venerdì 3 maggio 2019

DIARIO DI UN KILLER SENTIMENTALE (L.SEPULVEDA) di Rita Guidi


Sepulveda in “noir” è sempre Sepulveda. 
L’autore cileno, un po’ nomade e un po’ spagnolo, si diverte e diverte a cambiare registro ; eclettico, però, quel tanto che basta da restare se stesso.
La sua penna, insomma, è inconfondibile : dai primi grandi riconoscimenti, ai tempi e al successo (solo di ieri) del racconto-fiaba, “Storia di una gabbianella e del gatto che le insegnò a volare”. Fino a questo “Diario di un killer sentimentale”, che esce oggi per i tipi della Guanda.
Brevemente perfetto, il romanzo si legge d’un fiato. Settanta pagine per sette giorni in “biblico” (infernale...) crescendo, da vivere attraverso i pensieri, i ricordi, i gesti, la personalità del protagonista.
 Killer sentimentale appunto, innamorato e truce, buffo per forza in questa sua poco professionale contraddizione. Un ritratto forte, che l’ironia latina spesa dall’autore a piene mani, trasforma spesso in caricatura. Con cenni di “deja vu” all’indimenticabile “Leon” (protagonista dell’omonimo film, non a caso ricordato dall’autore in queste pagine), e alla più classica tradizione gialla, addirittura verso quegli investigatori seriali che-non-sbagliano-mai della Christie o di Conan Doyle.
Uguale e contrario, anche lui non-sbaglia-mai ; e anche lui è “seriale”, nell’incassare ricompense, esentasse, con sei zeri sulla destra, per l’essere killer, però.
Carriera tranquilla fino agli occhi francesi che incontra in un bar, oltre una pila di libri. Da studentessa a donna sofisticata, ben più che un batticuore, la ragazza dai capelli color castagne mature, finisce ben presto nell’universo stabile della sua vita e dei suoi sogni.
Grave errore.
“Prima di portare a termine un incarico cerco di dormire molto - racconta infatti il nostro - e il modo migliore per farlo è evitare i sogni, quei territori in cui veniamo portati senza che ci sia chiesto se vogliamo andarvi.”
Trascinato così in una dimensione molto umana e poco assassina, non solo sogna, ma sogna di lei. Lei, che...”mi portò per mano in una giornata d’autunno nei giardini del Luxembourg...scrisse frasi d’amore con la lingua sullo specchio...mi lesse versi di Prevert, di Dylan Thomas, e di altri tizi che mi lasciarono del tutto indifferente, mi sussurrò canzoni di Brel e io giurai che capivo le parole...”
Romanticone di un killer ! Con l’equilibrio di anni rotto dal tumulto del cuore, figuriamoci che gli accadrà se è addirittura proprio il cuore a rompersi del tutto. Spezzato da quel sogno che ha tutta l’intenzione di mollarlo.
Il pericolo è femmina, lo ha sempre saputo. Soprattutto se ha un nome di quelli che non si possono acquistare sul catalogo delle bellezza a nolo. Come ha sempre saputo che ci sono giorni in cui anche il migliore dei killer dovrebbe starsene a letto e rifiutare anche quei famosi sei zeri sulla destra, esentasse. Giorni in cui ti fai domande su quell’incarico dallo sguardo che ispira, accidenti !, simpatia, e  che dovresti invece semplicemente eliminare ; giorni in cui ricordi con dolore il passato, tutti quei lavoretti indimenticabilmente ben fatti.
Giorni che iniziano male, insomma. Come alla pagina uno del capitolo uno, il primo giorno di questo libro.
Luis Sepulveda gliene concede sette, nei quali i binari tra il proprio destino di uomo e quello di killer raggiungono una coincidenza. Sette : per ritrovare o perdere (e se non facesse differenza ?) sè stesso.

                                         Rita Guidi

mercoledì 1 maggio 2019

IL MONDO DI RIGOBERTA MENCHU di Rita Guidi



E pensare che è nata nel “piccolo luogo dei conigli”. 
Laj Chimel, in lingua K’iche’, traduce con un appellativo così dolcemente modesto una terra alta e millenaria...
“Chimel è un posto dove le nuvole ondeggiano pigre al di sopra dell’umida montagna. Il colore delle vette è azzurro scuro, e quando il cielo si apre, limpido e severo, il mondo appare come nuovo...”
Questo è il Guatemala di Rigoberta Menchù. O meglio quello che ha nel cuore. Il Paese dove ha lasciato l’ombelico : radice nativa dal peso immenso nella tradizione maya, e per questo sottolineata con forza dagli autori delle brevi e belle righe introduttive del dolente e intenso volume che di lei la Giunti pubblica ora, “Rigoberta, i Maya e il mondo” (con la collaborazione di Dante Liano e Gianni Minà).
Fra lacrime e sorrisi, - scrive infatti Humberto Ak’abal -  (Rigoberta) ci conduce al momento del suo ritorno a questo pezzettino di terra dove aveva lasciato l’ombelico...”
“Voce di voci, tempo dei tempi, la voce di Rigoberta non parla degli indios maya, ma dagli indios - insiste Eduardo Galeano - E con loro(...)il lettore si addentra pagina dopo pagina nei misteri della terra da cui Rigoberta è stata generata. Lì il suo ombelico è stato bruciato e sotterrato, perché mettesse radici...”
Certo così è stato, e il libro ne è testimonianza più che racconto. Perché solo la linfa di quelle radici, giustifica la forza di questa donna fragile. Piccoletta e scura, come dice lei, con la faccia da povera, la faccia da Maya, la faccia da indigena, Rigoberta è rimbalzata agli occhi del mondo quando ha vinto il Premio Nobel per la Pace, nel 1992.  Riconoscimento internazionale di un percorso paziente, umile e infinito, fatto di poesie, di esilio, di parole e attese nei corridoi dell’ONU, per dar voce all’anima antica del suo Paese diviso.
Nulla di cui montarsi la testa : se c’è un termine per definire la cadenza del suo racconto, il prima e il dopo dell’indubitabilmente importante evento, questo è “equilibrio”. Viatico per la saggezza, del resto, nella tradizione del suo popolo.
Il Nobel, allora, è per lei coscienza di voler testimoniare anche questo modo di essere ; pur ben sapendo, scrive, che gli avi ci hanno insegnato che una sola persona non fa la storia.  Il Nobel, ancora, è per lei certezza di speranza, cenno di mutamento, considerazione più attenta dei problemi delle cosiddette minoranze, occasione di maggior ascolto ; anche se si augura che questo non dipenda dal solo fatto - scrive - che così va il mondo, in cui un attestato, un diploma è quello che ci vuole per essere presi in considerazione.
Insomma, e comunque, qualcosa è cambiato, nel bene e nel male (perché in ogni cosa è racchiuso un po’ dell’uno e un po’ dell’altro) dopo quella data. Alla dogana, ad esempio, non la perquisiscono più (almeno finchè non ricorda il suo titolo...) in modo “molto grossolano” : da rifare le valigie insomma. Come accade, spesso, agli altri indios. Rigoberta lotta anche per questo, per questi piccoli fastidi di piccolissima umanità. E per il fatto che basterebbe poco per cambiare tanto. Ad esempio iniziando a comprendere chi sceglie di non seguire la corrente più forte, nell’oceano del mondo.
I Maya pensano che l’uomo non sia fatto per comprare-vendere-guadagnare. Anche per questo innalzavano templi fino al cielo, anziché coniare monete dalle loro ricche miniere d’argento.
E ci sono popoli e uomini, che, come loro, hanno un’altra idea di povertà. Forse non sono tantissimi, e per questo qualcuno li chiama minoranze. Eppure non sono ( e non devono essere) specie protette. Non sono farfalle.
“Non siamo farfalle - scrive forte la Menchù - Perché non si accetta l’idea che i popoli indigeni potrebbero, a loro volta, insegnare qualcosa al mondo di oggi ?”
E’ questo il mondo nuovo che sogna di vedere sotto il cielo limpido di Laj Chimel.

                                         Rita Guidi

lunedì 29 aprile 2019

FABULA.IT TRA BIT E GUTENBERG di Rita Guidi



“Www.fabula.it”   Un sito web ? E’ evidente.
 Ma anche il titolo di un libro. Su carta. Piccola antologia di racconti (ed. Fernandel, L.14.000) che sottotitola “voci dal cyberspazio”.
Perché è un bel gioco di rimbalzo tra bit e gutemberg, questo, pensato dai componenti dell’omonimo Circolo Letterario Telematico. La rete che si fa foglio aperto alla scrittura (e alla lettura) di ogni penna d’autore ; e poi lo scaffale, il consueto inchiostro rilegato, che seleziona pagine che può essere bello sfogliare.
Corner virtuale alle dure leggi dell’editoria, insomma, Fabula considera la telematica non un fine ma un mezzo : “Un nuovo medium di cui sfruttare l’efficacia comunicativa e il potenziale interattivo - spiega infatti Jacopo De Michelis, redattore del sito e curatore di quest’opera - per portare avanti un progetto culturale che ha come finalità primaria la promozione e la diffusione dell’amore per la scrittura e la lettura.”
Un piacere libero, come Internet consente, e che poi, dopo tre anni di vita virtuale, tira le somme (anche per “estendere” il discorso a chi in Internet non naviga) in queste storie di autori “noti o sconosciuti, emergenti o esordienti”. Scrittura, letteratura, beninteso, non (solo o necessariamente) cyberpunk ; anche se l’orizzonte virtuale, spesso, affiora nelle parole di queste voci.
 Risultato inevitabile. Perché pur nell’ecletticità dei toni, nell’universo di stili, nella varietà degli argomenti, il mosaico di racconti ricompone un’immagine forte della nostra contemporaneità. Caleidoscopio presente. Pillole di disagio, sogno o solitudine, dai colori tridimensionali e diversi ma dalla formula chimica uguale.
Merita un cenno, allora, Silvio Castelletti, e quel treno che porta “Le parole di uno sconosciuto” a confrontarsi con l’incedere troppo stanco dei binari della propria quotidianità. Matteo Galiazzo (“Vito”) o Roberto Ferrucci (“Alt.binaries.pictures.erotica”) che attualizzano (e, di nuovo, virtualizzano) l’eterno tema del doppio. Chiara Beaupain (“Mercoledì”) e Marco Drago (“Perdente nato”) con l’altro inesausto disagio, d’amore. Come freddamente dolorosi e per questo più intensi e tesi, sono gli universi lontani (ma cos’è poi lontano ?) del Sudamerica di Chiara Berlinzani Deharo (“Ricardo Corazon de Leon”) e Patrizio Pacioni (“Squadra speciale”). O bruciante e bruciato nel giro  di poche  righe, il cinismo nero di Massimo Canetta (“La gatta”) o Roberto Moroni (“L’assafetida”).
Ma insomma tutti ( Massimo Sossella, Alberto Forni, Massimiliano Griner, Raffaele Palumbo...) parlano liberi il proprio linguaggio. Scrivono se stessi al proprio computer. Senza rete e con la rete, la scrittura diventa allora, oggi, anche questo. Un po’ di memoria archiviata in disco fisso. Un floppy da aggiungere ad altri, nel cassetto. Schermate in bottiglia, da affidare all’oceano di un collegamento col mondo ; e infine pagine, a volte, da restituire agli occhi consueti e diversi di una libreria.

                                    Rita Guidi

sabato 27 aprile 2019

IL CYBERPUNK 2 INTERVISTA A MARK DERY di Rita Guidi


Il cyberpunk è morto ? Viva il cyberpunk. 
Sulla dimensione già consumistica di questo fenomeno, da grido ribelle di pochi, Mark Dery, uno dei più conosciuti critici americani in proposito, non ha dubbi...
L’epitaffio del cyberpunk è stato scritto dai tentativi penosamente zoppicanti di sfruttare commercialmente questa tendenza - afferma infatti Dery - ad esempio in termini musicali (il Cd di Billy Idol “Cyberpunk”) o cinematografici (il film “Johnny Mnemonic”). L’abilità diabolica della cultura del consumo americano, è proprio questa : sa impacchettare i nostri gesti di ribellione e rivenderceli in versione ‘off-the-rack’, da scaffale. E’ solo questione di tempo.”
Nessun dubbio, comunque, che questo sia il tempo del cyberpunk. Dery esce per questo in Italia, con il volume “Velocità di fuga - Cyberculture a fine millenio” (collana Interzone di Feltrinelli) ; titolo nel quale quel cyber-plurale è d’obbligo, dal momento che l’autore, già esperto di tecnologie e controculture, nonché saggista e collaboratore della celeberrima e ormai storica rivista in Rete e sulla Rete “Wired”, attraversa in un discorso multimediale la realtà e la fantasia creata dalla rivoluzione informatica.
E allora, - gli chiediamo, proprio attraverso la Rete - che cosa è oggi il cyberpunk ?
“Lo zeitgeist, lo spirito del tempo. Fedele alla sua natura postmoderna, è frutto del montaggio ipercinetico di MTV, dei ritmi musicali all’anfetamina, dei rifiuti della cultura di consumo del punk-rock, del sovraccarico di informazioni previsto da McLuhan ecc.ecc.”
In termini più strettamente letterari ?
Prende a prestito i cow-boy della consolle dei video-game, le anonimie esistenziali, ma anche l’atmosfera fiction dei gialli hardboiled alla Raymond Chandler, del neo-noir, del pulp...Un cut-off di generi.”
Un taglio ( !) già alla Wiliam Borroughs..
Che non a caso è uno dei precursori
Gli altri nomi o gli altri titoli maggiormente significativi ?

Bruce Sterling ha scritto nel memorabile elenco “L’Ayatollah del cyberpunk”, che cosa secondo lui dovrebbe contenere un’adeguata biblioteca del cyberpunk. - spiega Dery - Basta mandargli una mail per conoscerlo. Andy Howks, poi, ha scritto un’ampia F.A.Q., disponibile sulla mailing list Futureculture. A rischio di sembrare immodesto, poi, consiglio una visita al sito Escape velocity (“Velocità di fuga”, appunto, n.d.r.) http://www.levity.com.   Qualcuno insisterà ad abbonarsi alla rivista “Science Fiction Eye” ; mentre per quello che riguarda quei residuati di Gutemberg, noti come libri, i titoli canonici sono “Mirrorshades” di Sterling, o “Neuromante” di Gibson. Oltre naturalmente - sorride Dery- ai miei.”
Internet e letteratura, presente e futuro, fantasia, realtà e realtà virtuale : tutto sembra sconfinare e confondersi...
L’America, che ci ha dato il cyberpunk, ma anche i pc o Internet, è la fonte di una sorta di tecno-escatologia. - spiega Dery, nel suo inglese un poco criptico e denso di citazioni - Questi racconti diventano allora le storie della buonanotte dei futuri cyborg ; alimentano il mito della liberazione da limiti di ogni tipo, fisici e metafisici. L’estasi cybertecnologica - prosegue - è una seduzione fatale che ci distrae dalla devastazione della natura, dalla disgregazione del tessuto sociale, dall’abisso sempre più incolmabile tra un’elite tecnocratica e una massa di non abbienti. Quella che Leo Marx aveva definito la retorica del sublime tecnologico, ci conduce verso il terzo Millenio, illudendoci di immortalità e dell’obsolescenza del corpo. Dovremo allora sempre ricordare che almeno per il futuro prossimo noi siamo qui per stare in questi corpi, su questo pianeta. - conclude Dery - e la speranza sbagliata che noi rinasceremo di nuovo come angeli bionici, è una lettura assolutamente fuorviante del mito di Icaro. Attacca il nostro futuro ad ali di cera e di piume.”

                                    Rita Guidi

venerdì 26 aprile 2019

IL CYBERPUNK di Rita Guidi



 
Saranno dunque questi i nuovi viventi ? 
Entità ancora appese a un corpo inutile (innestato di microchip, potenziato  di arti meccanici), menti protese tra i mondi paralleli delle Reti virtuali, identità indecise anche del proprio sesso, Dorian Gray cibernetici e molteplici (avatar, come si definiscono qui), abitanti di apocalittici-ecologici luoghi postmoderni ?
Dando una scorsa a qualche storia cyberpunk, sembrerebbe di sì. O ascoltandone la musica. O navigando tra i loro siti e fanzine in Internet. O assistendo e osservando qualche performance artistica del genere. Perché il cyberpunk non è solo un fenomeno letterario, votato alla normalizzazione di un futuro che la scienza ci dice possibile (e quindi non fantascienza). E’ un clima. 
E’ il “trash” di una modernità in pezzi, fantascienza del reale, ribellione tribale in pieno (dis)accordo con la tecnologia informatica, il cyberpunk.  Un assemblaggio virtuale anche nel termine, per indicare la voglia manifesta di essere “contro” (ricordate le creste colorate degli ultimi anni Settanta ?) e insieme l’appartenenza ad un mondo parallelo, quale quello che si può costruire sull’astratta concretezza delle più estreme interconnessioni digitali. Cyberspazio e underground : è questo il crinale ibrido e suggestivo di un’appartenenza certamente letteraria, ma che espande a perdita d’occhio, permeabile e inquietante, le proprio tracce e rimbalzi.
Vicino troppo vicino al nostro presente storico e sociale, permeato (fino ad anticiparle) di tecno-conoscenze, al cyberpunk sembra proprio andare stretta la semplice catalogazione di fantascienza. E rivendica forte una specificità propria, sancita ora da un imperdibile volume di Antonio Caronia e Domenico Gallo, “Houdini e Faust” (di Baldini & Castoldi, 200 pagg., L.26.000) che ne traccia con cura e interpretazione attenta, una breve storia.
Cronologia già possibile, per l’essere già sufficientemente lontana la radice del fenomeno. Perché c’era una volta, Frankestein, no ? : ed era con quell’accozzaglia di membra riportate in vita dalla fantasia ottocentesca di Mary Shelley, che nascevano i dubbi e i timori, le preoccupazioni o gli entusiasmi di un presente inquietato di scienza. Da allora, come ricordano gli autori, il confronto con il “nuovo” ha prodotto diversi atteggiamenti letterario-fantascientifici. Da una “golden age” che raggiunge gli anni Quaranta, ottimista quasi ad oltranza (Asimov & C.), ai decenni successivi, invece critici, preoccupati, catastrofisti, nell’immaginare scenari prossimi venturi ( “1984” di Orwell è un titolo che basterà per tutti). In ogni caso erano e sono letture per appassionati, un mondo a parte che accetta la propria codifica. Fino agli anni Sessanta. Fino a quando qualcuno decide di spezzare due volte i confini ; il romanziere James Ballard, già sulla scena letteraria ben oltre la fantascienza, non a caso firma quello che diventerà il manifesto della cosiddetta New Wave inglese. Il titolo ? “Qual è la strada per lo spazio interiore ?”. Ed e’ con questa domanda e le successive risposte, che si iniziano a violare gli spazi dell’identità anziché quelli del cielo, la Terra diventa il vero luogo da esplorare, e la psiche la dimensione aliena. Non solo, ma si invita a leggere queste pagine senza il pregiudizio riduttivo di una catalogazione di genere (la fantascienza), come “semplice” letteratura.
I risultati saranno scarsi ma le ricadute importanti. Il cyberpunk, infatti, nasce anche da lì. Sul terreno pronto di una fantastica ( e questa volta riuscita) evasione, circondato dagli stimoli che la microelettronica e la telematica offrono alla società degli anni Ottanta, nascono i “neuromantici” ; così la prima definizione del fenomeno. Un nome da un successo : il primo romanzo di William Gibson (“Neuromante”, 1984) ; ma accanto a questo imprescindibile autore, che per primo immagina l’odierno cyberspazio, ne crescono subito altri : Rudy Rucker, John Shirley, Philip K.Dick, Pat Cadigan...Ma soprattutto Bruce Sterling, giornalista e narratore, organizzatore infaticabile oltre che mente pensante di questo gruppo “dagli occhiali a specchio”(altra definizione che deriva da quell’altro cult-book che è un’antologia da lui curata, “Mirrorshades”). Una traccia comune e involontaria di molti protagonisti di questi racconti, che indossano uno strumento ancora vecchio di materia, per schermare l’identità e il passato e riflettere il futuro di un mondo cui più non serve lo sguardo. Né, soprattutto, il corpo.
Tribù mentali, abitano queste pagine. Uomini e spazi smaterializzati. Giubbotti di pelle consunta che rivestono indecise identità. Androidi, cyborg, robot. Fuga dal controllo. Ribellione.
Per questo, poi, lo chiameremo cyberpunk. Evento che si estende oggi ben oltre i luoghi anglosassoni dai quali è nato (in Italia la casa editrice Shake, pubblica quasi esclusivamente questi titoli ; tra i più recenti “Snow Crash”, di Neal Stephenson, “Mindplayers” di Pat Cadigan, o l’antologia di racconti “Strani Attrattori”), e che diventa subito fenomeno non solo scritto. E’ il caso di performance artistiche, musicali, siti e fanzine in Internet ; o dei molti film che ad esso si sono ispirati (capostipiti il cult-movie “Blade Runner” che Ridley Scott ha tratto da “Il cacciatore di androidi” di Philip.K.Dick o “Crash”, tratto dall’omonima opera di Ballard). Segnale importante di un clima, che diventerà sempre più vicino a un immaginario collettivo globale. A una realtà nella quale la cosiddetta rivoluzione informatica ha avvicinato ormai tutti noi all’universo della Rete o del virtuale.
Parallela al presente, questa letteratura con gli occhiali a specchio, raggiunge allora in pieno quel suo primo obiettivo : non più (in senso riduttivo) fantascienza, diventa invece occasione di riflessione sulla società e sui media, sul futuro “vero”.
 Per questo anche in queste pagine di Caronia e Gallo, che ci accompagnano alla fine, affiorano indizi inquietanti di realtà, nelle citazioni di McLuhan o di Toffler, dal pensiero dei quali è presa a prestito l’idea della Terza Ondata ; quella Terza Rivoluzione, cioè, dopo la Prima che segna la nascita della civiltà, e la Seconda, dell’industrializzazione, che rende oggi l’uomo una particella accelerata travolta dall’era dell’informazione. Sotto il peso di un corpo inutile, i computer come protesi della mente, insegue ciò che lui stesso ha prodotto : mondi paralleli in cui inventarsi altre identità ; libertà nuove, da rubare come un hacker tra i rifiuti informatici dei grandi organismi di controllo, o più semplicemente, ritribalizzandosi nell’anarchico caos della Rete...
Uomo o donna che importa ? Il corpo che importa ? La persona diventa pensiero, in questo orizzonte senza più pelle tra letteratura e realtà, presente e futuro.
Indossare gli occhiali a specchio, anche solo per un istante, sembra essere insomma il solo modo per comprendere appieno il postmoderno che ci circonda.
I nuovi viventi, forse.
Ciò che, forse, è.
E alla domanda che potrà crescere inquietante, chiudendo un libro o un giornale, se l’esistenza virtuale sia da considerare esistenza, basterà rispondere con i nostri autori : “per sopravvivere in questa eccitante ma pericolosa congiuntura...anche noi dovremmo preferire essere Houdini che Faust.”

                                         Rita Guidi





mercoledì 24 aprile 2019

ANTONIO ALLEGRI DETTO DA CORREGGIO (intervista a David Ekserdjian) di Rita Guidi



Il suo nome è già scritto nello sguardo rotondo dei suoi putti e amorini. Allegri. Quell’Antonio Allegri detto da Correggio, che spesso amava firmarsi anche Lieto (o “Leto”, latinamente, come tanto piaceva all’universo umanista).
Il Correggio in una parola ? ‘Joy’, gioia”, conferma infatti anche David Ekserdjian, autore dello splendido volume  dedicato all’artista, edito da Pizzi per Parmalat.
Un sunto, insieme, della tanta (ma non tantissima) pubblicistica sul parmigiano pittore, come di vent’anni della sua vita.
Ho iniziato ad appassionarmi al Correggio da quando avevo diciassette anni - spiega Ekserdjian - All’arte poco prima : frequentavo l’Università per stranieri a Perugia, quando con altri amici visitammo gli Uffizi, a Firenze. Da quel momento decisi cosa avrei voluto fare della mia vita.”
Londinese di nascita e di residenza, Ekserdjian (la pronuncia esatta, facile al di là delle apparenze, è Eksergian, per l’evidente radice armena del cognome paterno ; la madre è invece scozzese), inizia da allora un percorso rettilineo verso il nostro Cinquecento. Fino ad incontrare, per forza, per destino e per caso il meno consueto artista nostrano...
Forse per questa mia prima esperienza giovanile,  istintivamente per me l’arte italiana è l’arte del Rinascimento - racconta Ekserdjian - Voglio dire che se spesso, negli studi artistici,  può capitare di viaggiare a ritroso, io ho preferito cominciare da lì per arrivare a tutto il resto, Impressionisti o Van Gogh compresi...”
E il Correggio ?
Il Correggio mi è sembrato da subito quasi un fatto personale - sorride l’autore - nel senso che, sempre dall’Italia e sempre nel ’74, andai a trovare mio fratello, che abitava a Bruxelles. L’indirizzo ? Rue Le Correge ! Gli chiesi chi era, e da allora iniziai a guardare con sempre più attenzione i suoi quadri ; ad inseguirli anche. Fu proprio in quell’anno che visitai per la prima volta Parma.”
Una tappa imprescindibile, come ha detto qualcuno, per conoscerlo...
Indubbiamente. Solo venendo a Parma lo si può davvero apprezzare e studiare ; ci si può ‘convertire’...”
Un termine curioso...
Un termine calzante : è ciò che ho provato io da ragazzo, ed è ciò che credo provino tutti, da quanto mi raccontano, gli amici che consiglio di venire qui.”
Soprattutto dove ?
Soprattutto nella Camera di San Paolo - Ekserdjian non ha un attimo di esitazione - Un’opera che resta nella memoria di tutti, per l’essere insieme splendida, ma anche leggera e divertente.”
E’ così, epidermicamente, anche per lei ?
Non è il capolavoro in assoluto, ma... sì, anche a me piace particolarmente. Insieme al Correggio mitologico, (quello dell’ “Io” di Vienna ad esempio) : quel Correggio maturo, che considero ancora più grande di quello religioso”.
Che pure, Ekserdjian, conosce benissimo. Dopo la laurea in lingue moderne e medievali (francese, tedesco e italiano a Cambridge), ha proseguito gli studi in uno dei più prestigiosi luoghi dell’arte dell’Università londinese : il Courtauld Institute.  Tesi del dottorato : le pale d’altare del Correggio. Motivo che certo non manca di comparire anche in questo suo ultimo libro, con tutto l’approfondimento che può derivare da un lungo periodo trascorso a Oxford come professore, ovviamente, di storia dell’arte del Rinascimento italiano, e prima di passare, nel ’91, ad un altro (in ogni senso) tempio artistico, quale è il comunque londinese “Christie’s”...
Contrariamente a quanto ritenuto da molti, come ad esempio dal Gould che lo definiva troppo frivolo - afferma e scrive a chiare lettere Ekserdjian - il Correggio è anche un grande artista religioso. Certo, celebra piuttosto la gioia religiosa ; e ha un modo di comporre caratteristico (sia nei soffitti che nelle pale d’altare) in diagonale, quasi rappresentando in modo teatrale i personaggi...In ogni quadro è per questo necessario chiedersi che cosa fanno... Ma è comunque un grande poeta della gioia religiosa.”
Anche per questo ha scritto il libro. Per riordinare un po’ le idee, raccogliere, discutere, fare il punto su un artista così “marginalmente” grande...
Esistono pubblicazioni e studi dedicati ai disegni preparatori del Correggio ; oppure ai suoi dipinti ; o ancora a qualcuno soltanto dei suoi affreschi - spiega - La mia prima ambizione è stata allora quella di fare non un catalogo ragionato (perché anche quello esiste già) ma un libro che desse spazio a tutto, che consentisse di aprire una discussione su tutto.”
Un punto d’arrivo e di partenza, insomma : con quali “novità” ?
Più che novità le chiamerei precisazioni, recuperi. - precisa - Tentativi di capire e approfondire cose spesso neanche discusse. Ad esempio, riguardo alla tradizione iconografica secondo la quale si rappresenta un santo ; nel caso del Correggio è un aspetto spesso trascurato o dimenticato. Caso emblematico proprio la cupola del vostro Duomo, sotto la quale, nei pennacchi, sono affrescati i quattro santi patroni. In tutti i libri, uno è descritto come San Tommaso e invece è San Giuseppe. Interpretazione che troviamo solo nel Vasari, e che ho trovato giusto riprendere.”
Errori minori o che derivano dal fatto che forse il Correggio è considerato un “minore” ?
L’errore vero è pensare che su di lui sia già stato detto tutto ; e invece anche solo sul piano dei dati, della documentazione, è straordinario quante cose ancora saltano fuori. Proprio qui da ‘Christie’s’, pochi giorni fa, abbiamo venduto un disegno che non si conosceva... Nessun dubbio, comunque, sulla sua grandezza : nel Settecento era famoso quanto Raffaello, ma in queste cose ogni epoca subisce anche l’influenza del gusto..”
E a lei, del Correggio, cosa piace di più ?
Il modo in cui cambia,  cresce, si sviluppa. Sembra che compia un passo in avanti ad ogni quadro.”
E su ogni quadro Ekserdjian accuratamente indaga ; illustra i rapporti con la committenza ; riflette sulla forza di una personalità che pur anticipando il Barocco è assolutamente figlia del proprio tempo ; invita alla discussione : un libro come il mio, dichiara, non può mai essere l’ultimo.  Il volume, però, anche se frutto di uno sguardo ormai ventennale, si ferma alle soglie dell’artista, essendo “nascosta” tutta lì la storia invece dell’uomo...
Di Antonio Allegri non resta nulla : non una lettera né un cenno. Solo il Vasari, in qualche riga, scrive di un carattere triste e malinconico. Può darsi, non so...”
Il tono dubbioso rinvia il pensiero a quella luce dorata, a quei putti paffuti...
Però sono quasi certo - conclude Ekserdjian - che sarebbe stato un piacere andare a cena con lui.”


                                    Rita Guidi

martedì 23 aprile 2019

ARCHEOLOGIA VIVA di Rita Guidi


Forse potremmo etichettarli come esploratori,  e slegarli da questioni di età o di studio. Sono gli innamorati dei bronzi di Riace, i viaggiatori dei luoghi e delle radici, quelli che hanno bisogno anche del tempo per conoscere lo spazio. Gli archeologi oggi, insomma. O gli archeomani, per allargare il raggio, con questo termine un po’ meno tecnico, anche ai soli appassionati oltre che agli autentici specialisti.
Un raggio sempre più ampio, tra l’altro, anche per “colpa” di una diversa immagine, che l’archeologia si è  appunto andata costruendo, attraverso mostre, film, riviste.
Come ad esempio “Archeologia viva”, più che una novità una tradizione, nel panorama divulgativo archeologico, dal momento che compie proprio in questi giorni quindici anni esatti esatti.
E’ stata la prima rivista specializzata che ha sottratto questa disciplina alla sua ‘torre d’avorio’ - spiega il direttore (e fondatore, con Sergio Giunti) del bimestrale, Piero Pruneti - facendone un tema di largo interesse nel tessuto sociale e culturale del Paese.”
Un interesse che misura trentacinquemila copie, per ventiduemila abbonamenti.  Pagine illustrate da leggere bene : notizie  e articoli sono infatti accessibili e chiari senza nulla sottrarre ad una accurata attendibilità scientifica. Archeologia viva, appunto.
Mostre, studi, scavi, diventano così un chiaro invito al viaggio : nel tempo e nello spazio.  Questi esploratori preferiscono così.
                                                                               Rita Guidi