lunedì 29 aprile 2019

FABULA.IT TRA BIT E GUTENBERG di Rita Guidi



“Www.fabula.it”   Un sito web ? E’ evidente.
 Ma anche il titolo di un libro. Su carta. Piccola antologia di racconti (ed. Fernandel, L.14.000) che sottotitola “voci dal cyberspazio”.
Perché è un bel gioco di rimbalzo tra bit e gutemberg, questo, pensato dai componenti dell’omonimo Circolo Letterario Telematico. La rete che si fa foglio aperto alla scrittura (e alla lettura) di ogni penna d’autore ; e poi lo scaffale, il consueto inchiostro rilegato, che seleziona pagine che può essere bello sfogliare.
Corner virtuale alle dure leggi dell’editoria, insomma, Fabula considera la telematica non un fine ma un mezzo : “Un nuovo medium di cui sfruttare l’efficacia comunicativa e il potenziale interattivo - spiega infatti Jacopo De Michelis, redattore del sito e curatore di quest’opera - per portare avanti un progetto culturale che ha come finalità primaria la promozione e la diffusione dell’amore per la scrittura e la lettura.”
Un piacere libero, come Internet consente, e che poi, dopo tre anni di vita virtuale, tira le somme (anche per “estendere” il discorso a chi in Internet non naviga) in queste storie di autori “noti o sconosciuti, emergenti o esordienti”. Scrittura, letteratura, beninteso, non (solo o necessariamente) cyberpunk ; anche se l’orizzonte virtuale, spesso, affiora nelle parole di queste voci.
 Risultato inevitabile. Perché pur nell’ecletticità dei toni, nell’universo di stili, nella varietà degli argomenti, il mosaico di racconti ricompone un’immagine forte della nostra contemporaneità. Caleidoscopio presente. Pillole di disagio, sogno o solitudine, dai colori tridimensionali e diversi ma dalla formula chimica uguale.
Merita un cenno, allora, Silvio Castelletti, e quel treno che porta “Le parole di uno sconosciuto” a confrontarsi con l’incedere troppo stanco dei binari della propria quotidianità. Matteo Galiazzo (“Vito”) o Roberto Ferrucci (“Alt.binaries.pictures.erotica”) che attualizzano (e, di nuovo, virtualizzano) l’eterno tema del doppio. Chiara Beaupain (“Mercoledì”) e Marco Drago (“Perdente nato”) con l’altro inesausto disagio, d’amore. Come freddamente dolorosi e per questo più intensi e tesi, sono gli universi lontani (ma cos’è poi lontano ?) del Sudamerica di Chiara Berlinzani Deharo (“Ricardo Corazon de Leon”) e Patrizio Pacioni (“Squadra speciale”). O bruciante e bruciato nel giro  di poche  righe, il cinismo nero di Massimo Canetta (“La gatta”) o Roberto Moroni (“L’assafetida”).
Ma insomma tutti ( Massimo Sossella, Alberto Forni, Massimiliano Griner, Raffaele Palumbo...) parlano liberi il proprio linguaggio. Scrivono se stessi al proprio computer. Senza rete e con la rete, la scrittura diventa allora, oggi, anche questo. Un po’ di memoria archiviata in disco fisso. Un floppy da aggiungere ad altri, nel cassetto. Schermate in bottiglia, da affidare all’oceano di un collegamento col mondo ; e infine pagine, a volte, da restituire agli occhi consueti e diversi di una libreria.

                                    Rita Guidi

sabato 27 aprile 2019

IL CYBERPUNK 2 INTERVISTA A MARK DERY di Rita Guidi


Il cyberpunk è morto ? Viva il cyberpunk. 
Sulla dimensione già consumistica di questo fenomeno, da grido ribelle di pochi, Mark Dery, uno dei più conosciuti critici americani in proposito, non ha dubbi...
L’epitaffio del cyberpunk è stato scritto dai tentativi penosamente zoppicanti di sfruttare commercialmente questa tendenza - afferma infatti Dery - ad esempio in termini musicali (il Cd di Billy Idol “Cyberpunk”) o cinematografici (il film “Johnny Mnemonic”). L’abilità diabolica della cultura del consumo americano, è proprio questa : sa impacchettare i nostri gesti di ribellione e rivenderceli in versione ‘off-the-rack’, da scaffale. E’ solo questione di tempo.”
Nessun dubbio, comunque, che questo sia il tempo del cyberpunk. Dery esce per questo in Italia, con il volume “Velocità di fuga - Cyberculture a fine millenio” (collana Interzone di Feltrinelli) ; titolo nel quale quel cyber-plurale è d’obbligo, dal momento che l’autore, già esperto di tecnologie e controculture, nonché saggista e collaboratore della celeberrima e ormai storica rivista in Rete e sulla Rete “Wired”, attraversa in un discorso multimediale la realtà e la fantasia creata dalla rivoluzione informatica.
E allora, - gli chiediamo, proprio attraverso la Rete - che cosa è oggi il cyberpunk ?
“Lo zeitgeist, lo spirito del tempo. Fedele alla sua natura postmoderna, è frutto del montaggio ipercinetico di MTV, dei ritmi musicali all’anfetamina, dei rifiuti della cultura di consumo del punk-rock, del sovraccarico di informazioni previsto da McLuhan ecc.ecc.”
In termini più strettamente letterari ?
Prende a prestito i cow-boy della consolle dei video-game, le anonimie esistenziali, ma anche l’atmosfera fiction dei gialli hardboiled alla Raymond Chandler, del neo-noir, del pulp...Un cut-off di generi.”
Un taglio ( !) già alla Wiliam Borroughs..
Che non a caso è uno dei precursori
Gli altri nomi o gli altri titoli maggiormente significativi ?

Bruce Sterling ha scritto nel memorabile elenco “L’Ayatollah del cyberpunk”, che cosa secondo lui dovrebbe contenere un’adeguata biblioteca del cyberpunk. - spiega Dery - Basta mandargli una mail per conoscerlo. Andy Howks, poi, ha scritto un’ampia F.A.Q., disponibile sulla mailing list Futureculture. A rischio di sembrare immodesto, poi, consiglio una visita al sito Escape velocity (“Velocità di fuga”, appunto, n.d.r.) http://www.levity.com.   Qualcuno insisterà ad abbonarsi alla rivista “Science Fiction Eye” ; mentre per quello che riguarda quei residuati di Gutemberg, noti come libri, i titoli canonici sono “Mirrorshades” di Sterling, o “Neuromante” di Gibson. Oltre naturalmente - sorride Dery- ai miei.”
Internet e letteratura, presente e futuro, fantasia, realtà e realtà virtuale : tutto sembra sconfinare e confondersi...
L’America, che ci ha dato il cyberpunk, ma anche i pc o Internet, è la fonte di una sorta di tecno-escatologia. - spiega Dery, nel suo inglese un poco criptico e denso di citazioni - Questi racconti diventano allora le storie della buonanotte dei futuri cyborg ; alimentano il mito della liberazione da limiti di ogni tipo, fisici e metafisici. L’estasi cybertecnologica - prosegue - è una seduzione fatale che ci distrae dalla devastazione della natura, dalla disgregazione del tessuto sociale, dall’abisso sempre più incolmabile tra un’elite tecnocratica e una massa di non abbienti. Quella che Leo Marx aveva definito la retorica del sublime tecnologico, ci conduce verso il terzo Millenio, illudendoci di immortalità e dell’obsolescenza del corpo. Dovremo allora sempre ricordare che almeno per il futuro prossimo noi siamo qui per stare in questi corpi, su questo pianeta. - conclude Dery - e la speranza sbagliata che noi rinasceremo di nuovo come angeli bionici, è una lettura assolutamente fuorviante del mito di Icaro. Attacca il nostro futuro ad ali di cera e di piume.”

                                    Rita Guidi

venerdì 26 aprile 2019

IL CYBERPUNK di Rita Guidi



 
Saranno dunque questi i nuovi viventi ? 
Entità ancora appese a un corpo inutile (innestato di microchip, potenziato  di arti meccanici), menti protese tra i mondi paralleli delle Reti virtuali, identità indecise anche del proprio sesso, Dorian Gray cibernetici e molteplici (avatar, come si definiscono qui), abitanti di apocalittici-ecologici luoghi postmoderni ?
Dando una scorsa a qualche storia cyberpunk, sembrerebbe di sì. O ascoltandone la musica. O navigando tra i loro siti e fanzine in Internet. O assistendo e osservando qualche performance artistica del genere. Perché il cyberpunk non è solo un fenomeno letterario, votato alla normalizzazione di un futuro che la scienza ci dice possibile (e quindi non fantascienza). E’ un clima. 
E’ il “trash” di una modernità in pezzi, fantascienza del reale, ribellione tribale in pieno (dis)accordo con la tecnologia informatica, il cyberpunk.  Un assemblaggio virtuale anche nel termine, per indicare la voglia manifesta di essere “contro” (ricordate le creste colorate degli ultimi anni Settanta ?) e insieme l’appartenenza ad un mondo parallelo, quale quello che si può costruire sull’astratta concretezza delle più estreme interconnessioni digitali. Cyberspazio e underground : è questo il crinale ibrido e suggestivo di un’appartenenza certamente letteraria, ma che espande a perdita d’occhio, permeabile e inquietante, le proprio tracce e rimbalzi.
Vicino troppo vicino al nostro presente storico e sociale, permeato (fino ad anticiparle) di tecno-conoscenze, al cyberpunk sembra proprio andare stretta la semplice catalogazione di fantascienza. E rivendica forte una specificità propria, sancita ora da un imperdibile volume di Antonio Caronia e Domenico Gallo, “Houdini e Faust” (di Baldini & Castoldi, 200 pagg., L.26.000) che ne traccia con cura e interpretazione attenta, una breve storia.
Cronologia già possibile, per l’essere già sufficientemente lontana la radice del fenomeno. Perché c’era una volta, Frankestein, no ? : ed era con quell’accozzaglia di membra riportate in vita dalla fantasia ottocentesca di Mary Shelley, che nascevano i dubbi e i timori, le preoccupazioni o gli entusiasmi di un presente inquietato di scienza. Da allora, come ricordano gli autori, il confronto con il “nuovo” ha prodotto diversi atteggiamenti letterario-fantascientifici. Da una “golden age” che raggiunge gli anni Quaranta, ottimista quasi ad oltranza (Asimov & C.), ai decenni successivi, invece critici, preoccupati, catastrofisti, nell’immaginare scenari prossimi venturi ( “1984” di Orwell è un titolo che basterà per tutti). In ogni caso erano e sono letture per appassionati, un mondo a parte che accetta la propria codifica. Fino agli anni Sessanta. Fino a quando qualcuno decide di spezzare due volte i confini ; il romanziere James Ballard, già sulla scena letteraria ben oltre la fantascienza, non a caso firma quello che diventerà il manifesto della cosiddetta New Wave inglese. Il titolo ? “Qual è la strada per lo spazio interiore ?”. Ed e’ con questa domanda e le successive risposte, che si iniziano a violare gli spazi dell’identità anziché quelli del cielo, la Terra diventa il vero luogo da esplorare, e la psiche la dimensione aliena. Non solo, ma si invita a leggere queste pagine senza il pregiudizio riduttivo di una catalogazione di genere (la fantascienza), come “semplice” letteratura.
I risultati saranno scarsi ma le ricadute importanti. Il cyberpunk, infatti, nasce anche da lì. Sul terreno pronto di una fantastica ( e questa volta riuscita) evasione, circondato dagli stimoli che la microelettronica e la telematica offrono alla società degli anni Ottanta, nascono i “neuromantici” ; così la prima definizione del fenomeno. Un nome da un successo : il primo romanzo di William Gibson (“Neuromante”, 1984) ; ma accanto a questo imprescindibile autore, che per primo immagina l’odierno cyberspazio, ne crescono subito altri : Rudy Rucker, John Shirley, Philip K.Dick, Pat Cadigan...Ma soprattutto Bruce Sterling, giornalista e narratore, organizzatore infaticabile oltre che mente pensante di questo gruppo “dagli occhiali a specchio”(altra definizione che deriva da quell’altro cult-book che è un’antologia da lui curata, “Mirrorshades”). Una traccia comune e involontaria di molti protagonisti di questi racconti, che indossano uno strumento ancora vecchio di materia, per schermare l’identità e il passato e riflettere il futuro di un mondo cui più non serve lo sguardo. Né, soprattutto, il corpo.
Tribù mentali, abitano queste pagine. Uomini e spazi smaterializzati. Giubbotti di pelle consunta che rivestono indecise identità. Androidi, cyborg, robot. Fuga dal controllo. Ribellione.
Per questo, poi, lo chiameremo cyberpunk. Evento che si estende oggi ben oltre i luoghi anglosassoni dai quali è nato (in Italia la casa editrice Shake, pubblica quasi esclusivamente questi titoli ; tra i più recenti “Snow Crash”, di Neal Stephenson, “Mindplayers” di Pat Cadigan, o l’antologia di racconti “Strani Attrattori”), e che diventa subito fenomeno non solo scritto. E’ il caso di performance artistiche, musicali, siti e fanzine in Internet ; o dei molti film che ad esso si sono ispirati (capostipiti il cult-movie “Blade Runner” che Ridley Scott ha tratto da “Il cacciatore di androidi” di Philip.K.Dick o “Crash”, tratto dall’omonima opera di Ballard). Segnale importante di un clima, che diventerà sempre più vicino a un immaginario collettivo globale. A una realtà nella quale la cosiddetta rivoluzione informatica ha avvicinato ormai tutti noi all’universo della Rete o del virtuale.
Parallela al presente, questa letteratura con gli occhiali a specchio, raggiunge allora in pieno quel suo primo obiettivo : non più (in senso riduttivo) fantascienza, diventa invece occasione di riflessione sulla società e sui media, sul futuro “vero”.
 Per questo anche in queste pagine di Caronia e Gallo, che ci accompagnano alla fine, affiorano indizi inquietanti di realtà, nelle citazioni di McLuhan o di Toffler, dal pensiero dei quali è presa a prestito l’idea della Terza Ondata ; quella Terza Rivoluzione, cioè, dopo la Prima che segna la nascita della civiltà, e la Seconda, dell’industrializzazione, che rende oggi l’uomo una particella accelerata travolta dall’era dell’informazione. Sotto il peso di un corpo inutile, i computer come protesi della mente, insegue ciò che lui stesso ha prodotto : mondi paralleli in cui inventarsi altre identità ; libertà nuove, da rubare come un hacker tra i rifiuti informatici dei grandi organismi di controllo, o più semplicemente, ritribalizzandosi nell’anarchico caos della Rete...
Uomo o donna che importa ? Il corpo che importa ? La persona diventa pensiero, in questo orizzonte senza più pelle tra letteratura e realtà, presente e futuro.
Indossare gli occhiali a specchio, anche solo per un istante, sembra essere insomma il solo modo per comprendere appieno il postmoderno che ci circonda.
I nuovi viventi, forse.
Ciò che, forse, è.
E alla domanda che potrà crescere inquietante, chiudendo un libro o un giornale, se l’esistenza virtuale sia da considerare esistenza, basterà rispondere con i nostri autori : “per sopravvivere in questa eccitante ma pericolosa congiuntura...anche noi dovremmo preferire essere Houdini che Faust.”

                                         Rita Guidi





mercoledì 24 aprile 2019

ANTONIO ALLEGRI DETTO DA CORREGGIO (intervista a David Ekserdjian) di Rita Guidi



Il suo nome è già scritto nello sguardo rotondo dei suoi putti e amorini. Allegri. Quell’Antonio Allegri detto da Correggio, che spesso amava firmarsi anche Lieto (o “Leto”, latinamente, come tanto piaceva all’universo umanista).
Il Correggio in una parola ? ‘Joy’, gioia”, conferma infatti anche David Ekserdjian, autore dello splendido volume  dedicato all’artista, edito da Pizzi per Parmalat.
Un sunto, insieme, della tanta (ma non tantissima) pubblicistica sul parmigiano pittore, come di vent’anni della sua vita.
Ho iniziato ad appassionarmi al Correggio da quando avevo diciassette anni - spiega Ekserdjian - All’arte poco prima : frequentavo l’Università per stranieri a Perugia, quando con altri amici visitammo gli Uffizi, a Firenze. Da quel momento decisi cosa avrei voluto fare della mia vita.”
Londinese di nascita e di residenza, Ekserdjian (la pronuncia esatta, facile al di là delle apparenze, è Eksergian, per l’evidente radice armena del cognome paterno ; la madre è invece scozzese), inizia da allora un percorso rettilineo verso il nostro Cinquecento. Fino ad incontrare, per forza, per destino e per caso il meno consueto artista nostrano...
Forse per questa mia prima esperienza giovanile,  istintivamente per me l’arte italiana è l’arte del Rinascimento - racconta Ekserdjian - Voglio dire che se spesso, negli studi artistici,  può capitare di viaggiare a ritroso, io ho preferito cominciare da lì per arrivare a tutto il resto, Impressionisti o Van Gogh compresi...”
E il Correggio ?
Il Correggio mi è sembrato da subito quasi un fatto personale - sorride l’autore - nel senso che, sempre dall’Italia e sempre nel ’74, andai a trovare mio fratello, che abitava a Bruxelles. L’indirizzo ? Rue Le Correge ! Gli chiesi chi era, e da allora iniziai a guardare con sempre più attenzione i suoi quadri ; ad inseguirli anche. Fu proprio in quell’anno che visitai per la prima volta Parma.”
Una tappa imprescindibile, come ha detto qualcuno, per conoscerlo...
Indubbiamente. Solo venendo a Parma lo si può davvero apprezzare e studiare ; ci si può ‘convertire’...”
Un termine curioso...
Un termine calzante : è ciò che ho provato io da ragazzo, ed è ciò che credo provino tutti, da quanto mi raccontano, gli amici che consiglio di venire qui.”
Soprattutto dove ?
Soprattutto nella Camera di San Paolo - Ekserdjian non ha un attimo di esitazione - Un’opera che resta nella memoria di tutti, per l’essere insieme splendida, ma anche leggera e divertente.”
E’ così, epidermicamente, anche per lei ?
Non è il capolavoro in assoluto, ma... sì, anche a me piace particolarmente. Insieme al Correggio mitologico, (quello dell’ “Io” di Vienna ad esempio) : quel Correggio maturo, che considero ancora più grande di quello religioso”.
Che pure, Ekserdjian, conosce benissimo. Dopo la laurea in lingue moderne e medievali (francese, tedesco e italiano a Cambridge), ha proseguito gli studi in uno dei più prestigiosi luoghi dell’arte dell’Università londinese : il Courtauld Institute.  Tesi del dottorato : le pale d’altare del Correggio. Motivo che certo non manca di comparire anche in questo suo ultimo libro, con tutto l’approfondimento che può derivare da un lungo periodo trascorso a Oxford come professore, ovviamente, di storia dell’arte del Rinascimento italiano, e prima di passare, nel ’91, ad un altro (in ogni senso) tempio artistico, quale è il comunque londinese “Christie’s”...
Contrariamente a quanto ritenuto da molti, come ad esempio dal Gould che lo definiva troppo frivolo - afferma e scrive a chiare lettere Ekserdjian - il Correggio è anche un grande artista religioso. Certo, celebra piuttosto la gioia religiosa ; e ha un modo di comporre caratteristico (sia nei soffitti che nelle pale d’altare) in diagonale, quasi rappresentando in modo teatrale i personaggi...In ogni quadro è per questo necessario chiedersi che cosa fanno... Ma è comunque un grande poeta della gioia religiosa.”
Anche per questo ha scritto il libro. Per riordinare un po’ le idee, raccogliere, discutere, fare il punto su un artista così “marginalmente” grande...
Esistono pubblicazioni e studi dedicati ai disegni preparatori del Correggio ; oppure ai suoi dipinti ; o ancora a qualcuno soltanto dei suoi affreschi - spiega - La mia prima ambizione è stata allora quella di fare non un catalogo ragionato (perché anche quello esiste già) ma un libro che desse spazio a tutto, che consentisse di aprire una discussione su tutto.”
Un punto d’arrivo e di partenza, insomma : con quali “novità” ?
Più che novità le chiamerei precisazioni, recuperi. - precisa - Tentativi di capire e approfondire cose spesso neanche discusse. Ad esempio, riguardo alla tradizione iconografica secondo la quale si rappresenta un santo ; nel caso del Correggio è un aspetto spesso trascurato o dimenticato. Caso emblematico proprio la cupola del vostro Duomo, sotto la quale, nei pennacchi, sono affrescati i quattro santi patroni. In tutti i libri, uno è descritto come San Tommaso e invece è San Giuseppe. Interpretazione che troviamo solo nel Vasari, e che ho trovato giusto riprendere.”
Errori minori o che derivano dal fatto che forse il Correggio è considerato un “minore” ?
L’errore vero è pensare che su di lui sia già stato detto tutto ; e invece anche solo sul piano dei dati, della documentazione, è straordinario quante cose ancora saltano fuori. Proprio qui da ‘Christie’s’, pochi giorni fa, abbiamo venduto un disegno che non si conosceva... Nessun dubbio, comunque, sulla sua grandezza : nel Settecento era famoso quanto Raffaello, ma in queste cose ogni epoca subisce anche l’influenza del gusto..”
E a lei, del Correggio, cosa piace di più ?
Il modo in cui cambia,  cresce, si sviluppa. Sembra che compia un passo in avanti ad ogni quadro.”
E su ogni quadro Ekserdjian accuratamente indaga ; illustra i rapporti con la committenza ; riflette sulla forza di una personalità che pur anticipando il Barocco è assolutamente figlia del proprio tempo ; invita alla discussione : un libro come il mio, dichiara, non può mai essere l’ultimo.  Il volume, però, anche se frutto di uno sguardo ormai ventennale, si ferma alle soglie dell’artista, essendo “nascosta” tutta lì la storia invece dell’uomo...
Di Antonio Allegri non resta nulla : non una lettera né un cenno. Solo il Vasari, in qualche riga, scrive di un carattere triste e malinconico. Può darsi, non so...”
Il tono dubbioso rinvia il pensiero a quella luce dorata, a quei putti paffuti...
Però sono quasi certo - conclude Ekserdjian - che sarebbe stato un piacere andare a cena con lui.”


                                    Rita Guidi

martedì 23 aprile 2019

ARCHEOLOGIA VIVA di Rita Guidi


Forse potremmo etichettarli come esploratori,  e slegarli da questioni di età o di studio. Sono gli innamorati dei bronzi di Riace, i viaggiatori dei luoghi e delle radici, quelli che hanno bisogno anche del tempo per conoscere lo spazio. Gli archeologi oggi, insomma. O gli archeomani, per allargare il raggio, con questo termine un po’ meno tecnico, anche ai soli appassionati oltre che agli autentici specialisti.
Un raggio sempre più ampio, tra l’altro, anche per “colpa” di una diversa immagine, che l’archeologia si è  appunto andata costruendo, attraverso mostre, film, riviste.
Come ad esempio “Archeologia viva”, più che una novità una tradizione, nel panorama divulgativo archeologico, dal momento che compie proprio in questi giorni quindici anni esatti esatti.
E’ stata la prima rivista specializzata che ha sottratto questa disciplina alla sua ‘torre d’avorio’ - spiega il direttore (e fondatore, con Sergio Giunti) del bimestrale, Piero Pruneti - facendone un tema di largo interesse nel tessuto sociale e culturale del Paese.”
Un interesse che misura trentacinquemila copie, per ventiduemila abbonamenti.  Pagine illustrate da leggere bene : notizie  e articoli sono infatti accessibili e chiari senza nulla sottrarre ad una accurata attendibilità scientifica. Archeologia viva, appunto.
Mostre, studi, scavi, diventano così un chiaro invito al viaggio : nel tempo e nello spazio.  Questi esploratori preferiscono così.
                                                                               Rita Guidi

domenica 21 aprile 2019

I MARCHESELLI di Rita Guidi


Si sono incontrati qui, i Marcheselli. In questo libro. Una familiarità quasi evidente : la statura, gli occhiali dalla montatura attenta, di metallo chiaro, sottile, come loro...
Giornalisti paralleli, però : Tiziano e Fabrizio sono due-firme-due abituate da sempre a leggere la città (e per questo li leggiamo) da altrettante, diverse convergenze.
Mi piace tutto ciò che è ‘vecchio’ - spiega Tiziano - Mi appassiona l’arte, la storia, la tradizione...”
Seguo da sempre la musica, soprattutto quella contemporanea, nuova - aggiunge invece Fabrizio - Un discorso che estendo poi allo spettacolo, al cabaret, ad una certa comicità molto attuale...E anche allo sport : al tennis, meglio.
 E allora ? Il libro ?
E’ andata più o meno così - ricorda Tiziano - L’idea mi è venuta ormai quasi quattro anni fa. Ho iniziato a raccogliere un po’ di documentazione, a scrivere qualche pagina... Ma ho da sempre una brutta abitudine : mi piace fare sempre (tante) cose diverse. Quindi ho pensato che forse potevo chiedere a mio figlio di concludere quello che avevo iniziato.”
Chiedere ?
Sì,Sì - assicura Fabrizio - Ho dato un’occhiata al materiale, ho visto che mi interessava, e allora ho iniziato a lavorare, ad aggiungere personaggi. Va beh !, anche musicali, oltre che storici o artistici...”
Ed è davvero un assoluto fifty-fifty il risultato. Un cinquanta
per cento di Tiziano, più un cinquanta per cento di Fabrizio, non nel senso di 169 pagine per uno, ma come somma di due personalità. Il “Dizionario dei parmigiani” è l’esperienza dell’uno e la pazienza dell’altro...
Di materiale già disponibile ne avevo parecchio - afferma Tiziano, che a trent’anni di firme in Gazzetta, aggiunge una frenetica attività di autore : una  ventina di libri, quasi tutti “enciclopedici” e quasi tutti sulla storia della nostra città - Quindi c’era già una buona documentazione di base su cui lavorare, anche se gli anni (i secoli) che abbiamo esaminato sono davvero tanti...”
Si trattava di completare e ‘cesellare’ il tutto - riprende Fabrizio - Nel senso che, non solo volevamo avvicinare il più possibile il discorso, portarlo a sfiorare l’attualità ; ma occorreva anche verificare, confrontare...Perché ci sono date diverse (o peggio assenti) riferite ad uno stesso personaggio ; come ci sono  personaggi che si firmano con nomi diversi... Occorreva dare, insomma, una coerenza complessiva alle schede.”
  E lui, come fare, lo sapeva già : firma giovane e autorevole nella pagina degli spettacoli della Gazzetta, è anche il giovane autore di “Venti di Cabaret”, breve e spigliata antologia, che scheda (appunto) venti protagonisti della nuova comicità.
Ma allora è un vizio (di famiglia ?)...
E’ certamente il taglio con il quale preferiamo articolare i nostri studi, le nostre ricerche - spiega Fabrizio. E aggiunge Tiziano - Pensiamo che sia un modo per rendere più utile e accessibile un libro ; e anche per farlo vivere di più. Per non renderlo troppo ‘datato’
Un accordo al cento per cento. Sarà andata così anche sulla scelta dei nomi ?
Il mat Sicuri - L'ultimo Diogene
Sì. A me interessano da sempre anche gli aspetti cosiddetti minori della nostra città, e questo vale anche per le figure curiose - spiega Tiziano - Quelli che negli anni più recenti qualcuno chiamava accattoni e che io preferisco definire pseudo-filosofi. (Occorre fare il nome di Sicuri ?). Qui ci sono anche loro. E Fabrizio è stato subito d’accordo...”
E’ stato un modo per allargare i miei interessi - conferma - Ho insistito sulla storia e sulla musica, ma ho scoperto anche il colore di una certa Parma. E la sua arte, che restava per me un discorso un poco più lontano.”
Questione di tracce : e poi davvero qui, i “parmigiani” ci sono proprio tutti. Ed è una storia insieme quotidiana e da manuale. Perché bando a questioni di nascita o celebrità, l’elenco di questi magnifici duemilatrentanove, va dagli irrinunciabili (Maria Luigia ! Antonio Allegri !) ai perfetti “sconosciuti” (Sante Pollastri : “Quello della canzone di De Gregori”, spiega con la più classica deformazione professionale Fabrizio). Anche se nei tanti (tutti) anni della città, è  naturale che quello di una qualche dimenticanza sia un rischio calcolato...
Siamo certi che mancherà qualcuno - e l’invito degli autori a segnalarlo è esplicito - Ma siamo pronti a rimediare.”
Quattro mani, due sguardi, molte idee, Tiziano Marcheselli e Fabrizio Marcheselli all’ultima lettera di questo prezioso dizionario (il cartoncino giallo-antico come piace a Tiziano, la grafica netta come preferisce Fabrizio), hanno scelto insomma di mettere una bella Z come Continua.


                                         Rita Guidi

sabato 20 aprile 2019

EDUCARE ALLA LEGALITA' di Rita Guidi


E’ una nuova materia. Un libro che aggiunge la più difficile lezione, al consueto orario scolastico. Una sfida importante, già raccolta nel titolo : “Educazione alla legalità - Dal rispetto della legge alla convivenza democratica” ; filo rosso con la nostra città, è, tra l’altro, quella Casa Editrice Spaggiari da sempre legata al mondo della scuola, e che aggiunge così alla propria collana di “strumenti didattici” un titolo davvero speciale.
Lo hanno scritto due professori (e chi altri ?), impegnati quotidianamente nella consapevolezza di un compito, spesso oggi sottovalutato, fatto di parole, di nozioni, di idee da spiegare e trasmettere ; e poi di qualche cosa d’altro, indubbiamente slegato dalla ristretta logica del voto, ma che pesa con forza, in ogni istante trascorso all’interno di una classe. E’ il formare una coscienza morale, il crescere cittadini del mondo, per usare le parole degli autori : e cioè di Giovanni Marchese, docente di italiano e storia a Palermo, e di Maria Falcone, docente di Diritto nella stessa città, il cui cognome non è solo un riflesso casuale con i ricordi di un’Italia difficile, ma un legame ininterrotto col fratello Giovanni.
La difesa della speranza in una possibile convivenza civile, il diventare uomini, cittadini, società, comincia, come sostengono loro, da lì, da un banco di scuola. E quello che prima era affidato alle improvvisate capacità di ogni docente diventa oggi un libro. Anzi un manuale, utile di schede e unità didattiche.
Diviso in tre sezioni, il volume affronta innanzitutto questioni soggettive e relazionali (“Io e gli altri”), analizzando comportamenti, idee e opinioni, regole della convivenza a partire dall’ambito della classe. Quindi si estende ad una dimensione più vasta (“La legge e la società”), illustrando i luoghi della società, i testi della Comunità, le leggi della Costituzione e le regole del Diritto. Per muoversi, in conclusione, verso una dimensione insieme più imprescindibile e astratta (“La politica e la morale”), nella quale si rintracciano appunti di storia della politica, si chiarisce la struttura di uno Stato di diritto, si riflette su Stato, Mafia e Anti-mafia.
Per questo, per il suo articolarsi dai concetti semplici ai più complessi, il sottotitolo recita “tracce di un percorso educativo dalle elementari alle superiori”.
E per questo gli autori confidano in questo più ampio modo di fare scuola : “Coadiuvare i giovani nel difficile cammino della formazione di una coscienza morale - scrivono infatti in premessa - non significa renderli ‘ripetitori di principi’, ma individui capaci di porsi prospettive ampie sul mondo dei valori morali.”
Nulla di astratto, quindi, ma una conoscenza più partecipe di ciò che ci sembra sempre così lontano e altro (ad esempio lo Stato, le sue regole e i suoi meccanismi) ; e poi il rispetto degli altri, riconosciuti come risorsa indispensabile alla propria crescita umana.
Nessun uomo è un’isola, insomma, come scrisse John Donne. Maria Falcone e Giovanni Marchese sembrano, con altre parole, ripetercelo. Un invito chiaro, perché anche solo la frase di una poesia possa diventare una nuova ipotesi di insegnamento.

                                    Rita Guidi