mercoledì 19 giugno 2019

UN'ARMA IN CASA (N.GORDIMER) di Rita Guidi


Metti una sera a cena. Per ospite inatteso
 il presente, sconosciuto e improvviso. Per mensa gli avanzi. Morsi di sicurezza, certezze bruciate, rosicchiate.
E’ un invito drammatico quello di Nadine Gordimer, in questo suo ultimo splendido “Un’arma in casa” (Feltrinelli Ed., 266 pagg.,L.32.000). Esplosione di esistenze indagata dal di dentro, nel lento lacerarsi della carne della propria vita, fino ad essere altro.
Penna davvero da Nobel (quale le fu riconosciuto nel 1991) quella dell’autrice, mai alle prese con pagine banali, e sempre viva, invece, all’imperativo della lotta all’ “apartheid”.
Timbri uguali e diversi che ritornano anche qui. Perché anche qui è l’Africa, il Sudafrica, ad essere teatro della vicenda. Ma la prospettiva (come un poco anche la situazione) è oggi altra. Caleidoscopio che risalta i bianchi, ma quelli mai coinvolti in ingiustizie di colore.
Harald e Claudia sono due facoltosi e stimati professionisti di Johannesburg. Vita abituata al benessere, alla tranquillità e alla giustizia, quale può essere quella di chi abita la propria villa di abitudini, in un quartiere senza cronaca, cinto da giardini.   Oltre la siepe, insomma, se mai ci fosse il buio, non li toccherebbe. Come uno schermo televisivo, sono altre e annunciate per altri, le brutture del mondo. Harald e Claudia sono protetti dalle loro certezze, dalle loro sicurezze. Le stesse che hanno donato al figlio Duncan, anche se architetto ormai cresciuto alla propria professione e vita adulta, lontana.
Troppo lontana ? Il libro inizia da qui : da un “indovina chi viene a cena”. Dall’annuncio, in una consueta serata tranquilla, che il proprio figlio è accusato di omicidio. Che il proprio figlio è un assassino. Diga spezzata sulla propria isola, l’Altra Parte del mondo irrompe tra le poltrone di casa. L’Altra Parte del mondo, che diventa ancora più vera nell’incarnarsi di un nero : avvocato brillante cui improvvisamente è affidata la vita loro e del figlio. Celebre e abilissimo, ma nero. Importa, questo ? A loro poi ? Costruttori in seconda fila di una società più giusta che proprio a quel suo poter essere professionista vincente ha portato ? Caleidoscopio sbiancato. Certo non dovrebbe. Se non fosse per quel figlio, quella loro carne sfuggita e affidata a lui.
La Gordimer fissa, indaga, racconta ogni cellula di queste anime sconvolte. Con un grandangolo sul loro presente ne rintraccia il passato, il vissuto. Ne confessa la presunzione lacerata. E tutta la forza, tutto il piacere dilaniante della storia si raccoglie proprio così : nel  confondere pensieri e narrazione, discorso diretto ed azione. Nessun diaframma (più nessun diaframma ora) tra vita ed emozione.
“Il delitto è castigo”, insomma : e la citazione in prima pagina anticipa già tutta la suggestione del libro. Sentenza esatta per un futuro che non sarà mai più lo stesso. Diverso il loro amore, più estraneo e solo, assassinato dallo sparo del figlio nel dubbio di aver commesso un errore (e quale errore). Diversi i ritmi, le preghiere, le notizie che dallo schermo non più lontano li raggiungono, stessa ora, stessa voce, dalla tivù.
L’Altra Parte del mondo siede a tavola con loro.

                                         Rita Guidi

martedì 18 giugno 2019

LEONARDO PIERACCIONI SECONDO LEONARDO PIERACCIONI di Rita Guidi


Risultati immagini per leonardo pieraccioniTrent’anni, alta, mora : c’è un modo migliore per descrivere Leonardo Pieraccioni ?
Sì. Proprio lui, il regista toscano, piccoletto e barbuto, che ha firmato non senza un po’ di quel sale che gli appartiene, la pepata simpatia all’italiana di grandi successi cinematografici come “I laureati”, “Il ciclone” o “Fuochi d’artificio”.
“Trent’anni, alta, mora”, questo il titolo del suo libro, che esce adesso per Mondadori, è allora sempre lui. Il regista e anche di più, che apre uno squarcio su carta dei propri pensieri in formato racconto.
“Li ho scritti in diversi momenti della mia vita - spiega infatti in postfazione - Alcuni sono frutto della mia fantasia, in altri rivedo qualcosa di me stesso. Di tutti comunque riconosco come mia ogni parola, dalla prima all’ultima”.
Riflettori privati sugli appunti sparsi nel cassetto, insomma, per questa raccolta di ventisei titoli, il respiro spesso non più lungo di tre pagine.
Grumi intensi e ingenui come un’emozione, o invece (chissà ?) mezze ipotesi di sceneggiature, battono a macchina situazioni di vita quotidiana alle prese con le inquietudini di sempre : la noia da uccidere in un bar (a riuscirci !), i miti e i riti di una contemporaneità da osservare (subire) senza la minima soddisfazione, i bilanci che affiorano improvvisi quando si ferma l’abitudine, l’amore. Quello che si vorrebbe ma che non si ha, o quello che arriva proprio quando non dovrebbe.
Le scene, insomma, sono davvero tante. E tanti (più riusciti magari in “Filippo bello e di corsa” o in “Ehi”) i personaggi, accanto a quelli nei quali intravedere la faccia semplice, dall’aria timida eppure sorniona dell’autore.
Ma in tutti, il tono e lo stile sono uguali e inconfondibili ;  penna che usa la stessa pellicola.  Perché l’atmosfera è asciutta, anche se le battute strappano la risata schiette, sdrammatizzanti. Perché gli occhi di Pieraccioni documentano la vita : bella, un poco stupida o da fare in modo che sia così, a caccia di sogni e preda del destino. Disillusione e poesia. Per questo, dice, ha dovuto discutere con l’editore, non per tagliare le toscanate, no. Ma “per difendere alcune espressioni giudicate oscure...- scrive - però ho insistito per mantenere ‘il mare che non affonda’ o ‘i primi baci che ho pianto’ e ‘tutte le stelle del mondo ti remano contro’. D’altra parte si sa - conclude - scrivere un libro è come fare un viaggio in certi cieli che distruggono gli orizzonti stessi”.
O come girare un film : qualche taglio, anche a limarci il cuore, bisogna farlo.
Trentatre anni, piccoletto, toscano :  è comunque proprio lui.

                                         Rita Guidi

domenica 16 giugno 2019

IL TALENTO DEL DOLORE (A.MILLER) di Rita Guidi


Risultati immagini per il talento del doloreSarebbe forse più bello vivere ignorando il dolore ?Anestetizzati alla sofferenza ? Sordi a una conoscenza che è di ogni altro uomo, ciechi di quelle lacrime che ci regala il nostro primo respirare nel mondo ?
Lo chiede e ce lo chiede Andrew Miller, con questo suo “Il talento del dolore” che esce ora da Bompiani. Un’opera prima di questo autore, che ha conosciuto l’Oriente (ha vissuto e lavorato in Giappone...) e l’Occidente, nordico e latino (...ma anche in Olanda e Spagna). Romanzo comunque già acclamato, pubblicato in diciotto Paesi.
Forse perché più che romanzo è appunto una (quella) domanda. E più che una domanda un grido, per questo già inquieto di risposte.
La cornice è il Settecento : orizzonte di natura e ragione, ma con briciole indomabili di cielo, magia, superstizione. Il protagonista è un medico, scienziato non ortodosso, raccontato in una vita densa, straordinaria e difficile, più spesso dagli occhi degli altri, e dunque ciarlatano o pazzo, luminare o stregone. Gli altri : figure perfette di quel diciottesimo secolo. Di un tempo in cui gli uomini vestono parrucche e leggono il “Candido”, ma alle donne basta un cenno per essere guardate come streghe.
Tutto è insieme fantastico ed esatto, nelle pagine di Miller. Che parla con parole forti. Il presente storico, le immagini crude, dal ripugnare necessario e morboso come nel primo D'Annunzio ; la quotidianità in caduta libera quando lo stile lo trascina troppo in alto, e poesia a piene mani quando dipinge i paesaggi dell’anima. Soprattutto di una. Accanto a quella, turbata e umanissima fino ad ammiccare a un don Abbondio, del reverendo Julius Lestrade, autentica cerniera del racconto, le pagine, una dopo l’altra, trafiggono quella del medico, appunto, James Dyer. La trafiggono senza dolore, certo : Dyer non sa cosa sia. Nasce muto, ma perché senza pianto. Cresce bello, nella rustica campagna inglese - qualche carro, un villaggio - ma gli sguardi che attira il suo strano silenzio, vanno al fondato sospetto che il piccolo non sia esattamente sangue del suo sangue. Finchè un giorno la vita bussa alla porta di casa : James cade e si rompe una gamba, e parlerà, ma non piange perché non soffre, e guarirà presto, incredibilmente presto ; la sua famiglia, invece, non guarirà dallo sterminio atroce del vaiolo.
 Il mondo è ora davanti alla sua solitudine. Fenomeno da baraccone per quel suo innato, misterioso talento del dolore, da martoriare senza un grido, sfruttato o coccolato, geniale fanciullo che insegue anche per mare la propria libertà, James non perde però occasione per imparare, capire, diventare. Lo avvince il corpo, quel mistero che è dentro lui stesso, quella materia che può essere preda di un dolore che non conosce, ma che si può sezionare, curare, debellare. Sarà medico, di cinismo e di fama. La ricchezza sgorga copiosa dal suo bisturi spregiudicato. Guaritore di corpi, e che altro (c’è altro) ? Bisognerebbe forse chiedergli altro che non di tagliare-suturare-cucire il più velocemente ed efficacemente possibile, in cambio di danaro e di oro ?
La sofferenza non la sa, ma la guarisce ; e il piacere neppure, non ne ha il tempo, né la necessaria debolezza di uomo, per apprezzarlo o condividerlo. Anima sotto anestesia. Fino al risveglio. Al tempo in cui scocca il dolore, e il solo esistere possibile chiede gli arretrati.
Romanzo e atmosfere si fanno qui pazze, dolcissime, dolenti. James nasce, faccia nella polvere, alla vita degli altri.  Ora appartiene al mondo. Orizzonte che fa subito dimenticare il suo confine Settecento. Che ha un’eco costante, anche troppo vicina. E suoni attuali : natura e tecnica, ma con cenni indomabili di cielo e magia ; universi virtuali e ricchezze che soffocano grida e domande. Anestetizzano alla sofferenza.   Come si potrebbe vivere ignorando il dolore ? Come si può vivere, dimenticandolo ?

                                    Rita Guidi

sabato 15 giugno 2019

TUTTI I BAMBINI SONO FILOSOFI (4) di Rita Guidi


  Che la saggezza avesse i codini biondi se n’era già accorto qualcuno (non necessariamente mamme e papà…). Ma adesso c’è anche un curioso, svelto e dettagliato manuale a dimostrarlo.
 Provocatorio e invitante fin dal titolo, “Tutti i bambini sono filosofi” (Rizzoli, 302 pagg., 16 euro) nasce del resto dall’esperienza diretta dell’autrice, Marietta McCarty, che oltre ad essere docente (ovviamente) di filosofia al Community College di Charlottesville, da ormai tre lustri tiene corsi rivolti a piccole frotte di under-10. Traendone, come leggiamo qui, uno stimolo straordinario e una più che consolidata soddisfazione.
 Ecco allora la voglia di raccontarlo, ma con un libro che sia un invito a crederci e a provarci: una guida, insomma (e proprio questa è la sua struttura) attraverso la quale possiamo tutti dar vita a splendide, costruttive, disarmanti sedute di vera filosofia.
 “Che siate impiegati, idraulici, infermieri, musicisti o nonni – scrive infatti McCarty – lasciate che la vostra personalità e le vostre esperienze di vita possano plasmare il modo in cui condividete la filosofia con i bambini”.
 Che poi è un modo per dirci che può essere meno difficile di quel che sembra, rispondere al candore di quel poco più che poppante che ci chiede:  “A che ora hanno inventato il tempo?” oppure “Ma secondo te, nel nulla c’è dentro qualcosa?”…
 Parliamone, invita la McCarty, ascoltiamoli; convogliamo la spontaneità ingenua dei loro dubbi socratici verso sentieri positivi per soluzioni concrete e quotidiane.  E facciamolo, naturalmente, con l’aiuto di chi filosofo lo è stato davvero da grandicello.
 Platone o Kant, Sant’Agostino o Spinosa, diventano le briciole di risposte da cercare come Pollicino, su un sentiero che ci porterà a parlare di amicizia o responsabilità, natura o libertà, amore o morte. Ogni argomento un capitolo e ogni capitolo le indicazioni pratiche per avviare la discussione e gli esercizi. Come per lo sport o per la musica, uno straordinario, prezioso allenamento: ma per crescere la mente, il senso critico, la serenità, la vita.
“La filosofia arricchisce la mente in un modo che né l’età né le difficoltà possono intorpidire – scrive McCarty – In un qualsiasi momento della loro esistenza, gli ex piccoli filosofi saranno disposti a cambiare idea e a trovare un sentiero più chiaro”.
 Un aiuto prezioso e quotidiano da metter loro nello zaino, insieme alla merenda.

                                                    Rita Guidi

venerdì 14 giugno 2019

BIMBI E EDUCAZIONE (3) di Rita Guidi


Risultati immagini per cosa pensano i bambini di dio tromellini libroE poi ci sono gli asili che hanno fatto storia. 
Sono quelli reggiani, promotori di un modello educativo cui hanno guardato persino gli States.
Pina Tromellini è una pedagogista che da vent’anni appartiene a quella esperienza. Non solo, ma è anche scrittrice : proprio ora, con Salani, pubblica “Cosa pensano i bambini di Dio”, dopo il successo di “La tenerezza e la paura”, sguardo anche quello sull’oggi quasi inflazionato (?) mondo dell’infanzia...
“Se ne parla e se ne scrive tanto, sì - afferma la Tromellini - Probabilmente perché c’è un ‘mercato’ che ora va a colmare dei vuoti precedenti. Infatti molte di queste pubblicazioni non sono saggi pedagogici, ma libri divulgativi, semplici, rivolti alle famiglie”
Quindi meno affidabili ?
“Non sempre. Diciamo a volte un po’ scontati. Insomma occorre certamente operare una scelta. Quello che interessa però - sottolinea la Tromellini - è che comunque tutti indicano che il bambino non sta bene. Che occorrono risposte a questo suo malessere nascosto dalle apparenze, dalla pubblicità, dal benessere. Risposte che vincano lo smarrimento attuale di chi è genitore o educatore”
Quello del dopo-permissivismo ?
“Certo. Il permissivismo, il genitore-amico, è morto e sepolto. Così come lo è il genitore autoritario. E anche questa è una conquista. Il problema è che la risposta giusta è nell’autorevolezza : un risultato più difficile da raggiungere”
Allora qualche consiglio ?
“E’ difficile rispondere e generalizzare - sorride la Tromellini - Anche perché forse la prima regola è proprio quella dell’attenzione : osservare molto il bambino, perché ognuno è diverso dall’altro. Ognuno ride o piange per cose diverse, quindi non ci sono ricette e schemi validi per tutti. E comunque distinguerei il discorso per gli educatori da quello per le famiglie...”
E quindi ?
“Ai primi indicherei la nostra esperienza, basata su alcuni punti irrinunciabili, oltre che su un aggiornamento continuo. La condivisione, e cioè un progetto-bimbo complessivo, che coinvolga scuola, territorio, famiglia ; e poi la grande fiducia nella mente, nel’intelligenza, nella creatività e curiosità del bimbo. Si discute e si verifica tutto quello che avviene nel suo mondo”
E per i genitori ?
“Non mettere i figli al centro dei consumi, ma del proprio tempo. I padri (e ora anche le madri) lavorano sempre di più, spesso proprio perché si preoccupano di soddisfare acquisti sempre più esigenti. Invece i bimbi chiedono tempo. Almeno nei primi anni. Bisogna reimparare a ‘perdere tempo’ con loro. Spendere in questo, più che negli zainetti firmati. E devo dire che qualcuno, ma soprattutto i loro piccoli, comincia a capirlo...”
E all’asilo, conclude, con o senza denti, sono loro quelli che sorridono di più.

                                         Rita Guidi

martedì 11 giugno 2019

BIMBI E JUDO (2) di Rita Guidi





E per i baby-parmigiani ? 
Risultati immagini per judo bimbi
Almeno due capitoli di letteratura locale sono dedicati anche a loro.
Il primo è squisitamente teorico, ma con l’intento evidente di ricadute pratiche. Si tratta di “Tu e loro”, ed è un opuscoletto edito dalla Giunti (collana progetti Educativi) in collaborazione con la Cassa di Risparmio di Parma e Piacenza. Trentun pagine di parole e fumetti, rivolte ai figli, per capire meglio...i genitori. L’idea, insomma, tut’altro che banale, è quella di rivoltare la frittata, e quindi vedere il mondo con i loro occhi per poter dialogare e convivere meglio. In tutte le occasioni : nei giorni in bianco e nero (del tran-tran quotidiano), come in quelli a colori (di festa e vacanza). Con mille consigli e idee per sorridere tutti.
Il secondo, invece, fa il paio con il volume “Corpo mente cuore” di Barioli e Bernardi, cui accenniamo qui a fianco, per offrire proprio una possibilità parmigiana di judo-educazione.
“Condividiamo in pieno la proposta del libro - spiega infatti Francesco Rasori, Presidente del Kyu Shin Do Kay, scuola di arti marziali la cui palestra ha sede in Via Palermo nella nostra città - Tra l’altro Barioli è stato proprio mio maestro quando frequentavo l’Università a Milano. La pratica del judo è davvero un complesso e completo progetto educativo. Corpo, mente e cuore appunto. Ma troppo spesso chi si iscrive da noi, si aspetta qualcosa di essenzialmente fisico.”
Insomma il judo educa a patto di essere educati al judo...
“Si. Anche se naturalmente rispettiamo chi preferisce sottolinearne l’aspetto agonistico. All’inizio però il nostro sforzo è proprio di farne capire la maggior completezza per la formazione dell’individuo. La sfida è quella di offrire qualcosa che serva ben al di fuori della palestra. Per questo - prosegue Rasori - abbiamo corsi per tutte le età, a partire dalla scuola materna, fino ai  gruppi di adulti, o anche di ragazzi e genitori insieme. E per questo, ai ragazzi che a fine anno, dimostrano di aver avuto un buon profitto scolastico, un miglior rapporto con gli altri, e una frequanza regolare in palestra, offriamo in premio il corso successivo. Gratis.”
Più educativo di così !
                                                       Rita Guidi

domenica 9 giugno 2019

I BIMBI - EDUCARE (1) -. di Rita Guidi



Risultati immagini per corpo mente cuore libroI bimbi. Calcolati, programmati, provettati, costruiti (clonati ?). Copertine prima ancora di avere un nome. Fenomeni. Anche sull’altro versante, del rifiuto , della trascuratezza. Gettati, abbandonati, venduti, violati, dimenticati e soffocati nelle auto arrostite dal sole.
Educati ? Capitolo due. Per fortuna c’è anche questo. Rassicurante bisogno che viene dopo una certa (piccola ma sempre troppo grande) realtà, e che sembra suscitare adesso una nuova onda di interesse. Sarà per il fallimento di certe teorie anni Sessanta a base di “laissè faire”, quelle della serie un-genitore-per-amico, insomma, o per la scelta più responsabile di chi oggi decide (volli, fortissimamente volli...) di avere figli, certo è che le proposte-risposte non mancano.
Editoriali, certo. Fantasiose, seriose, scientifiche o bizzarre, sono comunque sufficienti (e basterebbe già  così) a chiedersi, riflettere, soppesare, su mode e modi dell’educazione.
Educazione : è proprio questa infatti la parola chiave sulla quale fa perno il volume di Cesare Barioli e Marcello Bernardi, “Corpo mente cuore” (Luni Editrice, 200 pagg., L. 27.000). Un manifesto per una nuova educazione, perché questo è appunto il sottotitolo, realizzato a quattro mani da un medico, pediatra, educatore e praticante di judo (qual è Bernardi), e dal suo maestro di Judo oltre che giornalista (qual è Barioli). E proprio in questa disciplina, il punto di contatto tra i due, la soluzione o comunque l’invito.
Perché il libro, tra conversazioni in presa diretta e sunti di conferenze, si apre con una premessa di innegabile evidenza : la scuola, la società, la salute, sono spesso compromesse da virus pestilenziali. Mercato e mercificazione, separatezze e anche massificazione. Però, dicono gli autori, è possibile difendersi. E’ possibile crescere forti dei propri principi morali. Come ? Ad esempio col judo, prendendo spunto dal judo. Non solo sport, non solo disciplina, non solo strumento di concentrazione o di difesa, è però anche tutto questo. Corpo, mente, cuore, per tornare al titolo. E il suo segreto è proprio nell’imparare questa non separazione. La stessa che dovremmo usare nell’educare i nostri figli. Nonostante, come si riconosce qui, la nostra realtà ci imponga confini : un medico per il corpo, un professore per la mente, per qualcuno un sacerdote per il cuore.
Risultati immagini per l'economia raccontata a mia figliaUn no a tutto questo significa, certo, reinventarsi ; e per questo gli autori ripetono che il judo, come l’educazione, non conoscono la soglia degli anni, e riguardano i ragazzi come gli adulti. Perché, spiegano, posso forse offrire a mio figlio come certa, la mia esperienza appartenuta a un mondo così cambiato ? “Questo mondo in rapida evoluzione rende abbastanza obsoleta per una generazione l’esperienza della precedente. - scrivono gli autori - Mio padre aveva viaggiato sui tramway a cavalli e stendeva l’emulsione sulle sue lastre fotografiche. Insegnare ad affrontare la realtà non equivale a dare la propria esperienza.”
 Ma a dare conoscenza sì. O almeno così implicitamente afferma Andrè Fourcans, con questo suo “L’economia raccontata a mia figlia” (Etas Libri, 135 pagg.,L.25.000)
Nell’insegnare ad affrontare la realtà, anzi, nella fattispecie, è importante accennare ai processi e meccanismi economici, che governano il mondo, dalla ricchezza delle nazioni, all’economia dell’amore. E il tono è in effetti paterno, nel senso che in modo quanto mai colloquiale e divulgativo, l’autore, in questo immaginario dialogo con la figlia, snocciola con chiarezza modelli e protagonisti di questa disciplina (apparentemente o realmente ?) complessa e per addetti ai lavori. Con pochi paroloni e molta ironia, insomma, non solo si chiariscono qui motivi consueti, come i meccanismi non sempre logici che regolano monete e mercati, ma tutto nell’esistenza viene letto in quest’ottica. Matrimonio compreso : no, non solo quelli (è ovvio) di interesse ; anche il...vostro. Reinterpretato e sezionato in termini di pianificazione e investimento. Idem per i figli.
Risultati immagini per fratelli maggiori fratelli minori libroE ci risiamo. Calcolati e indagati, però in un’altra veste, lo sono anche nel serissimo, ponderoso e curioso saggio di Frank J. Sulloway, “Fratelli maggiori, fratelli minori” (Arnoldo Mondadori Editore, 521 pagg., L. 36.000).
Provate a far mente locale : il vostro primogenito è più tranquillo di quel ribelle dell’ultimo arrivato ? Non è perché sono cambiati i tempi o le mezze stagioni. E’ perché il primo è il primo e l’ultimo l’ultimo. Sulloway, docente e studioso al MIT di Boston, ha indagato e studiato proprio questo : come la competizione tra fratelli determini la personalità. Attingendo a ricerche a vasto raggio come da esempi storici clamorosi.
“Nel corso degli ultimi cinque secoli - scrive Sulloway - l’ordine di nascita si è rivelato il più coerente dei fattori previsionali di accettazione dei processi rivoluzionari. Rispetto ai primogeniti, i non-primogeniti sono maggiormente portati a identificarsi con i perdenti e a mettere in crisi l’ordine prestabilito. Al contrario, i primogeniti, identificandosi con i genitori e l’autorità, sono più portati a difendere lo status quo.”
Anche con la violenza : Mussolini, Stalin, Che Guevara e Carlos lo Sciacallo erano primogeniti (ma anche Newton, Churchill e Freud). Pensatori rivoluzionari come Calvino, Voltaire, Darwin o Gandhi, invece, erano ultimogeniti. I più moderati e inclini al compromesso ? Quelli di mezzo. (Ma come si fa a farli tutti così ?)
E’ insomma una ricerca che riscrive la storia. E’ invece una bella storia (vera), quella che racconta l’autrice Torey L. Hayden, psicopatologa infantile americana, in questo “Una bambina e gli spettri” (TEA Ed., 238 pagg., L.13.000). Scorrevole “romanzo” d’esperienza vissuta in una classe difficile, e con una bimba ancora più difficile : la piccola Jadie, affetta da un cosiddetto mutismo elettivo, per cui riesce a parlare solo in casa, non a scuola, non con gli altri. Vicenda che rinvia a un altro dei tanti problemi di quel mondo non sempre di fiaba che è l’infanzia : la comunicazione, o meglio la non-comunicazione. Il rifiuto del mondo, (del non-amore ?), dell’adulto, la paura.
Risultati immagini per perchè la risata di un bambino e tutto libro“Quando i bambini hanno paura” è invece il titolo del saggio di Jan-Uwe Rogge (Pratiche Ed. 256 pag, L.28.000), che guarda a questa esperienza come ad un necessario momento di crescita. E suggerisce ai genitori atteggiamenti alternativi all’inutile e così frequente rassicurazione di non averne, prima di prenderli tra le braccia. Di quando invece ridono si occupa il divertente volume di Jack Moore “Perché la risata di un bambino è tutto” (Salani Ed., 112 pagg., L.8.000). Illustrato con novantasette cuccioli di uomo felici e più o meno sdentati, non solo suggerisce altrettanti modi per farli ridere, ma spiega anche perché, persino il più musone degli adulti, alle prese con gli under-1 vuole regolarmente strappare loro una risatina.
Piacerà insomma anche alle mamme, così come il sorridente “piccolo grande libro della nascita” dal titolo “Storia di un bambino e della mamma che gl’insegnò a volare” (Salani Ed., 80 pag, L.24.000). Evidente ripresa del successo di Sepulveda, attraverso le stesse poetiche illustrazione della gabbianella Fortunata e del gatto Zorba, è una sorta di diario-guida al quale affidare i primi passi, i primi dentini, le prime parole, i primi giochi.
Quasi un’anticipazione, allora, di quest’altro titolo di questa letteratura per crescere. Di Beatrice Parisi e Sergio Valzania, semplicemente “Giocando” (Rai-Eri, 126 pagg. L.16.000). Ispirato alla omonima trasmissione di Radiodue, è una sorta di abbecedario con curiosità ma soprattutto suggerimenti per inventare, conoscere, divertirsi con il gioco. Per bimbi di ogni età, naturalmente.
Educare un figlio, per fortuna, significa passare insieme a lui anche da qui.

                                         Rita Guidi