumetto di Maria Miceli (collana ‘Farsi un’idea’ del Mulino) che titola appunto “L’autostima”. Bando alle ricette facili o alla faciloneria di proposte e interpretazioni, il libro è “scientifico” e però insieme sintetico e chiaro, sui meccanismi e sulle conseguenze delle diverse valutazioni del sé. Come dire che la conoscenza di essi è il primo serio passo da compiere.
E come dire che noi siamo ciò che pensiamo : e’ davvero sorprendente scoprire quanto sia condizionante agli occhi degli altri il “pensiero” (più o meno inconsapevolmente trasmesso) che noi abbiamo... di noi.
 E viceversa, naturalmente. Ma è un gioco a feed-back davvero complesso, che ci rende spesso maschere nude, preda di giudizi propri o altrui che possono metterci in crisi. Questo diventa allora il vero problema : scoprirci allo specchio diversi da quello che crediamo di essere. Sentirci considerati di meno, ma anche di più ( e anche questo sorprende), rispetto al grado di autostima che da sempre abbiamo fissato per noi stessi. Il variabile, insomma, è qui tutt’altro che sereno, perché l’instabilità è tremenda, eccessiva sofferenza.  Ci valutiamo poco intelligenti (l’intelligenza è al vertice delle nostre graduatorie interne) e invece l’esame è andato d’incanto ? Un caso. Inutile illudersi di essere un genio per poi soffrire cocenti delusioni. Viceversa “sappiamo” di essere dei geni ? La bocciatura all’esame è allora solo stanchezza per mancanza di sonno, scarsa concentrazione perché ci è morto il gatto e così via.  
 Quindi : siamo una frana ? Pazienza. Meglio che siamo instabili noi che la nostra (bassa o alta) autostima.  Perché poi dipende sempre da che tipo di frana siamo : ad esempio, se la mia massima aspirazione è quella di essere un ottimo giocatore di scacchi e già sto ottenendo buoni risultati, mi importerà assai poco di non reggermi in piedi sugli sci ! Non è questo, e torniamo al punto, che abbasserà la mia autostima. E la Miceli (ricercatrice all’Istituto di Psicologia del CNR di Roma) è anche in questo caso molto chiara nell’illustrarci valori e rapporti tra autostima “specifica” e “globale” ; non senza qualche conseguente e implicito consiglio per limature e miglioramenti.
Indicazioni che si fanno assolutamente esplicite, ne “Il pensiero positivo” di Anthony Di Mello (Piemme). Un’idea dal taglio più “americano” (che trovate in dettaglio qui a fianco), e che propone un percorso di trasformazione in tre settimane, test di autoverifica compresi.
Questa volta la spinta è decisamente all’insù, insomma ; tant’è che si rivolge proprio a “un’aquila che si crede un pollo” (testuale), per liberarsi, come sempre, dai condizionamenti, ed essere ciò che si vuole.
Anche femmina, sembra aggiungere Adrien Mendell, psicologa americana specializzata in problemi relazionali in ambito professionale. Questo suo “Come pensano gli uomini” (badate bene : “come” e non “cosa” perché quello sarebbe tutt’altro discorso), è infatti proprio una guida per le donne che vogliono sfondare nel mondo del lavoro. 
La vostra autostima vacilla perché il capo è comunque a voi e non ai vostri colleghi “maschi” che durante la riunione chiede il caffè ? Siete abbacchiate perché sempre lo stesso capo riserva ai vostri colleghi “maschi” aumenti di stipendio e di grado, e gratifica (o almeno lo crede) voi tutt’al più con un occhio da cascamorto ? Ecco sette regole sette per la riscossa. Invece di piangersi addosso, giocare (perché, pare, il lavoro è per il maschio come il gioco, lo sport la “guerra” cui si allena fin da bambino) con le loro stesse carte. Senza la paura di essere donna, e soprattutto di non farcela.
Perché ad esempio l’emotività, si sa, più propria dell’universo femminile, può giocare infatti brutti scherzi. Per usarla al meglio e ancora una volta non lasciarsene intimorire, valorizzarla e quindi valorizzarsi, ecco “Il quoziente emotivo” di Isabelle Filliozat (Piemme). Il volume riprende la recente questione sollevata da tanti studiosi americani in polemica con il celebre QI (quel quoziente di intelligenza che i soliti test rilevano sulla base di quello che in realtà è “conformismo sociale”), a favore del QE. Un quoziente, una intelligenza emotiva, legata ad un’utilizzazione del sé (non solo razionale) a tutto tondo, e che quindi favorisca il nostro “savoir-faire” e “savoir-etre”, per affinare le nostre capacità e migliorare le nostre relazioni con gli altri. Come ? Ve lo spiegano qui ; test, come sempre, compresi.
E sempre a una certa idea dell’emozione additano un paio di titoli rispettivamente di Mondadori e della Demetra: si tratta de “La seconda vista” di Judith Orloff e di “Usa ciò che sei” di Antonio Guidi.
La Orloff cerca più in là delle possibilità consuete, delle capacità consuete, che possiamo affinare : invita (un invito da psichiatra, beninteso) a liberare quella “seconda vista” che sempre soffochiamo, e a utilizzare queste percezioni (extrasensoriali) nella vita di tutti i giorni.
Guidi (e non vi sembri impossibile) va ancora oltre. In queste cento pagine racconta la sua storia di medico, neuropsichiatra, già Ministro e ora Parlamentare ; la sua vita di padre (ha tre figli) e di uomo. Di disabile, anche. Particolare che, con le parole semplici e toccanti che descrivono questa sua vicenda vera, diventa appunto solo quello che è (che può essere) : un particolare. E non un condizionamento determinante e negativo.
E’ allora davvero un libro per guardare con nuovi occhi alle proprie difficoltà e alla propria vita. Un test per confrontarsi e capire.
Per quando diventare se stessi è ancora più difficile.

                                    Rita Guidi

venerdì 3 maggio 2019

DIARIO DI UN KILLER SENTIMENTALE (L.SEPULVEDA) di Rita Guidi


Sepulveda in “noir” è sempre Sepulveda. 
L’autore cileno, un po’ nomade e un po’ spagnolo, si diverte e diverte a cambiare registro ; eclettico, però, quel tanto che basta da restare se stesso.
La sua penna, insomma, è inconfondibile : dai primi grandi riconoscimenti, ai tempi e al successo (solo di ieri) del racconto-fiaba, “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Fino a questo “Diario di un killer sentimentale”, che esce oggi per i tipi della Guanda.
Brevemente perfetto, il romanzo si legge d’un fiato. Settanta pagine per sette giorni in “biblico” (infernale...) crescendo, da vivere attraverso i pensieri, i ricordi, i gesti, la personalità del protagonista.
 Killer sentimentale appunto, innamorato e truce, buffo per forza in questa sua poco professionale contraddizione. Un ritratto forte, che l’ironia latina spesa dall’autore a piene mani, trasforma spesso in caricatura. Con cenni di “deja vu” all’indimenticabile “Leon” (protagonista dell’omonimo film, non a caso ricordato dall’autore in queste pagine), e alla più classica tradizione gialla, addirittura verso quegli investigatori seriali che-non-sbagliano-mai della Christie o di Conan Doyle.
Uguale e contrario, anche lui non-sbaglia-mai ; e anche lui è “seriale”, nell’incassare ricompense, esentasse, con sei zeri sulla destra, per l’essere killer, però.
Carriera tranquilla fino agli occhi francesi che incontra in un bar, oltre una pila di libri. Da studentessa a donna sofisticata, ben più che un batticuore, la ragazza dai capelli color castagne mature, finisce ben presto nell’universo stabile della sua vita e dei suoi sogni.
Grave errore.
“Prima di portare a termine un incarico cerco di dormire molto - racconta infatti il nostro - e il modo migliore per farlo è evitare i sogni, quei territori in cui veniamo portati senza che ci sia chiesto se vogliamo andarvi.”
Trascinato così in una dimensione molto umana e poco assassina, non solo sogna, ma sogna di lei. Lei, che...”mi portò per mano in una giornata d’autunno nei giardini del Luxembourg...scrisse frasi d’amore con la lingua sullo specchio...mi lesse versi di Prevert, di Dylan Thomas, e di altri tizi che mi lasciarono del tutto indifferente, mi sussurrò canzoni di Brel e io giurai che capivo le parole...”
Romanticone di un killer ! Con l’equilibrio di anni rotto dal tumulto del cuore, figuriamoci che gli accadrà se è addirittura proprio il cuore a rompersi del tutto. Spezzato da quel sogno che ha tutta l’intenzione di mollarlo.
Il pericolo è femmina, lo ha sempre saputo. Soprattutto se ha un nome di quelli che non si possono acquistare sul catalogo delle bellezza a nolo. Come ha sempre saputo che ci sono giorni in cui anche il migliore dei killer dovrebbe starsene a letto e rifiutare anche quei famosi sei zeri sulla destra, esentasse. Giorni in cui ti fai domande su quell’incarico dallo sguardo che ispira, accidenti !, simpatia, e  che dovresti invece semplicemente eliminare ; giorni in cui ricordi con dolore il passato, tutti quei lavoretti indimenticabilmente ben fatti.
Giorni che iniziano male, insomma. Come alla pagina uno del capitolo uno, il primo giorno di questo libro.
Luis Sepulveda gliene concede sette, nei quali i binari tra il proprio destino di uomo e quello di killer raggiungono una coincidenza. Sette : per ritrovare o perdere (e se non facesse differenza ?) sè stesso.

                                         Rita Guidi

mercoledì 1 maggio 2019

IL MONDO DI RIGOBERTA MENCHU di Rita Guidi



E pensare che è nata nel “piccolo luogo dei conigli”. 
Laj Chimel, in lingua K’iche’, traduce con un appellativo così dolcemente modesto una terra alta e millenaria...
“Chimel è un posto dove le nuvole ondeggiano pigre al di sopra dell’umida montagna. Il colore delle vette è azzurro scuro, e quando il cielo si apre, limpido e severo, il mondo appare come nuovo...”
Questo è il Guatemala di Rigoberta Menchù. O meglio quello che ha nel cuore. Il Paese dove ha lasciato l’ombelico : radice nativa dal peso immenso nella tradizione maya, e per questo sottolineata con forza dagli autori delle brevi e belle righe introduttive del dolente e intenso volume che di lei la Giunti pubblica ora, “Rigoberta, i Maya e il mondo” (con la collaborazione di Dante Liano e Gianni Minà).
Fra lacrime e sorrisi, - scrive infatti Humberto Ak’abal -  (Rigoberta) ci conduce al momento del suo ritorno a questo pezzettino di terra dove aveva lasciato l’ombelico...”
“Voce di voci, tempo dei tempi, la voce di Rigoberta non parla degli indios maya, ma dagli indios - insiste Eduardo Galeano - E con loro(...)il lettore si addentra pagina dopo pagina nei misteri della terra da cui Rigoberta è stata generata. Lì il suo ombelico è stato bruciato e sotterrato, perché mettesse radici...”
Certo così è stato, e il libro ne è testimonianza più che racconto. Perché solo la linfa di quelle radici, giustifica la forza di questa donna fragile. Piccoletta e scura, come dice lei, con la faccia da povera, la faccia da Maya, la faccia da indigena, Rigoberta è rimbalzata agli occhi del mondo quando ha vinto il Premio Nobel per la Pace, nel 1992.  Riconoscimento internazionale di un percorso paziente, umile e infinito, fatto di poesie, di esilio, di parole e attese nei corridoi dell’ONU, per dar voce all’anima antica del suo Paese diviso.
Nulla di cui montarsi la testa : se c’è un termine per definire la cadenza del suo racconto, il prima e il dopo dell’indubitabilmente importante evento, questo è “equilibrio”. Viatico per la saggezza, del resto, nella tradizione del suo popolo.
Il Nobel, allora, è per lei coscienza di voler testimoniare anche questo modo di essere ; pur ben sapendo, scrive, che gli avi ci hanno insegnato che una sola persona non fa la storia.  Il Nobel, ancora, è per lei certezza di speranza, cenno di mutamento, considerazione più attenta dei problemi delle cosiddette minoranze, occasione di maggior ascolto ; anche se si augura che questo non dipenda dal solo fatto - scrive - che così va il mondo, in cui un attestato, un diploma è quello che ci vuole per essere presi in considerazione.
Insomma, e comunque, qualcosa è cambiato, nel bene e nel male (perché in ogni cosa è racchiuso un po’ dell’uno e un po’ dell’altro) dopo quella data. Alla dogana, ad esempio, non la perquisiscono più (almeno finchè non ricorda il suo titolo...) in modo “molto grossolano” : da rifare le valigie insomma. Come accade, spesso, agli altri indios. Rigoberta lotta anche per questo, per questi piccoli fastidi di piccolissima umanità. E per il fatto che basterebbe poco per cambiare tanto. Ad esempio iniziando a comprendere chi sceglie di non seguire la corrente più forte, nell’oceano del mondo.
I Maya pensano che l’uomo non sia fatto per comprare-vendere-guadagnare. Anche per questo innalzavano templi fino al cielo, anziché coniare monete dalle loro ricche miniere d’argento.
E ci sono popoli e uomini, che, come loro, hanno un’altra idea di povertà. Forse non sono tantissimi, e per questo qualcuno li chiama minoranze. Eppure non sono ( e non devono essere) specie protette. Non sono farfalle.
“Non siamo farfalle - scrive forte la Menchù - Perché non si accetta l’idea che i popoli indigeni potrebbero, a loro volta, insegnare qualcosa al mondo di oggi ?”
E’ questo il mondo nuovo che sogna di vedere sotto il cielo limpido di Laj Chimel.

                                         Rita Guidi

lunedì 29 aprile 2019

FABULA.IT TRA BIT E GUTENBERG di Rita Guidi



“Www.fabula.it”   Un sito web ? E’ evidente.
 Ma anche il titolo di un libro. Su carta. Piccola antologia di racconti (ed. Fernandel, L.14.000) che sottotitola “voci dal cyberspazio”.
Perché è un bel gioco di rimbalzo tra bit e gutemberg, questo, pensato dai componenti dell’omonimo Circolo Letterario Telematico. La rete che si fa foglio aperto alla scrittura (e alla lettura) di ogni penna d’autore ; e poi lo scaffale, il consueto inchiostro rilegato, che seleziona pagine che può essere bello sfogliare.
Corner virtuale alle dure leggi dell’editoria, insomma, Fabula considera la telematica non un fine ma un mezzo : “Un nuovo medium di cui sfruttare l’efficacia comunicativa e il potenziale interattivo - spiega infatti Jacopo De Michelis, redattore del sito e curatore di quest’opera - per portare avanti un progetto culturale che ha come finalità primaria la promozione e la diffusione dell’amore per la scrittura e la lettura.”
Un piacere libero, come Internet consente, e che poi, dopo tre anni di vita virtuale, tira le somme (anche per “estendere” il discorso a chi in Internet non naviga) in queste storie di autori “noti o sconosciuti, emergenti o esordienti”. Scrittura, letteratura, beninteso, non (solo o necessariamente) cyberpunk ; anche se l’orizzonte virtuale, spesso, affiora nelle parole di queste voci.
 Risultato inevitabile. Perché pur nell’ecletticità dei toni, nell’universo di stili, nella varietà degli argomenti, il mosaico di racconti ricompone un’immagine forte della nostra contemporaneità. Caleidoscopio presente. Pillole di disagio, sogno o solitudine, dai colori tridimensionali e diversi ma dalla formula chimica uguale.
Merita un cenno, allora, Silvio Castelletti, e quel treno che porta “Le parole di uno sconosciuto” a confrontarsi con l’incedere troppo stanco dei binari della propria quotidianità. Matteo Galiazzo (“Vito”) o Roberto Ferrucci (“Alt.binaries.pictures.erotica”) che attualizzano (e, di nuovo, virtualizzano) l’eterno tema del doppio. Chiara Beaupain (“Mercoledì”) e Marco Drago (“Perdente nato”) con l’altro inesausto disagio, d’amore. Come freddamente dolorosi e per questo più intensi e tesi, sono gli universi lontani (ma cos’è poi lontano ?) del Sudamerica di Chiara Berlinzani Deharo (“Ricardo Corazon de Leon”) e Patrizio Pacioni (“Squadra speciale”). O bruciante e bruciato nel giro  di poche  righe, il cinismo nero di Massimo Canetta (“La gatta”) o Roberto Moroni (“L’assafetida”).
Ma insomma tutti ( Massimo Sossella, Alberto Forni, Massimiliano Griner, Raffaele Palumbo...) parlano liberi il proprio linguaggio. Scrivono se stessi al proprio computer. Senza rete e con la rete, la scrittura diventa allora, oggi, anche questo. Un po’ di memoria archiviata in disco fisso. Un floppy da aggiungere ad altri, nel cassetto. Schermate in bottiglia, da affidare all’oceano di un collegamento col mondo ; e infine pagine, a volte, da restituire agli occhi consueti e diversi di una libreria.

                                    Rita Guidi

sabato 27 aprile 2019

IL CYBERPUNK 2 INTERVISTA A MARK DERY di Rita Guidi


Il cyberpunk è morto ? Viva il cyberpunk. 
Sulla dimensione già consumistica di questo fenomeno, da grido ribelle di pochi, Mark Dery, uno dei più conosciuti critici americani in proposito, non ha dubbi...
L’epitaffio del cyberpunk è stato scritto dai tentativi penosamente zoppicanti di sfruttare commercialmente questa tendenza - afferma infatti Dery - ad esempio in termini musicali (il Cd di Billy Idol “Cyberpunk”) o cinematografici (il film “Johnny Mnemonic”). L’abilità diabolica della cultura del consumo americano, è proprio questa : sa impacchettare i nostri gesti di ribellione e rivenderceli in versione ‘off-the-rack’, da scaffale. E’ solo questione di tempo.”
Nessun dubbio, comunque, che questo sia il tempo del cyberpunk. Dery esce per questo in Italia, con il volume “Velocità di fuga - Cyberculture a fine millenio” (collana Interzone di Feltrinelli) ; titolo nel quale quel cyber-plurale è d’obbligo, dal momento che l’autore, già esperto di tecnologie e controculture, nonché saggista e collaboratore della celeberrima e ormai storica rivista in Rete e sulla Rete “Wired”, attraversa in un discorso multimediale la realtà e la fantasia creata dalla rivoluzione informatica.
E allora, - gli chiediamo, proprio attraverso la Rete - che cosa è oggi il cyberpunk ?
“Lo zeitgeist, lo spirito del tempo. Fedele alla sua natura postmoderna, è frutto del montaggio ipercinetico di MTV, dei ritmi musicali all’anfetamina, dei rifiuti della cultura di consumo del punk-rock, del sovraccarico di informazioni previsto da McLuhan ecc.ecc.”
In termini più strettamente letterari ?
Prende a prestito i cow-boy della consolle dei video-game, le anonimie esistenziali, ma anche l’atmosfera fiction dei gialli hardboiled alla Raymond Chandler, del neo-noir, del pulp...Un cut-off di generi.”
Un taglio ( !) già alla Wiliam Borroughs..
Che non a caso è uno dei precursori
Gli altri nomi o gli altri titoli maggiormente significativi ?

Bruce Sterling ha scritto nel memorabile elenco “L’Ayatollah del cyberpunk”, che cosa secondo lui dovrebbe contenere un’adeguata biblioteca del cyberpunk. - spiega Dery - Basta mandargli una mail per conoscerlo. Andy Howks, poi, ha scritto un’ampia F.A.Q., disponibile sulla mailing list Futureculture. A rischio di sembrare immodesto, poi, consiglio una visita al sito Escape velocity (“Velocità di fuga”, appunto, n.d.r.) http://www.levity.com.   Qualcuno insisterà ad abbonarsi alla rivista “Science Fiction Eye” ; mentre per quello che riguarda quei residuati di Gutemberg, noti come libri, i titoli canonici sono “Mirrorshades” di Sterling, o “Neuromante” di Gibson. Oltre naturalmente - sorride Dery- ai miei.”
Internet e letteratura, presente e futuro, fantasia, realtà e realtà virtuale : tutto sembra sconfinare e confondersi...
L’America, che ci ha dato il cyberpunk, ma anche i pc o Internet, è la fonte di una sorta di tecno-escatologia. - spiega Dery, nel suo inglese un poco criptico e denso di citazioni - Questi racconti diventano allora le storie della buonanotte dei futuri cyborg ; alimentano il mito della liberazione da limiti di ogni tipo, fisici e metafisici. L’estasi cybertecnologica - prosegue - è una seduzione fatale che ci distrae dalla devastazione della natura, dalla disgregazione del tessuto sociale, dall’abisso sempre più incolmabile tra un’elite tecnocratica e una massa di non abbienti. Quella che Leo Marx aveva definito la retorica del sublime tecnologico, ci conduce verso il terzo Millenio, illudendoci di immortalità e dell’obsolescenza del corpo. Dovremo allora sempre ricordare che almeno per il futuro prossimo noi siamo qui per stare in questi corpi, su questo pianeta. - conclude Dery - e la speranza sbagliata che noi rinasceremo di nuovo come angeli bionici, è una lettura assolutamente fuorviante del mito di Icaro. Attacca il nostro futuro ad ali di cera e di piume.”

                                    Rita Guidi