mercoledì 6 marzo 2019

TRENTASETTE - INTERVISTA A FLAVIO CAROLI di Rita Guidi


E’ una febbre di morte : trentasette.  
Una linea che segna la temperatura della vita.  Poi è il freddo.
A  trentasette anni sono scomparsi Raffaello e il Parmigianino, Watteau e Van Gogh, Toulouse-Lautrec e Tancredi, Gnoli e Manai, Rimbaud e Byron...
Coincidenze ? Destino ? Un bel volume, ora, ne indaga qualche possibile risposta...
Numerologie o esoterismi, però, per favore no - afferma subito sicuro Flavio Caroli, autore appunto di questo “Trentasette - Il mistero del genio adolescente” (Arnoldo Mondadori Editore), che verrà presentato domani alle 17.30 presso la sala De Strobel - L’aspetto legato ad un certo genere di ‘curiosità’ non mi interessa e non mi ha interessato proprio...Anche se so benissimo che qualcuno ha ipotizzato anche questo genere di spiegazione...”
Comprensibile : tre è il numero perfetto ; tre più sette fa dieci, e quell’uno e quello zero si legano addirittura alla più contemporanea logica binaria...   Ma per Caroli no. Storico dell’arte e docente al Politecnico di Milano,  con diciotto pubblicazioni (tra saggi e romanzi) alle spalle, non è questo importante.
Da dove, allora, l’idea di questo libro ?
Dalla mia esperienza e dai miei studi, dalla ‘pancia’, da qualcosa che avevo dentro... - spiega Caroli - E lo dichiaro anche nell’introduzione : a trentasette anni mi sentii davvero in prossimità di una soglia vitale (o mortale...). Non morii, certo, e me la cavai assolutamente a buon mercato : scrissi un romanzo dedicato al tema del suicidio...”
Quale ?
Si intitolava “Majerling, amore mio” - ricorda Caroli -  ed era il 1983.”
Un bel modo per esorcizzarlo...
Certamente sì - continua -  Tant’è che poi ripresi e proseguii ‘tranquillamente’ i miei studi. E la sorpresa fu proprio quella. Lentamente, uno dopo l’altro, una serie sempre più lunga di grandi artisti, mi rivelarono esattamente alla soglia del trentasettesimo anno la loro fine. Ho scritto di quindici (e sono quindici racconti), ma so almeno di altri venti ; e di altri, anche qualche giorno fa, mi hanno raccontato : è il caso di Simone Cantarini, un allievo di Guido Reni, a cui tra poco dedicheranno una mostra.”
Ma allora perché ? Se il mistero dei numeri no ; e se le coincidenze vanno al di là di ogni ragionevole dubbio ?
Perché...- Caroli ha solo una breve esitazione, prima di colpire al cuore ogni presunzione di onnipotenza umana - Ma perché la genialità, questa loro genialità di ‘divini fanciulli’ e dunque precoce e prematura (perché il discorso soltanto questi riguarda), sembra davvero riflettere il loro stesso splendore. E’ la legge di una luce così intensa che necessariamente deve spegnersi subito. Un vitalismo così immenso che deve ritrovare così il proprio limite umano.”
Per questo il suo discorso, i suoi racconti, sono concentrati proprio sul momento  estremo, sul cielo degli istanti del loro ‘passaggio’...
Sì. Volevo proprio descrivere gli istanti della soglia, quelli che sono prima vita e poi morte. - conferma Caroli - Il cordoglio del mondo, come ha detto qualcuno, per la perdita di un genio. Per questo ho cercato lo stile più asciutto, le parole più adatte. Poche, necessariamente. E pensate, a lungo ma non troppo. Perché come ho detto, questo libro l’avevo dentro. Era qualcosa di inevitabile, e dovremmo sempre fare solo questo : ciò che è inevitabile. E’ il motivo per cui, forse, chissà ?, non ne scriverò più...”
Certamente non più su di loro, e sul senso della vita e della morte di questi divini adolescenti... Che somiglia tanto, in fondo, alla fine di un gioco : “Il vitalismo infatti è faticoso - scrive Caroli nel libro - Vivere è un lavoro. E lavorare stanca.”
La fine di un gioco : se l’arte diventa lavoro. Febbre. Trentasette.
Qualcuno di loro l’aveva capito. Uno : Rossini. Esistenza lunga la sua, ma non più vita ; è anche per lui quella (trentasette anni) la soglia di una morte artistica.
Per gli altri anche fisica : unico modo, forse, per continuare ad essere vicini, così febbrilmente vicini al cielo.

                                         Rita Guidi

martedì 5 marzo 2019

LETTERA DA CORNIGLIO (G.MARTINELLI) di Rita Guidi


Risultati immagini per corniglioUna frescura vicina, eppure lontanissima dall’afa. Oppure, d’inverno, la neve da pupazzi e slittini, rifugi e laghi ghiacciati. L’orizzonte di un giorno, una qualsiasi domenica dell’anno, o l’appuntamento di sempre, d’estate, con gli amici.
Risultati immagini per corniglio C’è un pezzo d’Appennino che, da sempre, è stato tutto questo. Qualche ora per tutti, o la vita per qualcuno. Pochi, certo, ma come importanti e assoluti testimoni più che di un mondo che va scomparendo, di una realtà che non vuole, non può e non deve essere senza domani.
E invece, adesso, contro tutto questo, c’è  un nemico più forte di qualsivoglia malinteso senso del ‘progresso’. Forte come questa nostra montagna, è la montagna stessa, che fragile di ferite e di soprusi antichi, scava un enorme confine tra se stessa e il futuro, il ricordo, la speranza.
La montagna frana, a Corniglio. 
Risultati immagini per frana corniglioCrolla con la forza di un’antica e leggendaria maledizione sui terreni e le case, sul lavoro e le notti d’estate di chi aveva voluto rimuovere come un incubo non proprio questa tremenda possibilità. Perché è un incubo non nuovo : da queste parti, dove ancora c’è il tempo di ascoltare le parole e i racconti, sguardi di più di un qualche vecchio giovanotto, indicano composti la stessa ferita negli stessi luoghi. E ricordano un asilo negato a due viandanti che si chiamavano S.Lucio e S.Amanzio, e che per questo promisero altrettanto dolore a questa terra. 
Era il 1902, allora, e non c’erano le residenze nuove dei villeggianti, gli enormi edifici per la stagionatura, le strade. Ma la forza d’urto impressionante e inarrestabile fu esattamente la stessa. Indifferente alla già faticosa vita dell’uomo che strappa la vita da queste parti, la terra si ruppe in rughe e crepe profonde, rotolò fino al torrente, creò laghi e timori. Identica ad oggi. Esattamente. Ed è questo uno dei dati che sorprende, ad esempio, nella relazione in forma di video presentata nei giorni scorsi a Roma alla Commissione per la Prevenzione degli eventi a grande rischio. Realizzata dal CNR, dall’Unità Operativa della Regione Emilia Romagna del Gruppo Nazionale Difesa Catastrofi Idrogeologiche e dalla Provincia di Modena, riassume, per gli addetti ai lavori, i due anni di cronaca di questa tremenda (e un po’ voluta e un po’ dimenticata) situazione. Contraltare tecnico ad un’altra, davvero toccante realizzazione, sulla stessa tragedia : si tratta di “Lettera da Corniglio” di Giovanni Martinelli. Autore appartenente al ‘Cinema Indipendente Italiano’, ma anche coordinatore del Centro Studi Terre Alte ; legato, dunque, profondamente alla cultura del territorio, cui dedica questa partecipata opera che ha già meritato vasto apprezzamento e la partecipazione (imprevista) a più di un Festival Cinematografico.
E basta già la copertina : un Cristo gettato su quella terra, il castello del paese lontano, sullo sfondo. Eppure  nulla di architettato ; ciò che resta, invece, dall’antico cimitero, in parte sgombrato al progressivo cedere della montagna. Un dolore lento e paziente, come quello della gente del posto, che parla (senza grida) in apertura di questo così particolare cortometraggio. E’ il racconto duro e riservato di ciò che hanno perduto, mentre la macchina da presa trascorre sugli affreschi della ‘Passione’ di Madoi nella chiesetta di Sesta Superiore. Come dire dell’arte di questo Appennino, della sua vitalità sotto la durezza dei giorni, dietro l’accettazione della fatica.
Una vitalità che ha fatto definire Corniglio regina della mezza montagna dal poeta Attilio Bertolucci, che tanto appartiene alla vicina Casarola, e che qui, in questa tormentata ‘lettera’, in prima persona parla. E come lui il figlio Bernardo, che ricorda di aver composto qui i suoi primi versi, pensato i primi film. E che, aggiunge, quella frana non vuole, non riesce a vederla.
Rimozione condivisa dallo stesso Martinelli, che ci confessa di aver utilizzato prima i filmati di repertorio e solo più tardi aver ceduto alla necessità di un sopralluogo.
Perché è un vero tormento, per chi anche per poco è stato avvezzo a questi  luoghi. Il dolore che gonfia gli occhi, è quello di chi vede i propri luoghi diversi, lacerati, distrutti. Di chi non riesce più a far coincidere i propri ricordi con la realtà : cancellati. Ieri per sempre diverso dall’oggi ; e noi stessi improvvisamente un poco più vecchi, un poco altri.
 Sofferenza, tra l’altro, che somiglia ad una concessione all’egoismo, nel vedere piuttosto serrande abbassate su muri paurosamente inclinati ; e strade dalle quali nessuna automobile condurrà più nessuno al lavoro.
O forse sì. La montagna, nel male ma anche nel bene, è forte. E le parole di Attilio e di Bernardo, della gente del posto, di chi anche solo per un’ora ha vissuto qui, scrivono proprio una lettera alla speranza.
Occorrerà tanto tempo, tanti soldi, tanto lavoro, tanto buon senso. (E già il discorso è complesso...). Ma più e prima di tutto la voglia di non perdere. Di non lasciare che la terra scavi con indifferenza e nell’indifferenza un solco mortale per un luogo che è stato e che è anche nostro.
“Ci vuole un grande impegno - afferma infatti Bernardo Bertolucci - per fermare questa frana proprio nel momento in cui rischia di trasformarsi anche in una frana simbolica.”
E’ passato quasi un secolo dal 1902. La speranza è che, oggi, non ne debba passare un altro, prima che tutto questo sia solo un brutto ricordo nelle parole che qualche vecchio giovanotto vorrà qui raccontare.

                                         Rita Guidi


lunedì 4 marzo 2019

LETTERE A YVONNE (R.M.RILKE) di Rita Guidi


Poche pagine : ottantotto. 
Una ventina di lettere. Due telegrammi.
Questo “Lettere a Yvonne - 1919/1925” , che raccoglie un fedele e selezionato epistolario, fino ad oggi inedito, di Rainer Maria Rilke (Archinto Ed. L. 20.000) si legge evidentemente d’un fiato. Ma è un respiro lungo. Il galleggiare rapido e affiorante di una intera vita sommersa appena sotto queste poche righe. Che  per questo traspare, leggibile.
Ciò che emerge è innanzitutto un’amicizia, quella con Yvonne appunto : autentica zattera d’affetto nel naufragio di guerra del poeta. Rilke è infatti un nomade in questi difficili anni. Nativo di Praga, adottivo di Monaco, è per un lungo periodo ospite incerto nella tranquillità smorta della Svizzera. Ed è a Berna, città ancora straniera per lui, che dietro consiglio dell’amico conte Paul Thun, a lei si rivolge : a Yvonne von Wattenwyll, che da aristocratico aiuto si trasforma subito in uno sguardo di profonda intesa, nella voce di una lunga amicizia.
Nemmeno un mese dopo  quel primo incontro, per Rilke è già ‘adorata amica, tale ormai da tempo...’ ; incipit epistolare che suggella significativamente l’inizio appunto di questo poi costante rapporto a distanza.
 Yvonne come perno, e la sua vita come sfondo. Gli spostamenti e le difficoltà, l’incerta salute e i desideri, sempre la poesia, affiorano qui sinceri ; è appena un freno a quello che potrebbe essere un diario, la delicatezza e la gentilezza con cui a lei chiede e di lei ricorda. O si preoccupa, soprattutto, quando la sua voce è silenzio : “Mia cara Amica - scrive infatti il 12 agosto 1919 da Soglio, non avendo da molti giorni sue notizie - Sono un po’ preoccupato...”  Ma subito precisa che solo affetto e non pedante insistenza è la sua : “Tra noi - aggiunge infatti con splendida dolcezza - deve essere possibile il più lungo e assoluto silenzio...”.   Come dire che Yvonne è per lui comunque certezza ; che Rilke è per lei comunque certezza. Come lo è la poesia, in questo difficile e incerto peregrinare dell’autore, sradicato con sogni di stabilità e solitudine, anche se nello splendore retrò e decadente di ville e castelli.
E’ qui che potrei riuscire a ritrovare me stesso - scrive da Locarno - Se qualcuno mi rinchiudesse per un anno in una di queste chiese di campagna...”
E ancora : “Potrei ormai scrivere la mia lista dei desideri proprio come farebbe un bambino - ripete da Soglio - Poter abitare da solo per un anno in una casa simile...”
Ha bisogno di solitudine. Ha bisogno di un anno di solitudine. Di quella pace dalle inutili chiacchiere del mondo che gli serve per fare poesia.
La trova nel Castello di Berg e poi a Muzot. E’ qui che scrive. Scrive a Yvonne di libri... “I libri...cara Amica, se ve ne mancassero, fatemi un cenno...Ma suppongo che voi preferiate raccogliervi sotto la dolcezza inedita delle vostre palpebre chiuse ; mai alcuna pagina ci toccherà altrettanto da vicino...”
Scrive, anche per lei, libri : conclude qui le sue più celebri “Elegie duinesi”.  
Non lo sai ancora ? - (le) dice, nella prima - Getta dalle tue braccia il vuoto / agli spazi che respiriamo ; forse gli uccelli / nell’aria più vasta, voleranno più  intimi voli” .  


                                         Rita Guidi

ALICE.IT (ARCHIVIO DI INTERNET) di Rita Guidi


Risultati immagini per alice nel paese delle meraviglieSi chiama “Alice”, ed è davvero il paese delle meraviglie.
Per chi ‘naviga’ in Internet, ed è interessato a tutto quanto fa letteratura, è davvero questo il ‘sito’ (così, nel gergo della Rete, i ‘luoghi’ virtuali da visitare) da non perdere.
Dalla ‘home page’ (leggi copertina) vivace, ricca e non-accademica, potete infatti accedere direttamente a quanto i redattori di questa cyber-rivista scrivono, o a quanto invece di ugualmente e letterariamente utile segnalano.
Con la comodità di un clic, ad esempio, potete allora leggere un’intervista a Busi, un servizio sulla casa editrice Marcos y Marcos o un ricordo di Bohumill Hrabal (questi alcuni degli argomenti nel numero attualmente on-line) ; oppure accedere ad una raccolta delle ‘terze pagine’ dei più importanti quotidiani (con ulteriore possibilità di accesso ad un archivio degli ‘arretrati’).
Novità tra le più recenti, questa, utile quanto l’elenco delle librerie, libri, e biblioteche raggiungibili su Internet, o ancora, le segnalazioni sui più interessanti appuntamenti e avvenimenti, sempre per gli addetti ai lavori.
A questo proposito, non mancano le occasioni interattive : come ad esempio quella proposta per giovedì 13 febbraio. Si tratta della prima 24 ore di scrittura telematica. Battezzato da “Alice” come il giorno degli scrittori invisibili, e realizzato in collaborazione con la casa editrice "marcos y marcos", repubblica.it, la Biblioteca Civica Multimediale di Cologno Monzese, Porte Aperte e B-Human, si proporrà infatti la costruzione ‘a mille mani’ di un noir velocissimo.  A partire dall'incipit di "La scena è la stessa" di Massimiliano Sossella, tutti i navigatori in collegamento con librerie e biblioteche d’Italia potranno seguire in tempo reale  e contribuire alla nascita  di questa nuova e inconsueta forma di scrittura.
 Per essere uno dei mille autori l’orario di riferimento è dalle ore 00:01 alle ore 23:59 .
 (All'indirizzo http://www.bhuman.it/sossella, si possono avere altre informazioni.)
L’indirizzo di “Alice” (di Informazioni Editoriali I.E.), è invece
http ://www.alice.it
pronto per essere memorizzato dal vostro ‘bookmark’.

                                         Rita Guidi

sabato 2 marzo 2019

I GANZI GRECI (T.DEARY) di Rita Guidi


Ai confini del ‘trash’, dichiaratamente kitsch, questo “I ganzi greci” (così la traduzione italilana dall’originale “The groovy greeks”, Salani Editore, 128 pagine, L.12.000) è davvero una ‘brutta storia’.
 Primo appuntamento col mondo classico per una davvero curiosa collana, il volume non poteva che avere ascendenze anglosassoni.  Firmato da Terry Deary e illustrato da Martin Brown, il risultato, infatti, si situa a metà tra un’idea divertente-dissacrante, e un certo modo (l’ultimo ‘didatticamente’ possibile ?) di fare storia.
Accattivante nelle vignette e nelle battute, indovinato nella proposta tutt’altro che semi-seria di quiz e cruciverba, l’universo greco si snoda comunque qui cronologicamente corretto, anche se con accenti aneddotici volutamente impertinenti.   
Ganzi, appunto.  E cioè  inattesi e buffi, tutti da raccontare. E così, accanto alle pagine che descrivono tempi e modi della nascita del teatro, trovate anche quelle su ‘chi ebbe il primo gabinetto con sciacquone della storia’, e poi ‘eroi orribili, soldati spartani trogloditi, filosofi fuori di testa e schiavi mica tanto contenti...’.
Ma un’occhiata al sommario basterà : cronologia dei ganzi greci ; disgustosi dèi ; combattere come un greco ; tremende tragedie e potenti poemi ; gli spaventosi spartani ; gli arguti ateniesi ; la potenza dei persiani ; Alessandro  il più magno ; pensare come un greco ; vivere come un greco ; morire come un greco ; oh, le olimpiadi ; ricette ricercate ; crescere come un ganzo greco ; arrivano i romani.
Ganzi anche loro ? A quanto si legge nell’epilogo pare proprio di no...
Dopo i ganzi greci vennero i rivoltanti romani...Ma i romani erano niente in confronto ai greci...Archimede era un greco supergeniale. Quando i romani attaccarono il suo popolo nella città di Siracusa (211 a.C.) Archimede mise in moto il suo grande e ganzissimo cervello per inventare nuove armi meravigliose....Ma alla fine i romani sfondarono le difese dei greci...I rivoltanti romani vinsero, i ganzi greci se ne andarono sottoterra. Una gran brutta storia.”
Non l’avevamo detto ?
                                                                       Rita Guidi

venerdì 1 marzo 2019

IL SORRISO DEGLI DEI (S.NIEVO) di Rita Guidi

La narrazione si rincorre a vortice nel gorgo dei nomi. E lì affonda.  Troppo cerebrale ciò che dovrebbe essere suggestivo, troppo accelerato e denso il grumo del tempo, che invece dovrebbe scorrere più parco nei secoli in cui si dipana la storia.
Romanzo fatale ma non fatato, allora, questo “Il sorriso degli dèi” , pubblicato ora da Marsilio.
L’autore è Stanislao Nievo : quello de “Il prato in fondo al mare” (vincitore del Campiello nel 1975), e de “Le isole del Paradiso”, (Premio Strega nel 1987). Soprattutto, l’autore, così come il protagonista, è ( e si sente, e in questo caso però ne è forse il limite) un viaggiatore.
Autenticamente e letterariamente a caccia di orizzonti e di tracce che indichino finalmente la bussola del vivere ; i cenni di un ordine, sulla via del ritorno, nel caos della vita.
 O nel suo deserto. Chè la storia inizia e si conclude lì, nella calura infinita e simbolica che raccoglie insieme realtà e miraggi.
In quel deserto è un aereo caduto. E una morte. Come altre morti, precedenti e lontane di secoli, forse già scritta. Sognata o presentita in un continuo gioco di pensieri trasognati e visionari.
Il romanzo è questo. Duecentododici pagine di questo. Inseguendo caparbiamente il gioco senza dimensioni del destino, abbandonandosi (cerebralmente) al sorriso di quegli dèi che dall’orizzonte delle cose già scritte, attendono gli stessi gesti dagli stessi nomi.
I nomi : “nomina non solum consequentia sed etiam origo rerum”, è la frase che si legge più volte nel romanzo.
I nomi sono già il destino, insomma. Come lo sono qui quelli di Flora, di Ippolito, del viaggiatore, appunto.
Eredi contemporanei e di sangue, di vicende accadute ottocento e, di nuovo, cento anni prima. Non più cavalli o navi, dunque, nel loro mondo, ma aerei, tecnologia, computer. Anche questi utili, tra ricerche cyberspaziali e archeologiche, per ‘collegarsi’ col proprio destino attraverso le reti virtuali del mondo.
(E dev’essere questo - quest’altro viaggio - una recente passione di Nievo, se è vero come è vero, che ha scelto di ‘pubblicare on-line’ su Internet stralci del libro per consentire un gioco di composizione interattivo con i propri lettori).
Se sappiamo guardare qualche volta ci appare il destino. - fa dire Nievo ad un personaggio del romanzo, anche lui parte del continuo gioco simbolico degli animali e degli elementi - Ma bisogna prima superare il vuoto e le sue tempeste.”
E più oltre : “Il destino si svela a tutti per un attimo. Ma guai a guardarlo fisso, impietrisce il cuore...”
Ecco, a volte il problema, per tutti e anche per le parole, è proprio questo.

                                                                                          
                                                                           Rita Guidi

giovedì 28 febbraio 2019

INTERVISTA A ANTONIO MAZZIERI di Rita Guidi

Luca e Marco Mazzieri

Le parole dopo. Antonio Mazzieri si vuole raccontare prima negli occhi, nello sguardo silenzioso alle sue opere.  Le risposte dopo, insiste. Come se già mostrare i suoi quadri fosse un’estrema confidenza.
E lo è : anche questo spiega, del resto, i quasi vent’anni di assenza da qualsivoglia appuntamento pubblico, esposizione, galleria.
E’ stato comunque un periodo di studio - spiega Mazzieri - Ma ero troppo preso da altri impegni, e non mi piace fare tante cose contemporaneamente...”
L’ultima personale nel 1977, dopo una lunga serie di mostre e importanti riconoscimenti di cui preferisce non parlare, Mazzieri espone di nuovo oggi, il risultato nuovo di un lavoro di sempre...
Ho sempre amato l’arte ; ho sempre avuto bisogno di lavorare la materia. Ai tempi del liceo - ricorda - il mio svago erano le botteghe di falegnami, calzolai, meccanici...Lavoravo e creavo...”
Creare lavorando : è questa infatti la sua sfida, nel lasciare un impiego sicuro per aprire un negozio di cornici. Contorno il più vicino possibile a quel mondo artistico che vuole gli appartenga. E che gli appartiene : le sue tele dense di materia, fossili o terre lunari, ottengono, come detto, assoluti consensi. Uno dei tanti porta la firma di Brindisi. Ma anche per questo le parole per favore no, dice, le parole dopo.
Evidentemente schivo, altrettanto evidentemente il suo primo bisogno è l’ordine. Per questo, adesso, lavora qui, nel solitario riposo di una lunga stanza assoluta : legno, pensieri e ordine (appunto) tra le pareti bianche. Esattamente come nei suoi quadri, è soprattutto la luce (una lama sottile dalle finestre o un fascio più intenso dalla lampada appesa) a significarne i contorni.
Lascio dipingere la luce - conferma, soppesando le parole, nell’intensa cadenza emiliana - Osservo, penso, fantastico, sfrondo, semplifico, incido, assemblo... e poi lascio che dipinga la luce.”
Un’ispirazione intensa risolta in sei mesi di lavoro. Impronte di vita e di cose in una materia soffice e bianca...
Cellulosa - spiega - Ed è stata la scoperta di ciò che cercavo da anni : volevo fare quadri bianchi ma non per sovrapposizione. Mi infastidiva la non-purezza del supporto. Avevo bisogno di un candore assoluto ; ho sempre bisogno di essere in pace con i miei quadri...”
Ed è questo che scrive di se stesso e delle sue opere : averne lo stesso cuore e il medesimo sorriso. Al riparo del suo irrinunciabile basco blu, Mazzieri raccoglie infatti dal tavolo un taccuino tra i tanti...
La sera spesso mi metto qui e scrivo - confida - Considerazioni sparse sui  miei artisti preferiti, sensazioni, idee...”
Mondrian, Matisse, Morandi, amici e affetti, sono scritti lì, tradotti nella sua grafìa educata ed elegante. Un universo osservato dalla pace inquieta di queste colline di Torrechiara, dove vive ormai anni. Finalmente tutto il tempo da dedicare a questa sua unica passione (“Mi piace anche il cinema, certo, per forza...”- sorride alludendo ai figli Luca e Marco, gli ormai affermati registi de ‘I virtuali’). Studio, letture e il flusso continuo delle idee che nemmeno le dieci ore al giorno che passa qui bastano a realizzare.
Qualche giorno fa - racconta - mi sentivo particolarmente allegro. Ne sono usciti quattordici schizzi, di getto ; facce di luna. Ma ironiche, divertite...Guardi qua...”
Il risultato è già in cornice : la simmetria espressiva di tanti tondi, sorridenti o depressi per il solo variare di un triangolo. Buffi.
Come dire (senza troppe parole), che ogni tanto c’è spazio anche per questo ; seppure è più nella riflessione, qui, la sua consuetudine. Dio c’è sempre, insomma, in qualche cassetto. Un respiro evidente tra le letture (Francesco...Turoldo...), le poesie, il bianco.
Davanti al bianco scordo le brutture” scrive. E di nuovo aggiusta la luce che scandisce le ombre impresse in un suo quadro. Opacità scura che serve solo ad aggiungere suggestione e movimento, a far oscillare ad esempio il rigoroso rintocco di un immaginario pendolo. Turbamento necessario ; superficie momentanea. Sotto, la materia è come l’ha voluta lui : perfettamente, serenamente, silenziosamente intatta.

                                    Rita Guidi